Di fronte ai cadaveri dei miei aguzzini, da Domenico Quirico

oggi non ho scritto nuovi post (quello pubblicato poco fa era stato scritto in Germania il mese scorso).
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forse me ne ha fatto passare la voglia questo articolo di Domenico Quirico, letto sulLa Stampa.
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Quirico, inviato del giornale a Beirut, era stato rapito per cinque mesi nel 2013 da un gruppo islamista.
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ne riporto soltanto i passaggi che mi hanno colpito di piu`.
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il testo integrale e` qui:
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Dovrei parlare con loro, a lungo. Cinque mesi in Siria sono gonfi di tante cose, soprattutto se loro hanno un fucile e tu nulla, solo la tenue corazza di speranza del sequestrato. Già. Non posso farlo. Perché sono morti. 

I miei rapitori di tre anni fa, sono morti. Ora lo so, ufficialmente, senza dubbi: ne ho visto le foto. Uccisi, uno ad uno, in uno dei bastioni della ribellione intorno a Damasco, Deir al Asafir, la città degli uccelli. Ci sono alberi e frutteti in quel quartiere, una volta prima della guerra sentivi gli uccelli cantare.  

Nessun uomo è abituato alla morte. A nessuna morte che lo tocca. Vi è nella morte un residuo di mistero tale che ogni uomo rimane colpito, toccato. Ho visto morire uomini, in Siria soprattutto. Io ho fatto la pelle dura, io sono abituato. Ci si abitua? No, non ci si abitua. Affatto. Perché la morte carnale, il laceramento del corpo è una disgrazia, è una miseria. E non vi è uomo che non ne abbia sentito il colpo. Perché il corpo si difende, il corpo si rivolta, non vuole saperne niente della morte. Un istinto profondo lo avverte, un segreto istinto organico, che si tratta proprio di morire, allora si ribella, il corpo. 

Guardo questi cadaveri fissati per sempre, e i tre anni da allora, da quando li ho visti vivi e arroganti e ghignanti nell’esercizio del Male, diventano niente. Il bene e il male dovrebbero riequilibrarsi sennonché il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O meglio mi accorgo ora che si sovrappongo l’uno all’altro senza mescolarsi come due liquidi di diversa entità. (…)

Sono venuto a Beirut inseguendo una notizia: gli uomini di Hezbollah, che combatte in Siria a fianco dei soldati di Bashar Assad, hanno ucciso i tuoi sequestratori. (…) Adesso sembra scivolare sulla superficie di un’altra coscienza, sino ad ora per me sconosciuta: uno specchio torbido dove all’improvviso ho creduto di veder sorgere visi. Visi ritrovati, dimenticati.  

Ho lasciato dietro di me Beirut con le sue montagne alte, quasi gonfie sul mare, e zone verdi e paesi a strati come morene di ghiaia. Sotto, spinti come un battaglione di assalto, serrati, i grattacieli della città e il suo falso moderno già con la tabe edilizia delle case che non hanno avuto neppure il tempo di farsi il nido e sono vecchie.  (…)

Poi ho visto i siriani. Giovani donne a tutti i semafori e agli angoli delle strade, che chiedevano l’elemosina esibendo neonati tenuti in braccio come oggetti, come cose in offerta. Il pianto di un popolo, un pianto che non somiglia a quello di nessun altro: basta averlo inteso una sola volta. Non un pianto: un inno, una preghiera. C’è di tutto in esso, come si usa dire: il gemito dei sepolti vivi sotto le macerie delle città, il grido delle donne violate, i pianti dei bimbi rimasti soli, lo sguardo rassegnato del profugo. Questa miseria che ha dimenticato persino il suo nome dopo cinque anni, che non cerca più, non ragiona più e posa dove capita la sua faccia stremata, è mia e nostra. (…)

Sono nella Bekaa, un feudo di Hezbollah. L’uomo che sta davanti a me indossa una divisa mimetica e sotto, la maglietta della nazionale libanese di calcio. (…) «Sono qui per sapere (…)». Ha preso un grosso fascicolo dalla copertina rossa, molto usurato, come se fosse passato per mille mani e mi ha allungato un pacco di fotografie

 

(…) Adesso sono qui, faccio scorrere una dopo l’altra queste foto di morti, straziati, insostenibili nel loro incorreggibile orrore, come se cercassi di animarli in una sequenza delle antiche lampade magiche. (…)

Sì, questo è innegabilmente il volto di quello che si faceva chiamare Abdallah, è il suo naso a punta quello che sporge ora rigido e verdastro dalla piccola pianura della sua faccia devastata, è così vicino ai miei occhi che il mio respiro arriva alla sua pelle smorta. Più vicino di quando mi aveva puntato la pistola alla tempia per un falsa esecuzione. Allora non avevo prestato attenzione alla sua bocca, una bocca fine, sottile, nei cui angoli fortemente stretti c’è anche un dolore così vivo che credevo di essermi sbagliato (…).  

