l’alternativa Prodi – 411

Cambiamenti strutturali o resteremo sempre fra gli ultimi – Effetti della crisi – Siamo il Paese che più soffre per un deficit di credibilità

I dati sull’economia pubblicati in questi giorni non sono buoni. Anzi sono oggettivamente cattivi e, soprattutto, cancellano i messaggi di ottimismo abbondantemente seminati nei mesi scorsi, nell’ipotesi che la lunga crisi fosse alle spalle.

La situazione dell’economia mondiale e quella europea certamente non ci hanno aiutato: il commercio internazionale è stanco e l’Europa, insieme a Russia e Brasile, continua ad essere il fanalino di coda del sistema economico globale.

Questo è vero ma non ci resta nemmeno la consolazione del “mal comune mezzo gaudio” perché quello italiano è ormai un male non comune. La crisi ci ha colpiti più di ogni altro e proseguiamo regolarmente a mantenerci nell’ultimo plotone dei paesi europei.

Abbiamo dato la colpa all’invecchiamento della popolazione ma i nostri dati demografici sono identici a quelli di Spagna e Germania che, nel secondo trimestre di quest’anno, sono cresciute rispettivamente dello 0,7 e dello 0,4 per cento.

Abbiamo dato la colpa all’instabilità politica ma, proprio nel periodo di cui parliamo, la Spagna ha raggiunto il massimo livello concepibile di instabilità, obbligata a ripetere le elezioni ma ugualmente incapace di formare un nuovo governo.

Abbiamo dato colpa alla Brexit, dimenticando che essa è arrivata solo alla fine del trimestre in questione, mentre non teniamo conto del robusto contributo positivo che viene all’Italia, paese grandemente importatore, dal crollo del prezzo del petrolio, delle materie prime e delle derrate agricole.

Soprattutto non teniamo conto che il proseguimento dei bassi tassi di interesse rende, per ora, meno gravoso il peso degli interessi del debito pubblico che ancora cresce.

Il nostro scostamento in negativo dura da ormai dieci anni. Esso ci ha fatto perdere quasi un quarto della capacità produttiva industriale ed è talmente grave in quantità e durata che ad esso non può essere posto rimedio nemmeno chiedendo ulteriori sconti nei confronti degli obblighi di contenimento del deficit di bilancio concordati con l’Unione Europea.

Un aumento di flessibilità ci può aiutare solo in presenza di cambiamenti strutturali che ci rendano credibili di fronte all’economia e alla politica internazionale.

Per essere credibili di fronte agli altri dobbiamo però cominciare ad essere credibili di fronte a noi stessi.

Come possiamo pensare che i programmi di nuove infrastrutture possano risvegliare l’economia in tempo ragionevole quando il 70% di essi è bloccato da contenziosi senza fine, nonostante la recente volontà di cambiamento espressa dai tribunali amministrativi? O quando il nuovo codice degli appalti ha, almeno per ora, il risultato di rendere più complesse anche le procedure degli appalti di importi minori?

O quando i contenziosi fra lo Stato e le regioni si stanno moltiplicando per effetto di innovazioni legislative che avevano l’obiettivo di rendere le decisioni più facili e vicine al cittadino?

Come si può essere credibili se si lancia il messaggio di fare del mezzogiorno il crocevia per le fonti di energia del sud Europa e da anni siamo di fronte a una lunga paralisi che ora si manifesta in una disputa sull’abbattimento di 124 piante di ulivo? Anche se sono per definizione affezionato a questo albero a noi italiani così familiare, non credo che la politica energetica italiana debba essere condizionata da un problema di questa inesistente dimensione mentre, nel frattempo, si raddoppia il polo energetico del nord Europa.

Lo zero di crescita dopo dieci anni di paralisi ci insegna che, se non mettiamo mano ai nostri problemi strutturali dominati da scuola e giustizia, non usciremo mai dalla crisi che, al di là di piccoli possibili sussulti del PIL,soffoca come una tenaglia il nostro paese.

