il 25 aprile di Giakarta – 178

non ho scritto nulla sul 25 aprile italiano, quest’anno.

mi pare una perdita di tempo e le confuse polemiche in corso non solo lo confermano, ma mi danno la nausea.

vivo fra due paesi ben diversi, l’Italia e la Germania, e mi sono formato fra questi due mondi: posso quindi ben vedere la differenza fra la Germania, che mantiene socialmente, culturalmente e politicamente ben vivo l’orrore per il nazismo (anche se non riesce ad evitare che gruppuscoli neonazisti continuino a sussistere), e l’Italia, che ha sdoganato senza scrupoli o rimpianti l’eredita` del fascismo,  da ultimo con l’appoggio di Berlusconi alla candidatura di Fini a sindaco di Roma nel 1993.

da allora l’Italia ha buttato la maschera della Costituzione antifascista e della repubblica fondata sulla Resistenza ed e` serenamente e democraticamente uno stato in cui le idee tipiche del fascismo hanno piena cittadinanza.

anzi, a dirla tutta, sono diventate in questi 25 anni pian piano egemoni.

quindi, per favore, basta con queste finzioni: per me la festa del 25 aprile possono anche abolirla, ponti a parte, e non intendo piu` partecipare ai riti stanchi delle celebrazioni, oramai patetiche.

piuttosto vi parlo del 25 aprile a Giacarta, dai.

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non e` una battuta come sembra: del 25 aprile di Giacarta vale davvero la pena di parlare (sulla base delle notizie che ne fornisce lo Spiegel).

qui si celebra la vittoria contro gli infedeli del candidato sindaco islamista Anies Baswedan, appoggiato dai gruppi piu` attivi dell’integralismo islamico.

magari fra qualche anno ne sentiremo parlare come un nuovo Erdogan, e sara` ​il nuovo leader del paese islamico piu` grande del mondo.

la sua campagna elettorale e` stata condotta contro la minoranza cinese della citta` e contro i cristiani, anche perche` il sindaco uscente e` un cristiano di origine cinese: due ciliegine assieme in cima alla torta.

ci sono state manifestazioni contro questo sindaco con cartelli che dicevano „bunuh kafir“, „bunuh Cina“, morte all’infedele, morte al cinese, e su un ponte della citta` e` stato fissato un manifesto dove era scritto che quello era il posto dove doveva essere impiccato.

il Front Pembela Islam (Fronte per la difesa dell’islam) sta terrorizzando le minoranze in tutto il paese e Baswedan, il suo candidato sindaco, si e` recato a visitarlo per smentire le voci che non fosse un buon sunnita.

gli imam hanno diffuso a tappeto nelle moschee la voce che soltanto un buon islamico puo` rappresentare politicamente degli islamici, e volantini nei quali minacciavano di interdire i riti di sepoltura islamici ai parenti di chi avesse votato per il sindaco uscente.

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insomma, Baswedan ha vinto una campagna elettorale fondata sull’odio religioso e ha travolto in questo modo i sondaggi che davano la popolarita` del sindaco uscente ad oltre il 70%.

il distacco straordinario fra i sondaggi e i risultati si spiega, probabilmente, questa volta, con una campagna di intimidazioni diffuse.

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questo risultato elettorale, che ha messo nelle mani degli islamisti la capitale e i suoi oltre 10 milioni di abitanti, mette in discussione in prospettiva la costituzione indonesiana che, dopo la rivoluzione democratica del 1998, e` basata sull’eguaglianza delle religioni, in base al suo principio cardine che suona: Unita` nella molteplicita`.

alcuni gruppi che sostengono Baswedan vogliono sostituire a questa costituzione la sharia, la legge islamica ricavata dall’applicazione letterale del Corano.

insomma in Indonesia la prospettiva di una conciliazione fra democrazia ed islam ha subito questo mese un duro colpo.

e  non e` una bella notizia per l’antifascismo nel mondo intero, il 25 aprile.

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l’Indonesia, che ho visitato quattro anni fa, e` un subcontinente, come la Cina o l’India, anche se non altrettanto popolato.

enormemente esteso, piu` dell’una e dell’altra in longitudine, sparso su oltre 20.000 isole, abitato da oltre 250 milioni di abitanti, in forte (e devastante) progresso economico.

i segni dell’islamismo integralista avanzante, forte del massiccio appoggio economico saudita, erano gia` evidenti allora anche all’osservatore occasionale.

ma e` paese anche di forti contrasti e di vivaci minoranze etniche e religiose:

un nome basta per tutte, ed e` la famosissima e straordinaria Bali, dove si rifugio` l’antica elite induista del paese nel Quattrocento, al momento della conquista islamica.

ma non e` un esempio del tutto isolato: sopravvivenze di piccoli gruppi di induisti, cosi` come di confuciani o buddisti nella perseguitatissima minoranza cinese, oggetto di sanguinosi progrom anche recentemente, o di cattolici qua e la`, si colgono ovunque.

quel che vorrei dire e` che, se c’e` un paese dove non esiste motivo oggettivo alcuno per la crescita dell’islamismo radicale, questo e` la pacifica e sorridente Indonesia.

eppure l’islamismo dilaga e avvelena i pozzi del buon senso e della convivenza anche li`.

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c’e` qualcosa da rimettere a punto nella valutazione del problema?

e che senso ha questa universale diffusione dell’intolleranza religiosa nel mondo?

indipendentemente quasi dalle situazioni concrete dei diversi paesi e anche in contesti relativamente sereni e lontani da conflitti, almeno al momento attuale…

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l’Indonesia fa sempre paura: e` il paese dove quarant’anni fa sono stati uccisi oltre mezzo milione di “comunisti”, forse addirittura piu` di un milione, a seguito del colpo di stato militare organizzato dalla CIA.

non voglio essere profeta di sventura, ma neppure di paura, e qui taccio, perplesso.

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