Prodi, le onde, le montagne, le nuvole, la memoria – 90

il ciclo di conferenze a Brescia inaugurato ieri da Prodi si intitola Il disordine globale. Scenari di un mondo in trasformazione.

la sala dell’Auditorium San Barnaba era stracolma, anche se la netta prevalenza era di teste canute.

che ascoltavano un Prodi decisamente molto giovanile e per niente canuto, beato lui.

fa bene la bicicletta, eh?, commenta a me un coetaneo.

(ma siamo di fronte ad un rapporto di causa effetto apparente:

non e` la bicicletta che spiega Prodi, ma Prodi che spiega la bicicletta per lui).

. . .

mi viene irresistibilmente in mente, scrivendo (e forse si scrive anche per questo) un’altra sala stracolma a Brescia, quella del teatro Santa Chiara cinquant’anni fa esatti, nel 1967:

credo che il ciclo si chiamasse Incontri di Cultura ed era rivolto agli studenti.

accorrevamo numerosissimi ad ascoltare docenti democratici che ripercorrevano la storia della cultura europea;

e li`, senza che nessuno di noi lo sapesse, si preparava il Sessantotto.

a breve quei docenti non sarebbero piu` stati considerati dei maestri, ma criticati perche` troppo moderati.

ironicamente dico tra me che probabilmente una parte almeno dei partecipanti di ieri pomeriggio erano gli stessi del pomeriggio di cinquant’anni fa.

i sopravvissuti, quanto meno.

. . .

ma la domanda a cui voglio arrivare e` un’altra:

quanta possibilita` ha il nostro modo di pensare di raggiungere le nuove generazioni oggi?

mi pare sempre piu` difficile.

abbiamo formato dei figli e degli allievi, ma non credo che riusciremo a raggiungere i nostri nipoti.

(a me poi manca molto il contatto vivo con degli adolescenti che la scuola mi ha consentito fino a tre anni fa e il continuo svecchiamento mentale che mi imponeva cercare di restare al passo con loro).

sto pensando ai reduci garibaldini alla vigilia della prima guerra mondiale:

ecco, anche allora era cinquant’anni dopo: dagli anni Sessanta di un secolo ai tremendi anni Dieci dell’altro.

potevano parlare ancora, dire qualcosa di utile ai giovani entusiasti che partivano volontari per il fronte dove molti avrebbero lasciato la vita?

oppure erano visti gia` col fastidio che si dedica a un monumento retorico, perche` morto, e ingombrante?

. . .

temo che il tempo in cui il nostro approccio culturale era ancora vitale e spontaneamente comunicativo sia passato.

e questo dovrebbe avere anche dei riflessi sul tempo da dedicare a un blog, ad esempio.

non credo che abbiamo torto, questo no.

credo che abbiamo una ragione inutile perche` troppo difficile da comunicare.

. . .

l’intelligenza politica e`, per noi, prima di tutto la capacita` di leggere nel presente e di intuire il futuro.

e` l’esercizio di facolta` intellettuali particolarmente complesse:

l’analisi, l’interpretazione, la generalizzazione (fin dove possibile), l’induzione.

puoi averla questa intelligenza e intravvedere molto faticosamente (o credere di farlo), le linee di movimento della storia che si sta facendo sotto i tuoi piedi.

ma non serve a nulla, questa intelligenza del futuro, se chi vivra` questo futuro che sta chiudendosi a te, non puo` capire piu` il tuo messaggio.

gli risulta troppo complesso.

. . .

i termini della comunicazione pubblica sono profondamente cambiati.

e forse bisogna sforzarsi di capire bene perche`.

anche Prodi lo ha accennato, ad un certo punto.

ho dovuto seguire la conferenza in piedi e non ho potuto prendere appunti.

ma diversi argomenti toccati da Prodi me li sono stampati bene in testa

e questo punto lo ricordo bene:

Non ci sono mai state nella storia d’Europa tre generazioni senza guerre come dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla fondazione dell’Unione Europea ad oggi, ha detto Prodi.

e ora io riprendo e sviluppo il suo accenno.

. . .

questo orizzonte della pace perpetua (per chiamarla come aveva fatto Kant), per le generazioni attuali e` un dato naturale.

la pace non e` affatto scontata per chi ha vissuto bambino la guerra, come Prodi,

oppure l’ha sentita ancora vicina nei racconti familiari, come puo` essere per me che ho dieci anni meno di lui.

noi siamo della generazione che ha dovuto manifestare vent’anni dopo la fine di quella guerra contro la nuova guerra nel Vietnam, per impedire che l’Europa vi partecipasse.

era il momento in cui la terza guerra mondiale, la guerra fredda (come la battezzo` Orwell), nata subito dopo la fine della seconda, diventava di nuovo guerra calda, tradizionale, come era stata nella guerra di Corea, quindici anni prima.

