la raccolta delle nespole – 549

il nespolo, ovviamente, aveva fatto il suo dovere anche l’anno scorso.

ma io non sapevo neppure come si chiamava.

avevo assaggiato questi frutti ancora semi-acerbi, di colore marrone, oscuri ed asprigni, cogliendoli dal ramo.

legavano la bocca, e li avevo lasciati marcire sull’albero, chiedendomi che roba fossero.

. . .

sono sorbi, mi aveva detto qualcuno.

ho controllato, ma ho visto che il sorbo e` rosso, molto piu` piccolo, ed e` usato dai cacciatori per richiamare gli uccelli.

anche Dante ne parla male: li lazzi sorbi, li definisce…

e qui lazzo significa di sapore acre, aspro, agro.

ma Pascoli usa lazzo anche per il cigolio del carro…

eppure anche i sorbi si possono mangiare, se li si fa fermentare sulla paglia.

e in questo condividono effettivamente il destino del nespolo.

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. . .

che quelli sul mio albero fossero nespoli non mi pareva.

avevo avuto un nespolo, a Brescia, con una storia strana, che vale la pena di accennare.

mio cugino aveva regalato a mia madre, per un compleanno, una bella pianta sempreverde.

che era cresciuta di anno in anno in casa, fino a che era diventata ingombrante,

ed era finita allora nel piccolo parco condominiale, proprio davanti al davanzale della cucina, vicina al mandorlo.

li` la crescita era diventata impetuosa ed erano comparsi i primi frutti, dolcissimi, di colore arancione.

io facevo l’insegnante di liceo ed ogni anni avevo una quinta alla quale dovevo parlare della casa del nespolo, dei Malavoglia del Verga.

nominandola, io rivedevo quel nespolo che c’era nel mio giardino.

che alla fine aveva anche ucciso il mandorlo, perche` lo avevamo piantato troppo vicino.

per il me quello era il nespolo, anche dei Malavoglia!

un albero che produceva frutti dolcissimi, da ultimo in grandi quantita`,

che sfamavano la voglia di nespole di un condominio intero.

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. . .

tutto sbagliato: quel nespolo (lo vedete qui sopra in fotografia) e` una pianta immigrata.

neppure profuga…

viene dal Giappone: e` arrivata in Europa nel Settecento, all’inizio come pianta ornamentale, essendo sempreverde;

qui poi e` stato via selezionata in funzione della produzione di frutta,

e grazie alla selezione realizzata dagli agricoltori, le varietà con frutti più grossi, sono state utilizzate anche per l’alimentazione,

e oggi una pianta matura ne produce circa 30 chili, in primavera.

le foglie servono contro il diabete, pensa un po’.

di sicuro la prossima primavera ne metto a dimora uno…

. . .

ma questo albero, che ho scoperto essere un nespolo tradizionale locale, invece porta a maturazione i suoi frutti adesso, nel tardo autunno.

e i frutti hanno una somiglianza solo piuttosto vaga con quelli della varieta` giapponese.

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. . .

insomma, anche le nespole sono pluri-etniche.

i frutti originari hanno un aspetto molto dimesso,

e quando cadono per terra si confondono facilmente con le foglie secche dell’albero, di cui hanno lo stesso colore.

spesso, cadendo, assumono anche un aspetto un po’ splatter, perche` sono fragili.

sono dolci, ma un poco  meno compatti e quasi leggermente farinosi.

ma soprattutto si possono mangiare solamente quando appaiono molto maturi,

anzi praticamente marci.

. . .

ma voi lo sapevate che questo non sarebbe poi particolarmente strano?

gli antichi romani mangiavano la frutta appunto quando era marcia!

anche le mele e le pere dovevano marcire per diventare commestibili, secondo il loro gusto.

io credo che questo dipenda dal fatto che la frutta era ancora poco selezionata e piuttosto aspra, non dolce, come altri duemila anni di selezione l’hanno fatta diventare.

ad esempio, le mele che nascono dai miei tre quattro meli sono di una specie piuttosto datata:

quindi hanno un sapore leggermente asprigno e una polpa rosseggiante per ricchezza di ferro;

sono squisite, ma scontano la bonta` del sapore con la facilita` con cui subiscono bitorzoli, ammaccature e vermiciattoli, che le escludono dal mercato.

ecco qualcosa su cui meditare: la trasformazione stessa di frutta e verdura per adeguarle ad un modello astratto di commerciabilita` estetica.

ma io non cambierei mai le mie mele nanerottole ed autentiche di montagna con le insipide figlie moderne e dolciastre dell’Alto Adige, cresciute a fertilizzanti, anticrittogamici ed irrigazione artificiale…

. . .

il tempo e la paglia maturano le nespole, dice un vecchio proverbio.

perche` il modo migliore di raccoglierle e` di staccarle dal ramo ancora un poco acerbe, e poi farle maturare in cantina su un letto di paglia, in modo che restino intatte e almeno un pochino presentabili.

pero` leggo anche che i frutti che maturano sul ramo sono migliori.

io cosi` ho fatto, questa volta per semplice ignoranza.

ed ecco giunto il momento di raccogliere le nespole nel pomeriggio autunnale.

. . .

conclusioni di questa storia del nespolo come frutto trasversale, storia piena di suggestioni e significati:

alla fine le nespole giapponesi hanno cacciato dal mercato le nespole originarie:

quelle rare volte che trovate le nespole in un negozio, sono quelle giapponesi.

le nespole di campagna di una volta non hanno mercato.

storie di ordinaria immigrazione, che volete?

in fondo anche pomodori, peperoni, melanzane e patate sono immigrati dei nostri orti,

che sono  multietnici senza saperlo…

. . .

ma queste nespole dimenticate dai supermarket sono straordinariamente buone.

forse anche perche` me le raccolgo da me, mentre il pomeriggio volge al tramonto e la Conca d’Oro valsabbina riposa davanti a me, avvolta in sottile velo grigio di foschia.

e la falce della luna compare, a sole tramontato e raccolto finito…

a dire come puo` essere bello il mondo se ti dimentichi per un po’ degli umani.

e perdonate se la foto e` un po’ mossa, ma ne ho fatta una sola.

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