Il Veneto dalla lingua biforcuta – 562

Lasciamo perdere la ripresa dei riti stucchevoli e insopportabili della politica italiana.

Dedichiamoci ai problemi veri.

il Consiglio Regionale del Veneto ha dichiarato due giorni fa che i veneti sono una minoranza nazionale.

Indipendentemente da ciò, si prepara ad un referendum per chiedere lo Statuto Speciale come regione autonoma.

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Il testo della Legge Regionale non l’ho ancora trovato in internet, ma e’ facile trovare invece il Progetto di Legge PD 116, che dovrebbe essere stato approvato senza modifiche.

la sua lettura è molto interessante, soprattutto nella premessa.

Sia per la ricostruzione storica delle vicende del popolo veneto, sia per la discussione giuridica.

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La Costituzione italiana infatti attribuisce nell’art. 6 alla Repubblica e non ai consigli regionali la tutela delle minoranze linguistiche.

Il veneto è inserito col codice VEC come lingua nella tabella ISO 639-3, che codifica 7776 lingue esistenti nel mondo, ad opera di una associazione indipendente dai governi ma internazionalmente riconosciuta.

Tuttavia nel 1997 il parlamento italiano ha rifiutato il riconoscimento al veneto dello status di lingua di una minoranza linguistica.

E allora la delibera del Consiglio Regionale del Veneto è  semplicemente un atto anticostituzionale?

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In realtà la legge approvata prova ad aggirare il problema e definisce i veneti come una minoranza non linguistica, ma nazionale.

Su questo aspetto la Costituzione tace, e il problema ha dei risvolti abbastanza sorprendenti ad esaminarlo bene.

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Come noto, il Veneto, che allora comprendeva anche la parte del Friuli corrispondente alle attuali province di Udine e Pordenone, fu annesso all’Italia nel 1866, a conclusione della cosiddetta terza guerra di indipendenza,  in realtà  alla guerra fra il neonato Regno d’Italia, alleato a quello di Prussia, contro l’Impero d’Austria – che soltanto l’anno successivo sarebbe diventato l’Impero Austro-Ungarico.

Tuttavia in quella occasione fu tenuto un plebiscito tra gli abitanti della Regione per acquisire il loro consenso all’annessione.

Gesto luminoso di rispetto mazziniano della volontà dei popoli? Un referendum simile ad esempio non fu affatto tenuto alla fine della prima guerra mondiale, nonostante Wilson, nei territori annessi allora, anche perché  avrebbe messo bene in chiaro la contrarietà  di una parte di quelle popolazioni.

Per niente: fu l’Austria a richiederlo e a farne inserire l’obbligo nel trattato di pace.

Oltretutto l’Austria in quel trattato non cedeva il territorio del Veneto direttamente all’Italia, che era stata abbondantemente battuta in quella guerra, ma, in modo umiliante per noi, alla Francia, che a sua volta si impegnava a cederlo all’Italia dopo consultazione delle popolazioni interessate.

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Il plebiscito fu una truffa, come consentiva allora il livello culturale e politico mediocrissimo di quelle popolazioni.

Al plebiscito partecipò soltanto il 30% della popolazione, il voto non era segreto, ma ad ogni votante veniva consegnata una scheda di colore diverso per il SI o per il NO, annotando il fatto nei registri elettorali; i verbali dei seggi non sono consultabili e la proclamazione ufficiale dei risultati, rimasta non verificabile, diede il 99,99% dei votanti favorevoli.

Come nel referendum siciliano di qualche anno prima, ben descritto nel Gattopardo, lo stato italiano chiariva fin dalle origini la sua natura: manipolazione, inganno e disprezzo del popolo, che sono del resto la cifra costante della sua storia.

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Tuttavia, accettando di svolgere quel referendum, lo stato italiano ha riconosciuto indirettamente e senza accorgersene che esisteva una popolazione con carattere ben distinto, alla quale chiedere se intendeva o no fare parte del nuovo stato.

Del resto l’ipotesi di un  Veneto indipendente come un secolo prima sotto Venezia, era pure stata considerata possibile e discussa in quei giorni.

Insomma, quel plebiscito manomesso sarebbe la premessa giuridica di un avvenuto riconoscimento del popolo veneto come unità  a sé.

E quindi anche di un futuro diritto alla secessione?

No, la nostra costituzione non lo consente.

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Sul piano linguistico, poi, che il veneto sia una vera e propria lingua non è possibile discuterlo. Lo dico come veneto di origine che non la parla.

l’uso del Veneto nella regione ha dimensioni e portata ben diversi dall’uso del dialetto in altre regioni, tranne forse il sardo (ma qui non ho conoscenze dirette).

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Per una strana coincidenza ho passato la mattina di ieri qui a Stuttgart in una mostra sugli Schwaben, cioè sugli Svevi, come vengono chiamati gli abitanti del Baden-Wuerttemberg.

Questi hanno un proprio dialetto così  marcato e differente dal tedesco standard che potrebbe essere considerato una lingua a sé, se soltanto avesse anche quella tradizione letteraria che invece il veneto ha.

