immigrazione e prima globalizzazione storica nell’impero romano – 299

Quinto Lollio Urbico, nacque a Tiddis, presso  Cirta, nella  provincia  della    Numidia (odierna Algeria).

era figlio di un proprietario terriero locale, era berbero, ma aveva la cittadinanza romana.

fu tribuno militare, console, comandante della decima legione a Vienna, si distinse nella terza guerra giudaica del 132-5, poi fu governatore della provincia della Germania inferior, e l’imperatore Antonino Pio  tra il 139 e il 142 lo mando` a governare la Britannia, dove riconquisto` la Scozia meridionale e fece costruire il vallo di Antonino per difendere il confine.

il suo mausoleo è ancora visitabile a Tiddis, in Algeria e ricorda le tappe principali di questa brillante carriera in un’iscrizione; ma ne abbiamo anche altre dedicate a lui e parla di lui anche la Historia Augusta.

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le rovine di Tiddis

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qualche conoscitore della storia ha recentemente ricordato la natura plurietnica della popolazione sotto l’impero romano, dovuto ad un motivo molto semplice: in via precauzionale i soldati venivano mandati in regioni diverse da quelle di provenienza, e questo favoriva il meticciato.

per non dire poi dello spostamento di masse enormi di schiavi dai loro paesi di origine.

ho ricordato di recente il caso davvero straordinario di un soldato romano sepolto in Germania che ha esattamente il nome del soldato che, secondo le fonti avverse al cristianesimo, era il vero padre naturale di JeshuTiberio Giulio Abdes Pantera: nato nel 22 a.C. e morto nel 40.

di lui abbiamo soltanto il monumento sepolcrale, oltrettutto parziale.

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Tiberio Giulio Abdes Pantera, nato a Sidone, di 62 anni, per 40 anni soldato vessillifero della prima corte arcieri, qui giace.

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e`​ una ulteriore conferma della mobilita` sociale, e non solo, realizzata dall’impero romano, protagonista della prima globalizzazione della storia, limitata all’area del Mediterraneo, ma preceduto in un’operazione simile dall’impero di Alessandro Magno e dalle monarchie ellenistiche, che cominciarono a limitare le guerre di invasione di popolazioni esterne, sostituendole con un modello di integrazione culturale fra popoli diversi.

purtroppo, per chi ama parlare delle radici europee celtiche o comunque barbariche dell’Europa, la realta` storica e` comunque diversa: queste componenti non sono affatto esclusive e la mescolanza etnica e` una caratteristica tipica della civilta` europea.

naturalmente chi osa parlare della realta` si espone sui social media ad invettive scomposte e ignoranti del peggior tipo.

ma viviamo in un’epoca nella quale il sapere pare sia diventata una colpa.

i popoli che perdono il contatto con la realta` finiscono male, di solito; ma state attenti a non dirlo, altrimenti ignoranti e fanatici si offendono.

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varrebbe anche la pena di ricordare che l’impero romano visse prosperamente fino a che fu in grado di accogliere l’immigrazione che allora proveniva dal nord, dato che il trend climatico del periodo era verso il raffreddamento e porto` ad una piccola era glaciale nel VI e VII secolo.

ma qui lascio la parola ad altri:

Non era inconsueto (soprattutto a partire dal III secolo d.C.) che cittadini romani alti e biondi, e dunque di chiare origini barbariche – dato che il flusso degli immigrati era allora esattamente il contrario di quello attuale – occupassero posizioni di rilievo nell’esercito o nell’amministrazione pubblica. L’esempio classico è quello del generale Stilicone, uno degli ultimi difensori dell’impero, il cui padre era un Vandalo (il quale aveva prestato servizio nell’esercito romano). D’altronde non mancarono nemmeno imperatori di origini barbare.

Nel corso del IV secolo, l’impero si presenta sempre più, nelle dichiarazioni ufficiali, come una terra promessa, e gli imperatori si rallegravano che molti popoli barbari venissero a cercare “la felicità romana”.

