le divorziate rovinate dalla Cassazione – 194

mi aspetterei di sentire dei commenti femminili entusiasti alla sentenza innovativa con la quale la Corte di Cassazione ha finalmente tolto di mezzo l’anomalia tristissima che prevedeva che in caso di divorzio il coniuge piu` debole, cioe` la donna, avesse diritto a mantenere il tenore di vita che aveva nel matrimonio.

sbaglio, oppure domina un silenzio di piombo?

eppure l’idea che il matrimonio fosse una specie di assicurazione sulla vita per la donna doveva essere considerata particolarmente umiliante dal punto di vista femminile.

oppure no?

. . .

scrive la Cassazione:

“Il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del tenore di vita matrimoniale, in una indebita prospettiva di ultrattività del vincolo matrimoniale.

Se è accertato che [il richiedente] è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto” all’assegno.

. . .

qualcuno ha cominciato a dire che adesso bisogna cambiare la legge.

in che senso non e` chiaro.

come quasi sempre, si tratta di persone che non hanno letto la legge.

sono andato a cercarla, e la disposizione in questione non e` lunga:

LEGGE 1 DICEMBRE 1970, N. 898

(GU N. 306 DEL 03/12/1970)

DISCIPLINA DEI CASI DI SCIOGLIMENTO DEL MATRIMONIO.

Art. 5 cc. 4-5

4. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in un’unica soluzione.

5. L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.

e anche a nuova convivenza stabile, si e` chiarito poi.

. . .

come si vede, nessuna norma disponeva sul mantenimento del tenore di vita precedente del coniuge divorziato; era soltanto una interpretazione consolidata dei tribunali.

va cambiata dunque questa legge che dispone genericamente di un possibile assegno, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi?

non ne sarei cosi` sicuro: in fondo essa riconosce che alla donna casalinga va riconosciuto un apporto alla formazione del patrimonio familiare, anche se non ha svolto lavoro esterno.

e questo e` certamente giusto.

. . .

ma la sentenza della Cassazione e` incoerente per un altro aspetto:

come mai nega che, anche dopo avere sciolto il matrimonio, questo possa continuare ad esercitare i suoi effetti sul piano economico limitatamente al tenore di vita, ma poi afferma che anche da divorziati si e` comunque obbligati a mantenere l’ex coniuge se non e` auto-sufficiente?

e` una contraddizione evidente.

giusto riconoscere l’apporto dato dalla donna alla formazione del patrimonio familiare anche con la sua attivita` casalinga, ma perche` mai dovrebbe toccare ad un ex-coniuge occuparsi del mantenimento di una persona con la quale non ha piu` nessun legame, e non all’assistenza sociale pubblica, se occorre?

ma, a guardar bene, la legge originaria non afferma neppure questo principio…

dobbiamo aspettarci fra qualche anno qualche nuova sentenza della Cassazione correttiva della sua stessa interpretazione?

. . .

quel che tuttavia mi pare sia passato del tutto inosservato e` l’autentico terremoto che questa sentenza potrebbe portare nel mondo dei divorziati con obbligo di assegno.

infatti la legge sul divorzio prevede:

ART. 9.

Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, su istanza di parte, può disporre la revisione delle disposizioni (…) relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondersi ai sensi degli articoli 5 e 6.

la nuova interpretazione della legge data dalla Cassazione e` un motivo sufficiente per chiedere la revisione dell’assegno divorzile?

potrebbe esserlo, anche se non sono un legale per dirlo con certezza.

in ogni caso non e` difficile pensare che molti tenteranno questa strada anche con altre motivazioni occasionali.

Berlusconi per primo, naturalmente.

(a proposito, la sentenza riguarda la causa promossa da un parlamentare divorziato).

. . .

beate quelle che si sono fatte liquidare tutto subito e non corrono rischi di revisione.

ma, per le donne che si sono sposate contando su una buona sistemazione futura se le cose fossero andate male, e` un bel cambiamento delle carte in tavola.

credo ci siano diverse donne divorziate che dovranno rivedere il loro tenore di vita, prossimamente.

obiettivamente parlando, mica e` piacevole ne` del tutto corretto questo cambiamento delle regole in corsa e a partita iniziata.

assegno-divorzile

. . .

(a scanso di equivoci in questo post non c’e` nulla di personale:

sono divorziato, ma non pago ne` riscuoto alcun assegno divorzile).

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5 thoughts on “le divorziate rovinate dalla Cassazione – 194

  1. (a proposito, la sentenza riguarda la causa promossa da un parlamentare divorziato).
    e lasciamo stare il tenore di vita di queste persone…

    Il buon senso più che la legge mi dice che, comunque, il coniuge che non ha lavorato e che non lavora è giusto che venga aiutato.
    Cosa significhi poi “tenore di vita”….è da vedere.

    Tranquillo che molti uomini si sono messi al riparo e, in genere, sono quelli culturalmente avanti e furbi…
    Così come le donne ma poche in verità.

    Il carico dei figli resta in genere alla donna…che non è solo un fatto economico ma molto di più, moltissimo e non quantificabile, credo.

    modi di pensare antiquato? può darsi….

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    1. non so se sono antiquato anche io.

      pero` io penso che, se un matrimonio finisce, tutto quello che e` stato realizzato economicamente durante il matrimonio va semplicemente diviso in due, a parti eguali; a meno che non ci sia stata la divisione dei beni, perche` in questo caso le parti sono gia` state fatte dai coniugi tra loro durante il matrimonio.

      e questo dovrebbe bastare: se venisse applicato rigorosamente in molti casi verrebbe meno la causa di bisogno.

      se la donna (o l’uomo) non sono in grado di cavarsela, dovrebbe intervenire lo stato (come per ogni altra situazione di bisogno) e non l’ex coniuge che, se non deve mantenere il tenore di vita, non deve neppure occuparsi dell’ex-coniuge bisognoso.

      la divisione equa dei beni, se ci sono, dovrebbe garantire meglio l’ex coniuge che non ha lavorato; se i beni non ci sono, l’assegna di mantenimento credo che sia quasi sempre una lotta tra disperati.

      quindi non parlerei affatto di “aiuto” al coniuge che non ha lavorato, ma di giusto riconoscimento della collaborazione che ha dato. 🙂

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        1. per il resto, leggo:

          In Francia l’art. 270 del codice civile espressamente afferma che con il divorzio viene meno qualsiasi vincolo assistenziale fra i coniugi. Il giudice può attribuire ad un coniuge una somma di denaro «compensativa» e il criterio fondamentale per la determinazione di questa somma è costituito dalla valutazione delle conseguenze delle scelte professionali fatte da uno dei coniugi durante la vita comune per l’educazione dei figli e del tempo dedicato a favorire la carriera professionale dell’altro coniuge a scapito della propria.

          ecco, direi che questa soluzione mi va benissimo, coincide con quello che pensavo io per mio conto, e mi pare molto piu` ragionevole dell’ibrido sistema che risulta oggi dalla interpretazione della Cassazione di una legge molto mal fatta in origine.

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