Dei Suebi parla abbastanza ampiamente Cesare nel De bello gallico, descrivendoli come una popolazione che abitava la zona all’incirca corrispondente a quella degli Svevi d’oggi.

Per me la continuità tra i Suebi del primo secolo avanti Cristo e gli Schwaben del medioevo e dei giorni nostri era sempre stata fuori discussione.

Bene, con sorpresa, dalla mostra densa di informazioni ho appreso che in Germania questa continuità è fortemente messa in discussione e comunemente non accettata.

Non è  affatto detto che gli Schwaben attuali e del medioevo siano i diretti discendenti dei Suebi che aveva conosciuto Cesare, anche se vivono negli stessi territori.

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l’evidente e innegabile continuità del nome non basta a dimostrare che ci sia stata effettivamente anche una continuita’ di tipo etnico, secondo i curatori della mostra, in mancanza di altre prove.

La cosa non viene neppure dimostrata in modo particolare, ma viene data quasi per scontata.

In sostanza, popolazioni di origine diverse che si avvicendano nello stesso territorio possono conservare la stessa denominazione anche se sono etnicamente differenti.

Ovvio, direi, e basta considerare i fenomeni migratori attuali per capirlo:

tra qualche generazione avremo ancora un popolo italiano in Italia, ma esso sarà  formato da un mix interetnico e non sarà  la meravigliosa prosecuzione biologica del popolo originario, del resto formatosi a sua volta in questo modo.

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Purtroppo questo aspetto del problema sfugge totalmente alla consapevolezza degli estensori della legge che affermano come indiscutibile la continuità  etnica tra i Venetici del secondo o terzo millennio avanti Cristo ed i Veneti di oggi.

E su questa base si proclamano minoranza etnica.

Pretesa che sarebbe plausibile solo se per migliaia di anni i Veneti fossero rimasti estranei ad ogni contatto col resto del mondo.

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Ma il vero problema che questa delibera regionale veneta pone non è  di tipo storico o linguistico, ma sociale.

Se esiste un popolo veneto distinto da quello italiano, ed una lingua veneta distinta da quella italiana, allora, per lavorare in Veneto nelle amministrazioni pubbliche, occorrerà un patentino di conoscenza linguistica del Veneto, come avviene per il tedesco in Sued Tirol.

È proprio quello che prevede la legge regionale, mescolando pero’ di nuovo i concetti di minoranza linguistica e di minoranza etnica…

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L’introduzione del patentino linguistico della conoscenza della lingua veneta è palesemente un provvedimento che va a tutela di una minoranza lingusitica.

Non di una minoranza etnica, oltretutto presunta e non dimostrata.

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Inoltre il patentino discriminera’ in futuro chi è veneto di origine, ma non di lingua, come me, che sarà  considerato uno straniero nella sua terra.

Insomma, un autentico pasticcio che non prepara nulla di buono.

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14 thoughts on “Il Veneto dalla lingua biforcuta – 562

  1. Premettendo che i dialetti mi piacciono, li trovo una fisionomia zonale che un spesso evidenzia il carattere collettivo di una comunità, sia con i vocaboli che con l’inflessione della pronuncia, non mi piacciono le iniziative cui fai cenno. Ci si riempie sempre la bocca di futuro ma si guarda sempre indietro, sempre più indietro fino a trovare un motivo utile a scopo del presente. Non funziona guardare indietro, disse Orfeo 😉

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    1. A proposito di Orfeo. C’è anche la versione di Offenbach: Orfeo in realtà non ha nessuna voglia di recuperare Euridice. Ma è costretto a farlo dalla pressione sociale a cui non si sa sottrarre. Chissà se c’entra. Ma stavo giusto tentando di parlarne nel post incompiuto di poco fa

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  2. E’ partito il commento quando ancora era in fase di riflessione e costruzione. 😦
    E ora?

    boh…continuo qui

    All’incirca la mia riflessione è un modo grossolano per cercare differenze tra lingua e dialetto. Ci hanno provato in tanti molto più preparati e autorevoli di me. Io cerco di dare una mia spiegazione.

    E’ sicuramente più facile parlare di lingua sarda poichè è diffusa in tutta la regione dove i confini sono bene definiti essendo la Sardegna un’Isola.

    La difficoltà del suo riconoscimento è la poca presenza di documenti letterari, istituzionali scritti. La lingua sarda ha un passato linguistico tramandato oralmente.
    Sono presenti scritti autorevoli in testi ecclesiastici. I così detti Condaghes che sono dei documenti ecclesiastici Logudorese-nuorese, campidanese. E pochi altri di natura diversa.

    Negli ultimi tempi la Regione Sardegna ha preso in mano la situazione e ha costruito, riunendoli, i maggiori dialetti dell’Isola (Logudorese-nuorese, campidanese) per fa si che tutti i sardi usino una lingua uguale definendola: Limba Sarda Comuna.

    “La Limba Sarda Comuna (LSC) è una forma di scrittura della lingua sarda, creata con lo scopo di trascrivere le numerose varianti del sardo parlato con uno standard unico, e sperimentalmente adottata nel 2006 dalla Regione Autonoma della Sardegna per la redazione di documenti ufficiali in uscita, con carattere quindi di ufficialità.” Da wikipedia.https://it.wikipedia.org/wiki/Limba_Sarda_Comuna

    Tutti i cittadini sardi possono scrivere alla RAS in lingua sarda e l’amministrazione regionale rispondere nella stessa lingua con traduzione a margine in italiano, naturalmente.