Quasi due millenni dopo, riuniti a Philadelphia, i padri fondatori degli USA coniarono la stessa espressione (pursuit of happiness), rendendola uno dei punti più alti della Dichiarazione di Indipendenza americana.

la crisi comincio` quando l’integrazione degli immigrati non fu piu` possibile e l’impero si chiuse.

cosi` scriveva in una sua legge l’imperatore Onorio nel 399:

“Poiché molti appartenenti ai popoli stranieri sono venuti nel nostro impero inseguendo la felicità romana e ad essi bisogna assegnare le terre degli immigrati, nessuno riceva assegnazione di questi campi senza precise istruzioni, e poiché alcuni ne hanno occupata più di quella che spettava loro o se ne sono fatta assegnare più del giusto per la complicità dei funzionari o con documenti falsi, si mandi un ispettore per revocare le assegnazioni illegali”.

spiega lo storico  Alessandro Barbero, autore del saggio Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano, che ho citato anche sopra:

La strategia romana prevedeva l’integrazione degli immigrati, ai quali individualmente veniva attribuita una posizione giuridica precisa – quella di coloni o soldati ad esempio – che preludeva alla cittadinanza e alla piena assimilazione, tanto culturale quanto giuridica.

In sostanza il modello romano era al tempo stesso aperto e fortemente autoritario, e tendeva a incoraggiare i singoli ad adottare l’identità etnica romana.

ma quando i Goti, entrati in massa nell’impero romano nel 376, si ribellarono ritenendo di avere subito abusi da parte delle autorità, la conseguenza fu la sanguinosa battaglia di Adrianopoli del 378 in cui sconfissero l’imperatore Valente, costringendolo ad accordi in base ai quali potevano restare nel territorio imperiale, ma a condizioni ben diverse da quelle fino ad allora riservate agli immigrati.

I Goti, da quel momento, avrebbero potuto vivere tutti insieme, armati e stipendiati dallo stato romano: con lo stanziamento dei Goti nella Gallia del sud, questa di fatto si distaccò dall’impero, costituendo il primo regno romano-barbarico.

Su quel modello, nel corso del V secolo tutto l’Occidente venne assegnato a popoli barbari e di fatto si frantumò.

a quel punto l’immigrazione pacifica divenne violenta, ed iniziarono le invasioni barbariche.

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le osservazioni di Barbero sono completamente da condividere:

«L’immigrazione è una risorsa indispensabile quando è gestita bene, con regole chiare e diritti e doveri chiaramente stabiliti; mentre una società può collassare sotto il suo peso se manca una salda direzione politica.

È anche molto importante che la piena assimilazione sia percepita dagli immigrati come possibile e concretamente molto vantaggiosa: i barbari sono stati una risorsa per Roma finché non hanno desiderato altro che diventare Romani, il disastro è cominciato quando i Goti hanno sentito che era più vantaggioso rimanere Goti anziché diventare Romani».

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aggiungo come appendice i punti essenziali di un mio commento sul tema di ieri:

neppure io sono un No borders, e non lo sono da tempi non sospetti; ritrovo questa posizione mentre ripubblico, su un altro blog, i miei post di dieci anni fa; mentre mi piacerebbe sapere che cosa pensa oggi chi lo era allora e discuteva con me, visto che nel frattempo e` diventato renziano.

il rifiuto della teoria no borders e` strettamente legato alla distinzione fra rifugiati ed immigrati: siamo infatti tenuti ad accettare i primi (sempre entro i limiti delle nostre concrete possibilita`, naturalmente: nessun principio etico puo` essere assoluto e non tenere conto dei vincoli della realta`), ma non i secondi.

e tuttavia, realisticamente, devo ammettere che questa distinzione vacilla sotto l’onda inarrestabile dell’effetto serra: chi dice aiutiamoli a casa loro sta lanciando uno slogan senza altro significato che spargere un po’ di fumo negli occhi a vanvera.

anche se ai tropici il riscaldamento del pianeta sta esercitando i suoi effetti minori, tuttavia la situazione climatica di partenza in queste aree e` gia` talmente precaria che basta un innalzamento anche modesto delle temperature per distruggere irrecuperabilmente le possibilita` stesse di sopravvivenza di intere nazioni.

e del resto, dove la situazione precipita, l’agricoltura di sussistenza diventa impossibile, anche gli animali da pascolo stepposo muoiono per mancaza d’acqua, non tarda ad arrivare qualche guerra, preferibilmente civile, che esprime e moltiplica la disperazione.

