una ragazza di nome Giulio e i nostri alleati egiziani – 73.

come uno scenario perfettamente prevedibile, cominciano a circolare voci su una presunta omosessualità di Giulio, il ricercatore italiano ucciso in Egitto, lasciando intendere che l’omicidio potrebbe aver un movente sessuale.

non c’erano dubbi, perche` se qualcuno ha denudato la parte inferiore del corpo di quel ragazzo agonizzante, prima di buttarlo in un fossato della strada fra Il Cairo e Alessandria, e` chiaro che voleva predisporre proprio questo scenario.

ottimo per depistare e intortare i gonzi.

. . .

ora evitiamo, per favore, che qualcuno si metta a difendere l’altrettanto presunta eterosessualita` di Giulio.

anche se Giulio fosse stato una ragazza di nome Giulio, come diceva il titolo di quel romanzo degli anni Sessanta, importa forse qualcosa?

perche` La Stampa, giornale serio, si sente in dovere di scrivere su queste voci, chiaramente diffuse ad arte: Ma non c’è alcuna conferma indipendente.

e di aggiungere:

Quello che sappiamo è che Giulio Regeni aveva una ragazza in Ucraina e che era andato a Kiev a trovarla da poco.

E uno degli ultimi sms prima di sparire era stato inviato a lei. 

ma per favore, lasciamo da parte i retroscena sulla sessualita` di Giulio, adesso…

e risparmiateci anche il prossimo Pino Pelosi di turno…

questo omicidio assomiglia al delitto Matteotti, non all’omicidio di Pasolini (che fu peraltro un’altra messainscena, e sempre un delitto politico).

. . .

teniamo ben fermo, contro ogni disinformacja programmata, l’essenziale.

la polizia egiziana ha mentito in modo addirittura grottesco, al ritrovamento del cadavere, affermando che Giulio era morto (senza pantaloni ne` mutande) in un incidente stradale e che non c’erano tracce di nessun delitto.

una stupida auto-accusa, che equivale ad una aperta confessione non voluta, del resto smentita immediattamente dalla stessa magistratura egiziana.

. . .

e sui metodi della polizia egiziana, basta leggere questa impressionante testimonianza di un ragazzo egiziano, amico di Giulio, pubblicata sempre dalla Stampa:

«Sono venuti a prendermi a casa una sera verso le 19, hanno messo tutto sottosopra, hanno preso l’hard disk del pc, mi hanno bendato e legato le mani dietro la schiena e poi mi hanno caricato in macchina, un’auto grande, grigia.

Non potevo guardare fuori dal finestrino ma ho riconosciuto la strada, stavamo andando alla borgata “6 Ottobre” e l’ho capito subito perché ho delle persone care che abitavano laggiù. 

E so bene dove si trova la “prigione” in cui la “sicurezza dello stato” interroga e tortura la gente.

Temo che sia lo stesso posto in cui, passando per qualche commissariato di Giza, è stato portato anche il mio amico, vostro connazionale, Giulio con esiti penosamente diversi dal mio, dai segni lasciati sul suo corpo riconosco una firma che mi è tristemente nota.  

I primi due giorni mi hanno tenuto in un bagno, per terra, un sandwich al giorno e acqua.

Non mi picchiavano.

Dicevano che sapevano dei miei contatti e io ripetevo che non sapevo nulla.

Minacciavano di ammazzarmi, di violentare mia madre e le mie sorelle, la prima tortura è toglierti la dignità.

Poi mi hanno portato in una cella sotterranea dove sono rimasto al buio per altri 8 giorni e lì si sono tolti i guanti.

Hanno usato l’elettricità perché sotto gli 80 volt lascia meno segni e giacché io avevo contatti con i media sapevano che avrebbero dovuto ammazzarmi perché una volta libero non li mostrassi. 

Quando usano il taglierino vuole dire che hanno deciso che non esci vivo da lì.

Le scariche duravano alcuni minuti, dopo perdevo i sensi.

Ricordo che dormivo, sonni vuoti, non pensavo a nulla ma sebbene non sia credente per la prima volta mi sono ritrovato a pregare.

Le scosse elettriche me le mettevano sulla schiena, nella parte bassa, vicino ai reni, e sulle ginocchia: sentivo il corpo come “shakerato”, sarà stato per isteria ma ridevo e poi svenivo.

Un giorno mi hanno bendato di nuovo e sotto casa mi hanno detto di scendere e non voltarmi indietro a guardarli o sarebbero tornati e non avrei più potuto parlare.

Ho aspettato, sono risalito.

Subito dopo sono andato al supermercato, avevo bisogno di toccare, letteralmente toccare, il formaggio, i succhi di frutta, le scatolette di fagioli, non credevo che avrei potuto farlo mai più.

. . .

nazisti nelle celle di tortura di via del Tasso, a Roma, settant’anni fa?

marines nel Vietnam di cinquant’anni fa?

no, soltanto la polizia di quel al-Sisi che ha instaurato una dittatura filo-occidentale, approfittando delle proteste di massa contro il governo eletto dei Fratelli musulmani.

che non e` considerato un islamico, visto che fa comodo, visto che con questa gente noi ci facciamo i nostri sporchi e cinici affari.

. . .

oggi sappiamo che Giulio e` morto poco prima di essere stato ritrovato cadavere in quel fosso.

che quindi e` stato sequestrato per giorni e giorni.

da qualche maniaco sessuale egiziano gay?

ma per favore!


2 risposte a "una ragazza di nome Giulio e i nostri alleati egiziani – 73."

    1. qualcuno, certamente al servvizio di chi vuole creare confusione su questo omicidio, e` arrivato a scrivere che questo ragazzo lavorava per i nostri servizi segreti, sotto copertura del Manifesto…

      la mancanza di riespetto per le scelte sessuali altrui, che dovrebbero essere completamente tutelate dal diritto alla privacy, e` tipica di questo paese…

      ogni ricerca di verita` su questa morte tragica ed orribile sara` comunque condizionata dagli interessi della politica.

      che hanno portato un generale al potere e ricreato un Egitto una dittatura, che pare sia l’unico metodo ammesso perche` faccia i nostri interessi.

      Piace a 1 persona

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