Nde, NearDeathExperience e la mors incerta – 133

Nde, Near Death Experience, esperienza di prossimità con la morte.

ne ho fatta una a 11 anni, per essere stato salvato dall’annegamento all’ultimo momento…

per cui leggo sempre con interesse chi parla di esperienze simili, cercando di ritrovarci la mia.

 . . .

Pim van Lommel, medico olandese che studia il problema da anni, dice che vivere questa esperienza fa diventare più empatici e fiduciosi nel senso ultimo della vita.

questo almeno e` il modo nel quale un giornalista sintetizza la sua posizione, ma io non direi proprio cosi`.

la mia personale Nde mi ha effettivamente cambiato precocemente la vita, ma solo nel senso che ha fatto di me quasi un marziano, in quanto mi ha tolto la paura di morire che caratterizza cosi` a fondo la vita normale della maggior parte degli uomini.

avvicinarsi al morire infatti si e` rivelata una sensazione molto piacevole, anche se probabilmente per me si limito` ad uno stadio ancora iniziale.

van Lommel dice testualmente (e qui invece mi ritrovo):

La NDE è sempre un’esperienza trasformativa, in quanto causa cambiamenti profondi nel modo di cogliere la vita, elimina la paura della morte e rafforza la sensibilità intuitiva.

. . .

ora, in un libro, questo medico cerca di distinguere diversi tipi di Nde:

Un’esperienza di premorte (o NDE, “Near Death Experience”) può essere definita come il ricordo di una serie di impressioni vissute durante uno speciale stato di coscienza, come un’esperienza fuori dal corpo, sensazioni piacevoli, la visione del tunnel, della luce, dei propri cari defunti, il passare in rivista la propria vita, e il ritorno cosciente nel corpo.

C’e` la sensazione del passaggio attraverso un tunnel, in direzione di una luce (io ricordo questa grande luce, ma nessun tunnel); altre volte c’e` l’osservazione dal di fuori di se stessi come in un sogno.

Tra le circostanze di una NDE abbiamo l’arresto cardiaco (morte clinica), uno shock a seguito di emorragia, la conseguenza di un colpo apoplettico, un quasi affogamento (un caso più frequente nei bambini!) – appunto! – o asfissia, ma anche malattie gravi dove la minaccia di morte non è immediata, o addirittura durante episodi di depressione, isolamento o meditazione, e persino senza una ragione evidente.

ehi, fate attenzione a qui sopra!

alla NDE bisogna cambiare nome, allora:

e` concomitante col rischio di morire o a un processo di morte gia` avanzato, ma non si identifica con esso!

puo` avvenire anche in altri contesti.

. . .

un caso particolare di NDE, come accennato sopra, e` la OBE, Out of Body Experience, o esperienza extracorporea.

qui le persone riportano percezioni veridiche che avvengono da un punto al di fuori e al di sopra del loro corpo senza vita.

Chi ha vissuto una OBE ha l’impressione di essersi liberato del corpo come di un vecchio cappotto, ed è sorpreso di avere ancora un’identità con la possibilità di provare percezioni, emozioni, ed una coscienza particolarmente lucida.

Questa esperienza fuori dal corpo è particolarmente importante dal punto di vista scientifico perché i medici, gli infermieri e i parenti possono verificare le percezioni che vengono riportate, e anche confermare il momento preciso in cui è avvenuta la NDE con la OBE durante il periodo di rianimazione cardio polmonare.

In una recente rassegna di 93 testimonianze di percezioni OBE potenzialmente verificabili e avvenute durante le NDE, si è scoperto che circa il 90% delle OBE riportate erano accuratissime: la verifica ha comprovato che tutte le percezioni avvenute durante il coma, l’arresto cardiaco o un’anestesia generale riferivano dettagli davvero accaduti; l’8 % delle testimonianze conteneva solo piccoli errori e il 2 % era del tutto errato.