per cui – come la Siria insegna – i profughi climatici, che potremmo ostinarci a chiamare migranti e che rischiano di essere a breve centinaia di milioni – diventano rapidamente anche profugi politici veri e propri verso i quali, nella nostra civilta` attuale, scattano i doveri di accoglienza per salvarli dalla morte immediata.

in questo scenario non so davvero quanto potra` sopravvivere l’ideologia umanitaria che ancora ci governa; ma continuo a battermi sperando che possa sopravvivere il piu` a lungo possibile, ricordando che le migrazioni dei popoli sono l’essenza stessa della storia umana, perche` sono un tratto ineliminabile della nostra natura, e sono sempre avvenute, solo che in passato avvenivano sotto forma di invasione armata, di guerra, di genocidio.

quando l’ideologia umanitaria che oggi ci permette di gestire pacificamente le migrazioni verra` meno, nessuno si illuda che possa esistere una qualche forma di chiusura protetta che non sia armata e guerreggiata.

condivido l’idea del pericolo complessivamente rappresentato dalla sopravvivenza di lunga durata, nei paesi di immigrazione, di comunita` locali differenziate in base alla cultura di origine (Chinatowns, ghetti neri, Little Italy’s), anche se nella breve durata le dobbiamo considerare inevitabili.

il problema centrale e` infatti l’integrazione dell’immigrazione; e ovviamente i razzismi ricorrenti sono dannosi perche` vanno appunto nella direzione di stimolare queste chiusure di carattere etnico, o meglio culturale.

integrazione pero` non e` assimilazione: dalla convivenza con gli immigrati anche la cultura di origine viene gradualmente trasformata (e a mio parere arricchita) se non si chiude a riccio in qualche teoria suprematista.

insomma, siamo ancora alla teoria del crogiuolo culturale, in un difficile punto di equilibrio da costruire poco per volta tra culture d’origine e cultura di arrivo.

non mancano nella storia passata esperienze molto istruttive: guardo con grande interesse, ad esempio, all’impero romano che duemila anni fa realizzo`, nell’area del Mediterraneo, una anticipazione molto istruttiva dell’attuale globalizzazione e che viveva del trasferimento pacifico al suo interno di grandi masse di popolazioni diverse, che costituivano il suo deposito di manodopera servile, cioe` di schiavi.

una delle cause della sua fine fu rappresentata dalla chiusura integralistica religiosa della sua minoranza forse piu` forte, allora, quella ebraica, che si calcola rappresentasse circa il 10% della popolazione dell’impero, fuori della Palestina, e che rimase impermeabile alla cultura aperta dell’impero, favorita del resto dal politeismo religioso che consentiva di assimilare le divinita` piu` diverse – tranne appunto quella ebrea che non non ne accettava nessun’altra.

le devastanti guerre con gli ebrei, al centro di diverse crisi di alcune dinastie imperiali, sembrano l’equivalente dello scontro attuale dell’islamismo, che per molti aspetti e` soltanto un ebraismo aggiornato, altrettanto chiuso ed esclusivo, e si conclusero con la vittoria degli integralisti religiosi nella forma appena un poco piu` evoluta del cristianesimo: vittoria che neppure riusci` tuttavia a salvare l’impero, definitivamente affossato da una crisi climatica che allora aveva segno opposto all’attuale e fu di raffreddamento. sto parlando della piccola era glaciale della tarda antichita`, che sembra sia stata scatenata tra il VI e il VII secolo da potenti eruzioni vulcaniche.

questo precedente storico dovrebbe portarci ad esaminare con cura il problema dell’integrazione degli islamici nelle societa` occidentali, non per respingerli a priori, naturalmente, ma per porre loro precise condizioni per l’accettazione (mi limito a questo accenno, sono gia` troppo lungo).

ma la dimensione nazionale dei diversi stati europei non e` quella da assumere come punto di riferimento per il problema dell’integrazione.

mi sembra una posizione vecchia, sorpassata dai fatti, anche se non ancora dalle realta` politiche: se l’idea e` quella di rinchiuderci nelle piccole patrie, la battaglia e` gia` persa.

penso con terrore del resto alla nuova cultura che potrebbe nascere dalla fusione ad esempio fra la tipica cultura mafiosa italiana e le mafie di altri paesi…

no: l’integrazione, a mio parere, dovra` essere europea; e questa e` una guerra tutta da combattere.

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