2 milioni e 800.000 morti la guerra di Corea (1950-53); 5 milioni di morti nella guerra del Vietnam (1955-1973); 2 milioni di morti nella prima guerra in Afghanistan (1979-1989): che sono poi le tre grandi fasi della guerra fredda.

non la chiamiamo mondiale questa guerra, no qui, forse soltanto perche non fu combattuta in Europa.

fredda soltanto perche non combattuta con le bombe atomiche,

ma non fu forse davvero mondiale, anche se combattuta soprattutto in Asisa, con i suoi 10 milioni di morti almeno nei tre teatri principali?

e altri morti si dovrebbero aggiungere su scenari minori e in conflitti piu` brevi collaterali.

ecco, chissa` come (ma il processo e` naturale), la memoria storica vivente di questo conflitto durato cinquant’anni si e` sbiadita.

. . .

i figli della pace e della societa` benestante costruita dalla nostra generazione e da quella dei nostri padri in questi decenni, considerano la pace, il benessere, la liberta` come dati acquisiti per sempre.

non esiste piu`per loro la politica come impegno collettivo per salvaguardarle;

la politica, se vogliamo chiamarla cosi`, si riduce alla difesa del proprio interesse particolare, perche` il quadro d’insieme e` gia` dato e non crea problemi.

il politico leader non e` piu` quello che dimostra di sapere analizzare meglio una realta` complessa,

ma quello che sa dare forma piu` incisiva ad un bisogno immediato.

che non deve affatto essere collocato in un quadro da costruire, perche` il quadro c’e` gia` e viene pensato come indiscutibile.

. . .

ber buttarla in filosofia spicciola, l’essere umano, se liberato dal bisogno, sa dare il peggio di se` e diventa facilmente stupido.

e` una maledetta contraddizione.

gli esseri umani ricominceranno forse a pensare soltanto quando vedranno concretamente di essere in pericolo?

ma sapranno poi capire le cause vere del loro pericolo?

c’e` da dubitarne.

e` inutile che qualcuno conosca, abbia studiato, capisca piu` in grande se attorno a se` ha soltanto esseri meschini che seguono le loro emozioni.

. . .

faccio un esempio: se la dinamica demografica spontanea vede la perdita di 20 milioni di abitanti in Italia nei prossimi trent’anni non risulta evidente che l’immigrazione e` indispensabile?

non e` evidente che il problema vero non e` di arginare i flussi migratori nel senso di cercare di impedirli, ma di indirizzarli e governarli, come fatto benefico, in modo che la cultura del nostro paese si trasmetta nei suoi aspetti fondamentali anche ai suoi nuovi abitanti?

eppure e` assolutamente impossibile spiegare questa dimensione del problema a chi, di fronte all’immigrazione, percepisce soltanto il problema del suo personale (e discutibile) fastidio di fronte a usi, lingue, abbigliamenti sconosciuti.

a che cosa serve avere studiato i problemi migratori durante un corso di laurea, come e` capitato a me?

… sapere che l’immigrazione e` una risorsa per il paese che accoglie, tanto e` vero che i paesi piu` ricchi sono paesi di immigrazione (dagli USA all’Australia, del Canada alla Germania del dopoguerra)

e perfino la Cina dove l’immigrazione e` quasi completamente assente, ha costruito il suo successo economico su gigantesche migrazioni interne.

ma queste affermazioni, che nascono dalla consapevolezza, sono ascoltate con fastidio da chi considera che il mondo coincida con le sue fobie e i suoi desideri.

. . .

ecco, dunque, un primo aspetto del disordine globale: il cambiamento del paradigma politico.

la morte dell’idea che la politica sia un’azione collettiva per salvarsi, per difendere alcuni valori fondamentali.

e invece vederla come il campo di battaglia dato e immodificabile delle proprie emozioni  e dei propri desideri.

. . .

chiudo con una metafora strana, in apparenza.

prima di venire ad abitare qui, nella media Val Sabbia, non mi ero mai reso conto che le montagne sono semplicemente onde fatte di terra, anziche` d’acqua.

oppure nuvole, che sempre d’acqua sono, anche se vaporizzata.

in soli due anni di residenza qui (l’anniversario a giorni) ecco invece che mi rendo conto che anche la montagna su cui poggia la mia casa si alza lentissimamente in certi punti e si abbassa in altri come in una successione di ondate.

troppo lente perche` il nostro occhio possa coglierle al momento, ma che la memoria ci restituisce.

. . .

ecco, e` la memoria che vede anche i monti come le nuvole o le onde.

ecco, occorre la memoria per capire il mondo.

ma se la memoria muore o non interessa piu`, il mondo diventa opaco, le sventure assurde e imprevedibili, il mondo un enigma totale che nessuna ragione riesc a rischiarare neppure un poco.

discorso_berlusconi_1994

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