Shahid – 157

ho conosciuto Shahid su una panchina dello Schlossplatz, qui a Stuttgart, in una giornata di tiepido sole, nel gennaio scorso.

Shahid e` un uomo attorno ai 35 anni, dal corpo massiccio e bruno, ha un paio di baffi abbastanza gradevoli a vedersi, e insomma si potrebbe dire semplicemente che e` un gran bell’uomo e risparmiarsi ogni descrizione.

e` fuggito dal Pakistan quasi un anno fa e la storia dei nove mesi del suo viaggio via terra e in larga parte a piedi da un villaggio nei dintorni di Lahore a qui, una specie di avventuroso e a volte drammatico round attorno a un quarto quasi del mondo meriterebbe un romanzo se lui, o anche soltanto io, fossimo capaci di scriverne uno.

ma non l’ho fatto due mesi fa e ancor meno riuscirei oggi a descrivere analiticamente, come lui ha fatto con me, il passaggio di due frontiere rischiose come quella fra Pakistan e Iran e poi della Turchia, l’arrivo sulla costa dell’Egeo, dopo duemila chilometri di Anatolia, e la lunga attesa di una nave per una delle isole greche, e poi l’arrivo in Macedonia, il passaggio dei Balcani, finalmente l’Austria e poi Monaco e finalmente Stuttgart.

c’e` chi li legge i libri di avventura o i racconti autobiografici, a me capita spesso di sentirmeli soltanto raccontare.

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Shahid ha lasciato in Pakistan una moglie e una bambina che aveva tre anni quando e` partito, e ora ne ha quattro.

mi mostra con orgoglio paterno la foto della bimba, serissima e dallo sguardo intensamente triste, vestita a festa per ricevere il premo della scuola come migliore alunna: a quattro anni!

la casa appare abbastanza benestante e non e` del tutto facile capire perche` Shahid abbia lasciato la sua famiglia, affrontando per mesi disagi indescrivibili e rischi mortali, dormendo a volte al gelo e all’aperto, aspettando per giorni che si aprisse un varco in una situazione apparentemente senza sbocco e che un nave lo prendesse a bordo, passando un paio di confini alla macchia sui monti e rischiando ogni volta di essere ammazzato per la somma non piccola di denaro che aveva con se` all’inizio, ma che si e` esaurita presto, e ha dovuto essere ricostituita attraverso lavori precari prestati qua e la` o gli aiuti disinteressati ricevuti lungo la via.

ma qualcuno, come so bene, nasce col demone dell’avventura dentro di se` e ha bisogno di arricchire le proprie esperienze come se lo scopo della vita fosse il conoscere e il prezzo della conoscenza fosse il rischio e la consapevole e voluta fragilita` dei legami che vorrebbero tenerci legati ad un mondo soltanto.

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si poteva pensare che la nostra amicizia, cosi` occasionale, si sarebbe conclusa in se stessa, in quella giornata di gennaio, ma ci eravamo scambiati i numeri di telefono, e un paio di volte Shahid mi aveva chiamato dalla Germania per sapere quando ci sarei tornato; e cosi`, al mio arrivo qui, ecco che ci siamo incontrati di nuovo e lui mi ha anche invitato a cena da lui.

il motivo principale per cui scrivo questo post e` appunto il suo invito a cena, che e` stato l’occasione per me di conoscere dal vivo la situazione dei rifugiati in Germania, dove Shahid e` un profugo, e potrebbe anche rischiare un ritorno coatto in  patria, se il Pakistan dovesse essere dichiarato paese sicuro, secondo i nuovi orientamenti definiti dalla Merkel proprio in questi giorni, ma che riguardano per ora alcuni paesi arabi del Nord Africa, come il Marocco.

insomma, potrebbe risultare che lo stato tedesco non si dimostri piu` cosi` disponibile ad accogliere i viaggiatori curiosi come Shahid,  se non fosse che il Pakistan e` tuttora un paese dove si rischia la pelle per attentati e dove si soffre sotto il peso di uno stato oppressivo (ricordo l’esperienza atroce di un altro pakistano conosciuto l’anno scorso,  che in Pakistan era stato quasi ammazzato dalla mafia locale: Ali`, che era anche Ahmed…).

https://bortocal.wordpress.com/2015/09/19/blablacar-trafficante-di-clandestini-storia-di-ali-che-era-anche-ahmed-448/