Ho parlato della crisi delle strutture pubbliche ma, tra coloro che non credono nell’Italia, dobbiamo elencare anche alcuni protagonisti dell’imprenditoria privata che, senza alcuna situazione di crisi aziendale o prospettive di una crisi imminente, non solo hanno venduto la propria azienda ad attori stranieri o fondi di investimento prevalentemente speculativi ma si sono ben guardati dall’intraprendere nuove iniziative produttive con le risorse ricavate dalla vendita dell’azienda.

Per capire la portata della nostra crisi ricordiamo semplicemente che l’Italia ha raggiunto l’incredibile risultato di non avere quasi più alcuna grande impresa nazionale pur essendo, per dimensione, il secondo paese industriale europeo.

In questi giorni un aspetto consolante della nostra economia è certo costituito dal turismo. La tragica crisi di tutti i paesi del sud del Mediterraneo sta spingendo verso le nostre coste nuovi clienti ma in quota minima rispetto a quanto avviene in Spagna. Ed anche in questo caso nessun nuovo grande investimento è in vista, mentre il piano di sviluppo del settore rimane da quattro anni nei cassetti del ministero. Eppure siamo tutti convinti che, senza gli introiti del turismo, non ci saranno nemmeno risorse per la protezione dei beni culturali.

L’ennesima sosta nello sviluppo ci deve quindi insegnare che non è più il tempo di rimedi parziali o di sussidi temporanei. È tempo di politiche di lungo periodo.

Sono questi i comportamenti e le riforme che chi guarda al futuro ci chiede, indipendentemente dai risultati del prossimo referendum.

. . .

questo e` l’articolo di Romano Prodi sul Messaggero del 14 agosto.

e notate la perfetta congiura del silenzio che accompagna le sue parole, per capire davvero come siamo messi.

Prodi, invece di perdere tempo col dibattito tutto falsato sul referendum, traccia le linee possibili di una politica alternatica al renzismo.

centra il cuore del problema.

mentre tutti siamo stati trascinati nella trappola di un dibattito fuori bersaglio.

. . .

c’e` stato un momento, non proprio precoce, nel quale, qualche anno fa, mi resi conto che Berlusconi non era il genio malefico che aveva cambiato l’Italia, approfittando del dominio delle televisioni,

o, meglio, forse non era soltanto questo.

ma era ormai, in una specie di feedback indistinguibile, l’Italia stessa che aveva trasformato.

mi e` capitato qualche tempo fa di rivedere delle riprese che avevo fatto piu` di vent’anni fa in un viaggio, con un amico, attraverso l’Italia, che ci aveva portato da Brescia fin nel Salento.

citta` dietro citta`, dalla Romagna alla Puglia, mi era difficile riconoscere quasi quel paese,
nel quale nel frattempo e` avvenuta una trasformazione della quale non ci siamo quasi neppure resi conto:
eravamo un paese piu` povero e straccione 25 anni fa.

ma eravamo indubbiamente anche un paese piu` felice.

oggi l’astio e il rancore, l’aggressivita` volgare e gratuita, dominano le nostre vite.

. . .

dalla crisi del 2008 questo paese non e` ancora sostanzialmente cambiato.

e` un paese gaudente e benestante tuttora:
le sacchie di poverta`, tutt’altro che minori (5-6 milioni di persone) non sono visibili:
si mimetizzano vergognose nel tessuto sociale simil-benestante.
vive la decrescita, ed e` una decrescita infelice, ma lenta e soprattutto risparmia i ceti piu` benestanti, che sono piu` in mostra.

questa estate di gente in ferie e` la conferma che il modello culturale del consumismo beota berlusconiano resiste nella versione incattivita ed astiosa del renzismo.

e Renzi non e` (soltanto) l’artefice malvagio dello snaturamento della sinistra, ma la versione di questa concezione della vita gaudente e poco responsabile,

solo aggiornata e ben poco amata

(a differenza di Berlusconi nei suoi anni migliori).