. . .

ecco, a me e` capitato pure di avere una OBE, ma senza essere stato affatto vicino alla morte:

fu la volta che venni operato a 8 anni in anestesia generale e confusamente vidi l’operazione, o almeno la sua parte iniziale, come dal di fuori del mio corpo

(sempre che non fosse semplicemente riflessa sulla lampada che stava in alto sopra la mia testa).

sinceramente non avrei dubbi, pero`, che quella sensazione fosse dovuta semplicmente ad un malfunzionamento del mio cervello in quel momento:

la ricordo infatti, ma quasi come se stessi sognando;

piu` che altro il mio cervello stava funzionando male, credo, e aveva perso la capacita` di localizzarsi dentro il corpo.

probabilmente questa capacita` e` acquisita nei primi mesi di vita; all’inizio il neonato probabilmente non riesce a localizzare esattamente quel che percepisce e, ad esempio, sapere che si vede con due occhi al centro della testa e riportare la visione a questo punto di osservazione e` un provesso molto complesso che si apprende.

in una OBE, semplicemente, questo apprendimento e` dimenticato e si regredisce ad un modo primordiale di funzionare del cervello.

. . .

Esistono riscontri oggettivi ai racconti dei pazienti che dicono di essersi visti dall’esterno mentre erano in coma durante un’operazione?

Un esempio?

Questo è quello che scrive un’infermiera di un reparto di cardiologia intensiva:

Durante il turno di notte l’ambulanza porta nel mio reparto un uomo di 44 anni, cianotico e in stato comatoso: lo avevano trovato in coma in un prato una mezz’ora prima.

Stiamo per intubarlo quando ci accorgiamo che ha la dentiera.

Gli togliamo la dentiera superiore e la mettiamo sul carrello di emergenza.

Ci vuole un’altra ora e mezza perché il paziente ritrovi un ritmo cardiaco e una pressione sanguigna sufficienti, ma è ancora intubato e ventilato, e sempre in coma.

Lo trasferiamo in terapia intensiva per continuare la necessaria respirazione artificiale.

Il paziente esce dal coma una settimana dopo e me lo vedo tornare nel reparto cardiologia.

Appena mi vede, dice: «Ah, questa è l’infermiera che sa dov’è finita la mia dentiera».

Sono davvero molto sorpresa, ma il paziente spiega:

«Lei era presente quando mi hanno portato in ospedale, mi ha tolto la dentiera dalla bocca e l’ha messa nel cassetto scorrevole sotto il ripiano del carrello, carico boccettini».

stupefacente?

si`, e soprattutto perche` queste informazioni cosi` precise non sembrano poter essere ricondotte ad una osservazione visiva diretta.

. . .

ma qui occorre mettere subito dei paletti: questo tipo di esperienze non e` universale:

Solo il 18% di coloro che avevano perso conoscenza per mancanza di ossigeno nel cervello conseguente a un arresto cardiaco riferì di aver avuto una NDE.

io stesso, che ho avuto una NDE per il quasi annegamento a 11 anni, non ne ho avuta affatto una per la sincope di 4 anni fa.

E` tuttora un gran mistero perché mai solo il 18% abbia riferito di una NDE dopo un arresto cardiaco.

del resto le esperienze stesse compiute da questo gruppo sono eterogenee fra loro:

La metà dei pazienti che aveva avuto una NDE dissero di essere stati consapevoli di essere morti, e riferirono emozioni positive;

il 30% disse di aver vissuto l’esperienza del tunnel, osservato un paesaggio celestiale o incontrato persone decedute;

all’incirca un quarto disse di aver avuto un’esperienza fuori dal corpo, di aver comunicato con “la luce”, e descrisse percezioni di colori;

il 13 % aveva passato in rassegna la propria vita

e l’ 8 % aveva percepito la presenza di un confine.

. . .

anche l’idea della morte in se stessa piacevole per tutti oppure in tutti i casi vacilla, se considero le morti alle quali ho assistito:

il modo nel quale sono morti i miei genitori o un amico.

morti apparentemente inconsapevoli, se viste dall’eserno, e compatibili in teoria con le esperienze soggettive delle quali stiamo parlando,

ma anche morti dolorosissime e strazianti, del tutto incompatibili con questi scenari.

a me verrebbe da pensare semplicemente, che, come non siamo tutti uguali in vita, cosi` non siamo neppure uguali davanti alla morte,

con buona pace del senso comune e della poesia La livella di Toto`, che affermano, invece, che almeno la morte ci rende tutti uguali.

no, anche la morte resta una lotteria, come la vita.

. . .

ma  van Lommel si avventura piuttosto in teorizzazioni che a me paiono abbastanza spericolate.