    Le istituzioni possono fare moltissimo ma ancora di più possono fare i genitori continuando a parlare in sardo in famiglia, soprattutto con i piccoli. Nelle città la lingua sarda è meno parlata che nei piccoli centri.
    Viceversa in questi pare ci sia davvero un accrescimento della stessa.

    Per quanto riguarda il Veneto non saprei dire, non ne conosco la realtà.

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    1. Molto interessante questo commento e risponde bene ad alcune mie curiosità sul sardo.

      Io non so più se il veneto abbia conservato quella dignità di lingua che aveva certamente fino a cinquant’anni fa, come dicevo nel commento qui sotto.

      Manco da troppo tempo. Ma certamente quando vado a trovare i miei cugini che abitano in regione ci parliamo in italiano e non in veneto, forse perché io l’ho dimenticato, forse perché uno aveva la mamma francese e ha un fratello in Inghilterra, l’altra ha sposato un principe pakistano e ha i figli che vivono uno a Praga e l’altro a Dubai, ecc. ecc.

      Insomma credo che la mia famiglia sia l’espressione sia sul piano linguistico che su quello biografico di un Veneto viaggiatore, marinaro ed esploratore e non di quel Veneto rurale chiuso che ritrovo in questa legge.

      Ma credo che questo sia anche il profilo prevalente in chi vive lì oggi.

      Venendo al sardo, l’esistenza di documenti ecclesiastici redatti in sardo documenta bene secondo me il carattere di lingua del sardo in passato, proprio perchè usata dalla classe colta per eccellenza, dal clero.

      Oggi però non saprei dire se il sardo è tuttora usato correntemente nelle conversazioni delle gente comune e anche in quelle un po’ più ufficiali.

      In ogni caso la difesa delle lingue anche al tramonto (come è certamente quella veneta) è doverosa, con iniziative linguistiche però.

      Tu mi hai descritto bene iniziative positive della Sardegna.

      Chi usa invece la lingua per alimentare processi di chiusura corporativa danneggia per prima cosa la lingua stessa, facendone uno strumento di lotta politica di parte.

      Non mi pare, a quel che dici, che in Sardegna si sia mai pensato di introdurre il tesserino di bilinguismo per accedere ai posti pubblici, come è avviene invece in Sued Tirol e come vorrebbero fare in Veneto.

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      1. Sicura mente anche qui i partiti indipendentisti portano la lingua sarda come il loro cavallo di battaglia ma per ora non sono al governo della regione e in ogni caso questa strada sperimentale vede La giunta impegnata anche attraverso degli appositi sportelli informativi e divulgativi impegnata sulla via per il riconoscimento ufficiale della lingua.
        Pensa che alcune tesi sono già state presentata e, quindi esposte in lingua sarda. È questo mi sembra un ottimo segnale di come la popolazione e le istituzioni si muovano nella stessa direzione senza volerne fare motivo di divisione alcuna ma l’esatto contrario.

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        1. Ecco la Sardegna come esempio positivo di una difesa della lingua che non è messa a servizio della discriminazione.

          Ma sui partiti autonomisti sardi leggevo oggi di uno che ha ritirato l’appoggio alla giunta mentre un altro l’ha mantenuto…. ???

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  3. E’ bene chiarire innanzi tutto la differenza tra: dialetto e lingua. Cosa non facilissima. Il sardo è comunque una lingua, all’interno di questa lingua tanti sono i dialetti che ancora vivono (anche se sempre più rari).
    Il dialetto ha una caratteristica territoriale limitata ad un luogo che non è una lingua poichè non riconosciuta dalla molteplicità delle persone che in quel luogo risiedono.

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    1. Non credo che la distinzione fra lingua e dialetto abbia una precisa base linguistica, ma credo che abbia invece un fondamento convenzionale su base sociale.

      Un dialetto può essere considerato una lingua quando non è parlato soltanto dagli strati più bassi dalla popolazione, ma è nell’uso comune anche della classe dirigente di quel territorio, almeno nelle relazioni interne.

      I linguisti dicono quasi la stessa cosa quando per definire lingua un dialetto chiedono che abbia anche delle espressioni letterarie, ossia che documenti di non essere semplice lingua d’uso, ma anche lingua “ufficiale” almeno sul piano letterario.

      Insomma come foresta avrebbe detto Gramsci (che se non ricordo male si occupò della cosa, ma adesso mi è difficile verificarlo) anche la lotta per dare dignità di lingua a un dialetto è un’espressione della lotta di classe.

      In questo senso il veneto della mia infanzia e forse anche il sardo erano pienamente lingua, visto che il prete predicava in Veneto in chiesa e in Veneto si faceva lezione perfino nei licei.

      Oggi non so.

      Ahimè, credo di averti dato una risposta un po’ da professore nel tono e con un po’ di dilettantismo nella sostanza…. 😯

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