. . .

la linea politica ed economica di Renzi e` sostanzialmente la stessa che ha portato all’esplosione del benessere apparente degli ultimi anni:

vivere al di sopra dei propri mezzi,

alimentare col debito crescente i consumi.

il Sessantotto aveva attaccato il consumismo e la moderna sinistra dovrebbe essere figlia in qualche modo di quelle idee, ma le ha rinnegate.

basta guardare la stampa progressista o simil-democratica di questo paese e confontarla con quella analoga di qualche paese straniero.

giornali che sono vetrine pubblicitarie, dove qualche approfondimento serve da richiama per le allodole:

istigazioni al consumo di una borghesia refrattaria.

. . .

questa politica, se osservate, e` l’unica che l’intera classe politica italiana in coro e` in grado di proporre.

l’hanno battezzata neo-keynesismo, ma e` un abuso.

Keynes non e` mai stato favorevole alla bestialita` dell’indebitamento statale per lo sviluppo dei consumi privati.

keynesismo da pensionati,
che ipoteca il futuro delle nuove generazioni per un benessere di breve durata:

dei benestanti, prevalentemente anziani.

Keynes parlava di sviluppo degli investimenti pubblici produttivi in periodi di crisi,

non di indebitamento statale per il consumismo privato.

sembra che si sia dei penosi semplicisti, per non dire sempliciotti, se si prevede che al fondo di questo percorso ci sta una catastrofe.

sembra che si sia dei gufi o degli jettatori che godono delle sventure se si osserva che il modello non funziona piu`.

sembra che si sia dei grotteschi complottisti se si evidenzia che questa presunta politica economica serve solamente agli interessi della finanza, che gia` controlla il paese:

piu` debito significa certamente piu` interessi.

e agli interessi di qualche centro ben organizzato di spesa superflua:

vedi industria automobilistica e Marchionne in particolare.

. . .

insomma, i veri leader della sinistra in Italia sono De Benedetti e Marchionne.

e il resto sono salmerie al seguito.

economisti ed esperti ben pagati ripetono il mantra periodico della richiesta all’Unione Europea di maggiore flessibilita` sul nostro indebitarci progressivo, cioe` la richiesta di piu` corda per impiccarci.

la sinistra estrema (cosiddetta) e` estrema solo dal punto di vista caratteriale, nel richiedere di sviluppare questa politica con toni piu` esagitati,

ma non chiede niente di diverso.

e quella grillina e` soltanto una variante un poco piu` saggia di questa stessa politica:

chiede giustamente un drastico ridimensionamento dei costi folli della politica mafiosa e clientelare che avvelena il paese.

Stipendio-parlamentari-vs-cittadini-NonleggerloStipendio-parlamentari-vs-cittadini-Nonleggerlo

chiede anche forme di salario sociale per i disoccupati al posto degli 80 euro mensili per i gia` occupati.

anzi, giusto per precisare che l’orizzonte mentale e` lo stesso, lo chiede sotto forma di reddito di cittadinanza, sganciato pare, nelle ultime esternazioni di Grillo, da qualunque prestazione corrispettiva.

un elogio dell’ozio:

dolce vita e dolce far niente, del resto sono una tradizione nazionale.

. . .

c’e` qualche proposta alternativa?

c’e` stata la politica di Monti, con le sue ombre, che tuttavia in pochi mesi ha preso alcuni provvedimenti, sommamente impopolari, che lo hanno rapidamente espulso dalla vita politica e restituito ad una dimensione privata.

tuttavia sarebbe semplice realismo dire che i provvedimenti di emergenza e nettamente classisti presi da  Monti hanno rappresentato, con la loro correzione parziale dei conti, la via d’uscita dal crollo del berlusconismo.

detto in poche e schiette parole, e` un imborglione ed un abusatore della fede pubblica chiunque non riconosce a Monti questo meritoso.

ma Monti, alla fine, ha soltanto ricostituito la base oggettiva sulla quale ha potuto rilanciarsi il renzismo, cioe` il berlusconismo aggiornato del cavallo che non beve.

. . .