La maggioranza dei neuroscienziati considera la coscienza come un prodotto del cervello e spiega le esperienze Nde come una residua attività cerebrale non misurabile con l’elettroencefalogramma.

ovviamente sarebbe piuttosto grave se l’elettroencefalogramma non fosse in grado di rilevare delle forme pur sempre coscienti, anche se molto confuse.

lui, invece, attraverso vari richiami alla fisica quantistica ipotizza l’esistenza di una coscienza onnipervadente al di là dello spazio e del tempo che sorregge le nostre coscienze individuali.

l’idea potrebbe anche affascinarmi, ma qui purtroppo la fisica quantistica cessa di essere una rigorosa analisi matematica di fenomeni che contrastano con la logica comune e diventa piuttosto il grimaldello per aprire la strada a immaginazioni fantastiche.

In passato sono state formulate diverse teorie per spiegare le NDE, ma il nostro studio ha evidenziato che non vi sono fattori psicologici, farmacologici o fisiologici capaci di causare queste esperienze durante un arresto cardiaco.

Sembra corretto concludere che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ci è permesso ridurre la coscienza ad attività e processi cerebrali.

questo e` un triplo salto mortale!

io direi: sembra corretto concludere che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ci è permesso capire ancora bene l’insieme dei fenomeni collegati alla coscienza!

ricavare da questo riconoscimento dei limii della nostra conoscenza la pretesa di avere comunque intuito qualcosa di veramente fondamentale a me sembra presunzione bella e buona.

. . .

ma van Lommel non si fa spaventare:

La coscienza è non-locale, il che significa che è ovunque, sempre, tanto intorno a noi quanto dentro di noi, e il cervello solo funge da interfaccia, ricevendo, quando siamo in stato di veglia, parti di questa coscienza potenziata e parti dei nostri ricordi.

Mi spiego con un’immagine: le immagini e la musica che vediamo o udiamo aprendo la TV vengono trasmesse all’apparecchio televisivo, e se danneggiassimo alcune sue componenti probabilmente avremmo una distorsione di immagine e suono, o magari li perderemmo del tutto, il che non vorrebbe dire che quel programma sia un prodotto del nostro apparecchio.

Tant’è vero che un altro apparecchio potrebbe ancora riceverlo.

Questo è paragonabile alla funzione cerebrale: il danno o l’interruzione avvenuti in certe aree specifiche del cervello possono produrre cambiamenti di coscienza (Alzheimer, demenza) o la perdita di essa (coma), ma ciò non prova che la coscienza sia un prodotto della funzione cerebrale.

Nei pazienti con Alzheimer quello che è danneggiato è lo strumento, l’interfaccia, ossia il cervello, con il risultato che la coscienza di veglia è disturbata o assente, tuttavia la nostra coscienza potenziata, non-locale, è sempre presente, in quanto non è localizzata né nel cervello né nel corpo.

qui e` interessante pensare pero` che l’ipotesi della non localizzazione originaria della coscienza potrebbe essere compatibile con l’ipotesi, effettivamente formulata nel campo della fisica, della realta` come ologramma.

in sostanza, se la realta` che a noi appare e` lo sviluppo olografico di una realta piu profonda, priva di dimensioni spaziali (come potrebbero suggerire i fenomeni di entanglement), allora anche il fatto che la coscienza non sia localizzata in se stessa potrebbe risultare coerente con la struttura ultima della realta`.

realta` che sarebbe informazione, capace di esprimersi come tempo e spazio a forme di coscienza a loro volta solo apparentemente localizzate; ma non sarebbe tempo e spazio.

nde

. . .

Qui è interessante menzionare la cosiddetta “lucidità in fase terminale”, quando, poco prima della morte, pazienti che hanno sofferto di Alzheimer per anni e non riconoscono più neppure i loro cari e i loro figli, possono avere uno sprazzo di lucidità in cui tornano a riconoscere il partner e i figli e li chiamano per nome, li ringraziano e poi muoiono.

La lucidità terminale può manifestarsi anche in pazienti non più responsivi o in coma da giorni.

Sono esperienze che non trovano spiegazione nelle teorie mediche correnti, perché il cervello di pazienti del genere dev’essere gravemente danneggiato; la lucidità terminale può invece essere ben compresa alla luce della non-località della coscienza.

La lucidità terminale è ben nota a chi lavora negli hospice e nelle cure palliative.

queste sono le conclusioni di van Lommel:

La lacuna in materia di spiegazioni fra il cervello e la coscienza non è mai stata superata perché un certo stato neuronale non è la stessa cosa di un certo stato di coscienza.

La coscienza non è visibile, né tangibile, né percepibile, né misurabile, né verificabile, né falsificabile: non siamo in grado di oggettivare l’essenza soggettiva della nostra coscienza.