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essere invitati a cena da un profugo puo` essere considerata gia` di per se stessa una esperienza strana: ci eravamo comunque dati appuntamento alle sette alla fermata del metro` dell’Oesterreichischerplatz, poi li` non ci siamo trovati; parliamo tutti e due un inglese molto approssimativo e il tedesco che lui sta studiando frequentando due volte al giorno, mattina e sera, i corsi gratuiti di lingua che gli sono messi a disposizione, e` ancora troppo limitato per consentirci di capirci in quella lingua: cosi`, sentendoci sul cellulare, siamo passati alla fermata successiva di Marienplatz e poi siamo tornati indietro, siamo usciti dalla stazione dell’U-Bahn – dove ciascuno era arrivato per incontrare l’altro, ma senza trovarlo –  e siamo saliti un breve tratto sulla collina nella sera.

nel buio, un grande edificio bianco, adetto all’ospitalita` dei migranti: i controlli all’ingresso sono molto accurati, devo passare un cancello interno con una lunga inferriata e lasciare il passaporto, che viene fotocopiato e poi mi viene restituito, e poi eccomi a percorrere scale e lunghi corridoi silenziosi, vagamente kafkiani.

lunghe teorie di porte, con i nomi degli ospiti indicati da cartellini bianchi accanto all’ingresso: Shahid vive con Kabeer, una ragazzo magro e dinoccolato, dallo sguardo nervoso, in un monolocale che ha le stesse dimensioni di quello in cui vivo io: Shahid e Kabeer hanno rinunciato al letto a castello e lo hanno sostituito con due divani forniti dalla Caritas e disposti a elle, che rendono l’ambiente molto piu` accogliente.

la situazione complessiva e` veramente buona, le famiglie con piu` persone dispongono addirittura di due monolocali contigui, ma lui mi racconta che non e` ovunque cosi`: questo centro di raccolta e di ospitalita` funziona bene, ma ad esempio nel centro del quartiere di Sommerain c’e` invece una gran confusione, i profughi sono piu` ammassati, i periodi di silenzio non sono rispettati e a volte scoppiano delle risse.

qui, ad esempio, alle dieci di sera gli ospiti esterni non sono piu` ammessi (e anche io infatti me ne vado alle nove), ma i profughi invece hanno liberta` di entrare e uscire a qualunque ora.

il cibo vanno a procurarselo ad una associazione qui vicina, dove un Vater, un padre, cioe` un religioso, glielo fornisce tutti i giorni, ma poi evidentemente riescono anche a cucinarsene in proprio.

questa sera e` stato preparato del Reiz, riso, come lo chiama Shahid, ma a me sembra piuttosto del cuscus, con pezzi di carne saporita; in onore dell’ospite il piccante e` stato diminuito, fino a renderlo piacevole al mio palato.

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uno dei racconti della serata riguarda il mal di denti che ha colpito Shahid negli ultimi giorni: e` dovuto andare da un dentista, che ha dovuto ripulirgli una grossa cavita` che si e` formata in un molare, ma non e` riuscito a togliergli il dolore: per un intervento piu` complesso servono 250 euro, che il dentista voleva in contanti e ovviamente Shahid non ha, ma non ha neppure chiesto a me, chissa` che cosa andiamo a pensare.

semplicemente Shahid e` andato al Sozialamt, l’ufficio per l’assiistenza sociale, e gli hanno fatto un buono per il dentista: paghera` il Sozialamt l’intervento per togliergli questi dolori che io giudicherei insopportabili, ma che lui invece tollera senza grande disagio, perche` probabilmente ne ha subiti di ben peggiori.

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naturalmente, verso fine serata, pero` anche Shahid ha qualcosa da chiedermi, non siamo nati ieri: un suo fratello vorrebbe venire in Italia, non posso aiutarlo?

dovrei assumerlo come badante, piu` o meno, o lavorante del mio orto, immagino; ma non e` proprio il caso, dati i miei impegni economici attuali per ristrutturare la casa.

si rassegna in fretta, mentre confusamente accenno peraltro alla situazione dei profughi in Italia, che e` molto diversa da quella tedesca; insisto sul concetto, ma capisco che lui non riesce neppure a immaginarsela bene.

e, sinceramente, molto sinceramente, neppure io.

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PS.

ovviamente la foto di copertina non e` di questo Shahid, ma di un attore indiano omonimo.

mi spiace se introduce in questo racconto, anche solo indirettamente, un tono romanzesco.

ma io Shahid non l’ho fotografato, per una forma di rispetto, e perche` non vorrei farne un semplice pretesto per un racconto.

 

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2 thoughts on “Shahid – 157

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