«Quello si faceva chiamare Abu Qutada, era uno importante, un capo. Era salito di grado quando la banda aveva deciso di specializzarsi in sequestri, siriani stranieri soldati. Lavoravano un po’ in proprio, un po’ su commissione, per tutte le bande dei ribelli che avevano bisogno di ostaggi». 

(…) A Rahman nessuno ha chiuso gli occhi con un gesto di pietà, ha la bocca spalancata come se cercasse ancora un po’ d’aria per non morire. La barba intrisa di sangue, mi spia dalla foto con i suoi occhi di rettile. Sembra che sorrida, ma mi accorgo invece che è la forma dei suoi occhi piccolissimi e l’esagerato taglio della bocca che dà questa illusione. Mi mostravi il tuo coltello ricurvo, nel tuo minuzioso travestimento da Bin Laden: cane, un giorno ti ucciderò con questo. Che cosa sei diventato con il tuo Corano e la voce flautata con cui modulavi la preghiera dandoti arie da dotto?  

«All’inizio questo gruppo faceva parte di al Faruq, una delle sigle della ribellione, poi si sono messi in proprio, ma non facevano solo sequestri: commerciavano in droga, se i sequestrati erano poveri vendevano i loro organi, un rene 5.000 dollari, vendevano le ragazzine minorenni come prostitute. Qualche capo è fuggito in tempo in Turchia, con i soldi ha comperato belle case». 

Un bandito eri diventato, senza più ideologie o bandiere, tu che dicevi di essere un combattente di una guerra santa, la parola di Dio dicevi, era un ferro rovente per te. Ma non avevi bisogno di pinze, la impugnavi a piene mani. Un bandito. 

E tu, quello che chiamavano la «vecchia merda»? Sei l’unico anziano di questo gruppo di morti ragazzi: nudo ti hanno fotografato, ora sei affilato e magro, bianco nella morte come i cadaveri dei quadri del Greco. (…) «Non c’è acqua» ridacchiavi, vietandoci di lavarci, mentre si sentivano i rubinetti scrosciare. Adesso taci e sai che cosa è l’ingiustizia. (…) Dicevi che alla tua età il sonno attira l’attenzione della morte, pensavi che non sarebbe giunta finché fossi sveglio. Temevi forse l’angoscia dell’ultimo rantolo? (…)

Ecco l’unica foto in cui c’è un uomo ancora vivo. Mi guarda in primo piano, in testa ha un berretto di lana nero, un po’ di sbieco ambiguo, gli occhi duri come ciottoli. Così guardava quando entrava nella mia stanza di prigioniero.  

Questo è ancora vivo? «No, la foto è vecchia, è morto negli interrogatori». 

Sprono il mio rancore come un cavallo rattrappito, ma esso non risponde più. I ricordi divengono minuscole, remote immagini viste attraverso un telescopio capovolto, sempre più piccole e più lontane, finché non dileguano del tutto. Sì, tutto questo è successo da tanto di quel tempo. Quante esistenze si devono vivere prima di morire?  

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11 thoughts on “Di fronte ai cadaveri dei miei aguzzini, da Domenico Quirico

  1. Il bene e il male… continuo a pensare come nel mio sogno che il bene è più forte, Non perchè Quirico è vivo e i suoi aguzzini morti, questo non c’entra, c’entra che senza quel loro male, stupido consapevole crudele, Quirico , credo, non avrebbe saputo di essere capace di provare “un rancore rattrappito”, anzichè un soddisfatto “giustizia è fatta” .

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    1. non l’avevo seguito molto, allora.

      ma questo articolo mi ha molto colpito.

      nonostante qualche eccesso verso il letterario, che del resto nella mia versione ho tolto di mezzo, seguendo il mio gusto personale.

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        1. giudizio spietato quello della piattaforma, tenerne conto, ajaj

          eppure mi pare di avere gia` visto gabbiani a Roma (molti) anni fa.

          qui, scendendo in citta`, si e` passati di colpo all’afa…

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          1. A me non sembra perché in questa stagione dal giardino vedevo Le Rondini sfrecciare quelle rondini che sono state completamente sostituite appunto dai propri gabbiani attirati dalla discarica sulla Salaria che in linea d’aria sara un 5 km!
            Bel sole senza aaafa!
            Buonagiornata

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            1. nella vita attualmente equamente divisa durante la giornata fra Brescia e le mie montagne, l’afa improvvisa non mi e` risparmiata per ampia parte del giorno – e neppure altro, direi…

              mq recupero qui, al rientro.

              sui gabbiani a Roma non insisto, potrei confondermi, e di sicuro sei piu` attendibile tu che ci vivi da anni.

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