Quindi approfondire la conoscenza della non-località della coscienza può cambiare la nostra concezione della morte e del morire.

. . .

qui il discorso si allarga alla cosiddetta eutanasia.

ma e` un allargamento improprio.

si allarga piuttosto all’espinato degli organi per trapianto da pazienti dichiarati clinicamente morti.

la Chiesa che si dichiara contraria al diritto di morire in pace del singolo, stranamente invece non trova nulla da ridire a proposito del trapianto di organi da pazienti potenzialmente ancora coscienti, se esistono stati di cosciuenza che sfuggono alla rilevazione elettroencefalografica.

La sua teoria ha influenzato la sua posizione sull’eutanasia?

Le ricerche sulle NDE vertono sulla possibilità di esperire stati di coscienza potenziati durante un arresto cardiaco, il coma o un’anestesia generale.

Certamente se ci fosse una maggiore conoscenza dei risultati di queste ricerche e della possibilità che la coscienza continui dopo la morte, l’impatto sulla medicina sarebbe significativo in quanto ispirerebbe una diversa visione di come occorra trattare i pazienti in coma o terminali.

Certamente farebbe la differenza rispetto alle procedure di accanimento terapeutico all’inizio o alla fine della vita, all’eutanasia, o all’espianto di organi a cuore battente, quando il corpo è ancora caldo ma è stata diagnosticata la morte cerebrale.

Dovrebbero essere tutti consapevoli delle straordinarie esperienze coscienti che possono avvenire durante la morte clinica o il coma, intorno al capezzale di un morente (esperienze di fine vita), o persino dopo la morte (comunicazione post mortem).

. . .

insomma, non credo una virgola delle avventurose affermazione di van Dammel, che mi paiono prive di adeguata base scientifica.

pero` trovo utile rifletterci su, contro ogni eccesso di false certezze a proposito del morire.

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4 thoughts on “Nde, NearDeathExperience e la mors incerta – 133

  1. “Sembra corretto concludere che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ci è permesso ridurre la coscienza ad attività e processi cerebrali.”

    “La coscienza è non-locale, il che significa che è ovunque, sempre, tanto intorno a noi quanto dentro di noi, e il cervello solo funge da interfaccia, ricevendo, quando siamo in stato di veglia, parti di questa coscienza potenziata e parti dei nostri ricordi.”

    Cerco di demolire ulteriormente posizioni come queste che sanno di metafisica e di credo religioso più che di scienza:

    389
    VITA CHIMICA

    La vita ha bisogno di un corpo:
    Memoria e vita chimica
    Che funzioni.

    Non s’è mai vista un’anima ignuda
    Vagare per le strade
    Né un pensiero
    pensato senza cervello.

    Né s’è mai vista un’ ipotesi ardita
    O una bella speranza
    Posarsi sull’ albero
    E cinguettare come fringuello.

    Mai un dolore acuto senza botta
    Né una tosse asmatica senza gola
    Per non dire
    Di un abbraccio senza braccia.

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    1. veramente incisivi questi versi.

      concordo con te, anche se da un punto di vista leggermente diverso.

      puo` anche darsi che il mondo come materia e forza, quale ci appare, sia una mera apparenza, e che l’onniverso (!) sia soltanto informazione potenziale senza tempo e senza localizzazione che diventa universo reale soltanto per la coscienza che crea lo spazio e il tempo.

      puo` darsi che al materialismo classico tocchi lo stesso destino che alla fisica galileiana, newtoniana e einsteiniana, di rivelarsi cioe` vero soltanto come prima approssimazione, ma di risultare un pooco grossolano alla ricerca successiva.

      ma qualcosa rimane sempre molto ben fermo, e cioe` che ogni forma di dualismo che cerca di fare della coscienza qualcosa di anomalo rispetto al resto dell’universo e` una illusione puerile.

      perfino se e` la coscienza che crea l’universo…, essa e` poi incardinata in questo suo universo e non puo` sottrarsi capricciosamente alle leggi che ha determinato.

      Mi piace

      1. La terra ( per restare nel nostro piccolo) è esistita prima della coscienza ovvero prima delle specie umane ( allo stato uniche specie dotata di coscienza) ?
        Parrebbe proprio di sì poffarbacco !

        Non conosco, se non per sentito dire, le più aggiornate ipotesi di derivazione scientifica cui fai riferimento ma
        Ogni riferimento alla coscienza creatrice o rivelatrice mi lascia incredulo.