Berlusconi ha negato la crisi fino a che non lo ha travolto alla fine del 2011:
bastava l’ottimismo per rilanciare i consumi.

Renzi ci ha aggiunto gli 80 euro, ma i consumi languono ugualmente.

qualcuno dovrebbe spiegare del resto come possono crescere piu` di tanto i consumi se;

  1.  la quota della ricchezza sequestrata dagli iper-plutocrati cresce ed e in larga parte destinata a operazioni finanziarie, cioe` a finanziare il debito pubblico e privato
  2. la popolazione e` in una situazione di stagnazione demografica e non siamo in calo unicamente per l’apporto degli immigrati che, generalmente, vivono in condizioni di semi-poverta` relativa, e comunque impegano parte importante dei loro redditi ancora per sostenere le famiglie rimaste in patria
  3. una parte importante della popolazione vive ancora su standard di vita elevati e ha gia` a disposizione in abbondanza i prodotti necessari ad una vita nel consumismo
  4. mancano al momento innovazioni tecnologiche importanti che presentino nuovi prodotti da acquistare.

ma soprattutto qualcuno dovrebbe dirci perche` mai dovrebbero crescere ancora i consumi in un pianeta in pericolo di autoconsumazione.

qualcuno dovrebbe porre le basi di una prospettiva economica e sociale diversa: di un benessere pubblico basato su consumi stabilizzati e compatibili.

. . .

rimane Prodi, una voce sola fuori dal coro, a porci problemi almeno in parte simili.

non la condivido sempre, e tuttavia spicca per la qualita` dell’analisi.

e per il suo essere nettamente controcorrente.

. . .

in questo periodo Prodi e` strattonato perche` si schieri a favore della deforma-Costituzione renzina.

su questa non parla, pero`, fino a questo momento, ostinatamente.

il suo articolo del 14 agosto spiega bene perche`.

la riforma costituzionale Renzi e` non solo una ciofeca, ma un errore strategico,

sul quale il bulletto sta sprecando la legislatura in corso

e rischia di sprecare anche la prossima.

una riforma che ha richiesto, come ricordano i suoi sostenitori incoscienti, un paio d’anni di parlamento per essere varata,
ma una riforma monca che attende un lavoro di completamento altrettanto lungo, se non di piu`,
e per giunta scritta malissimo,
cosi` che perfino chi l’ha varata promette (ma sarebbe meglio dire minaccia) che ci saranno delle correzioni, una volta approvata.

. . .

Renzi doveva tagliare la spesa pubblica superflua, disboscare i costi esorbitanti della politica, fare la riforma del processo penale e civile, rinnovare sul serio la scuola e il sistema dell’istruzione, combattere con decisione l’economia sommersa e il malaffare.

queste sono le riforme necessarie per rilanciare il paese.

sono riforme per le quali occorrono idee e strategie che non ha, peraltro.

da limitato politicante ha invece concentrato l’attenzione sui processi decisionali e sulla tutela della casta politica dal malcontento indistinto degli elettori.

riforma elettorale e rifacimento della Costituzione sono stati invece i due fulcri strategici della sua azione.

come se il centro del problema italiano fosse nella rapidita` delle decisioni e non nelle loro qualita`.

. . .

io spero che al referendum vinca il NO non soltanto ad una pessima Costituzione, ma anche ad una pessima politica.

mi piacerebbe che il NO nascesse da una presa di coscienza del bisogno di cambiare pagina davvero.

ma se anche vincesse il si`, avremmo un parlamento semi-dimezzato e un governo di minoranza piccola a piacere, ma nulla cambiera` in Italia se la classe dirigente di questo paese non si rivela in grado di assumere con responsabilita` il cammino di una riforma globale della nostra vita pubblica, non della Costituzione,

e della riduzione, ma anche della rinegoziazione del debito, come parte di questa politica.

Annunci

Lascia un commento, soprattutto se stai scuotendo la testa. Un blog lo fa chi lo commenta. E questo potrebbe diventare il tuo blog.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...