        Insisto con la mia modalità espressiva ( dimmi però quando è troppo…)

        314
        TREDICI MILIARDI

        Come si può
        Sensatamente sostenere
        Che tredici miliardi di anni
        Di tempo universale
        Siano serviti all’ unico scopo
        di covare coscienza per l’umanità?

        Si potrebbe
        Altrettanto sostenere
        Che abbiano avuto il fine,
        Per fare importante esempio,
        Di far volare
        L’upupa crestata
        O il pipistrello in cielo.
        Non lo trovate corretto ?

        Le cose accadono solo
        Perché possono accadere.

        Senza ragione
        Senza perché
        Senza implicita finalità.

        Ditelo in giro.

        Mi piace

        1. sarei davvero eccessivo io (tu non lo sei affatto, anzi!) se cogliessi la palla al balzo per sciorinarti quel che ho appreso della fisica quantistica e le ulteriori considerazioni che mi e` capitato di farci su.

          c’e` stato un periodo in cui ero piu` motivato e determinato nel blog, in cui ho provato a farne la sintesi:
          https://bortocal.wordpress.com/?s=Zeilinger&submit=Cerca

          pero` francamente ti metto in guardia dall’avventurarti li` dentro. 😉

          quel che dici va benissimo e funziona ad un livello standard: e` come la relativita` einsteiniana del tempo: non modifica la concezione del tempo nella vita quotidiana e non deve farlo.

          ma in estrema sintesi ci sono due fenomeni almeno che mettono in crisi la fisica tradizionale, o meglio questi sono i due fenomeni controintuitivi piu` facili da descrivere.

          il primo e` l’esperimento gia` quasi secolare e molto noto della diffrazione dell’elettrone, che lanciato contro una fessura divisa in due sufficientemente piccola per lui, passa contenporaneamente per entrambe le parti della fessura.

          e questo in nessun altro modo e` comprensibile per noi se non pensando che l’elettrone e` un’onda di natura probabilistica.

          l’elettrone passa per due punti diversi contemporaneamente semplicmente perche` e` altrettanto probabile che passi da una parte come dall’altra.

          quindi, al livello piu` profondo la realta` e` soltanto probabilita`? probabile. 🙂

          anche se poi ovviamente a un livello di vita standard abbiamo tutto il dirito di considerarla solida e reale.

          il secondo esperimento piu` recente e` quello dell’entanglement: piccole particelle possono essere trattate in modo da essere collegate fra loro in maniera tale che successivamente, anche se separate a grandissime distanze, ogni fenomeno che avviene sulla prima avviene istantaneamente anche sulla seconda, indipendentemente dalla loro distanza e in violazione aperta del principio einsteiniano della insuperabilita` della velocita` della luce.

          in altri termini pero` si potrebbe anche dire che le due particelle sono diventate una particella sola e che la loro diversa dislocazione nello spazio e` soltanto apparente, in quanto lo spazio e` a sua volta apparente.

          recentemente e` in fase di approfondimento l’ipotesi del carattere olografico dell’universo (ma su linee diverse da quelle che io ho sviluppato sul piano fantastico, di quella fantasia che a volte pretende di darsi il nome di filosofia).

          qui ne ho fatto la sintesi abbastanza veloce:
          https://corpus15.wordpress.com/2017/01/31/lologramma-universale-50/

          da decenni ho peraltro osservato che l’essere non e` un attributo o una categoria della realta`, ma del linguaggio.

          e` il linguaggio (nel senso lato del termine) che fa “esistere” le cose.

          le cose non “esistono” fuori del linguaggio: sono soltanto potenzialmente osservabili.

          ma se si potesse pensare a una realta` che assolutamente prescinde da ogni osservazione, anche soltanto poetnziale, sarebbe difficile dire di questa realta` che esiste, che e` reale.

          una realta` non osservabile come potrebbe essere reale?

          ma non e` affatto necessario porsi su questo piano: per un occidentale e` molto difficile, anche se per un orientale sono invece soltanto cose ovvie…

          e` sempre stato ovvio in Asia che la realta` e` mera apparenza e velo di Maya.

          d’altra parte proprio l’assurdita` di pensare che il mondo sia stato creato per l’uomo puo` portare all’uovo di Colombo di pensare che e` in realta` l’uomo che crea il mondo con la sua osservazione.

          sulla base di un mondo che gli preesiste soltanto come possibilita`.

          chiedo scusa dell’abuso della tua pazienza.

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