il referendum lombardo fantasma del 22 ottobre – 377

un amico, varie volte perso e ritrovato, ma che dico? ne` piu` ne` meno il mio vecchio compagno di banco del liceo-ginnasio (vecchio nei due sensi del termine oramai), mi manda l’opuscolo di Stefano Bruno Galli, La Lombardia si merita l’autonomia, pubblicato da Libero in vista del referendum del 22 ottobre, e mi chiede di commentarlo.

so da tempo che nessun ragionamento puo` mai modificare una volonta`, semmai puo` soltanto farla sentire meglio se si sente difesa da argomenti forti, e irrita le altre, che si sentono dare torto; e comunque obbedisco all’invito, anche se il mio intervento mi pare ampiamente inutile, ma lo faro` a modo mio.

Galli e`​ professore aggregato all’Universita` degli Studi di Milano e assieme capogruppo al Consiglio regionale di Milano della Lega Nord, o meglio del gruppo consiliare “Lombardia in testa – Maroni presidente”; e` anche membro dell’Accademia degli Agiati, come ci spiega il risvolto di copertina: mirabile somma di incarichi, vero?

ma non faro` una recensione puntuale e analitica del suo libretto: continuo a pensare che non valga la pena di tanto sforzo; ma scrivero` a ruota libera i pensieri che la lettura dell’opuscolo mi suscita.

. . .

del resto su questo referemdum fasullo e specchietto per le allodole ho gia` detto l’essenziale, secondo me, in due post:

i tre referendum: Catalunyia, Kurdistan, Lombardo-Veneto – 348

sul referendum catalano ha ragione Rajoy (nel 2006). – 358

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i due referendum, quello lombardo e quello veneto, sono sostanzialmente incostituzionali, perche` vengono fatti, seguendo apparentemente la Costituzione, ma in realta` facendo credere che possano riguardare la materia fiscale: cosa esclusa dalla Costituzione all’art. 75 c. 2: Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie.

e questo e` stato escluso anche dalla Corte Costituzionale che, su ricorso del governo centrale, ha cassato il relativo quesito dal referendum veneto che lo prevedeva espolicitamente.

quindi votare significa rendersi complici di un attentato alla Costituzione.

la Costituzione ammette all’art. 116 c. 3 che le Regioni chiedano allo stato centrale di ampliare la loro autonomia, e non occorre nessun referendum per farlo, tanto e` vero che la Regione Emilia-Romagna ha gia` presentato una proposta in tal senso. 

non e` invece costituzionalmente prevista nessuna possibilita` di chiedere, ne` col referendum ne` senza, ad una Regione di trasformarsi in Regione a Statuto Speciale (come la Valle d’Aosta/Vallee d’Aoste, l’Alto Adige/Sued Tirol, il Friuli, la Sicilia e la Sardegna, regioni che hanno tutte una loro storia specifica e una loro autonoma distinzione, radicata anche storicamente e perfino geograficamente).

anzi, l’articolo 116, per come e` formulato, piuttosto lo esclude proprio.

e in ogni caso, per avere l’autonomia a statuto speciale, occorre passare attraverso una riforma costituzionale lunga e complessa, con la possibilita` che sia richiesto un successivo referendum confermativo a livello nazionale, dagli esiti molto incerti, per non dire quasi sicuramente negativi, considerando la prevedibile opposizione del resto dell’Italia.

e del resto il testo del quesito non prevede questo, quindi non potra` essere utilizzato per sostenere questa richiesta.

. . .

insomma, chi sta promuovendo questo referendum si sta mettendo in un vicolo cieco.

e la sua unica prospettiva e` in realta` che le elezioni del prossimo anno diano il potere a una coalizione di destra maggioritaria.

questo in realta` e` il suo quasi unico scopo.

ma i precedenti storici che dicono?

la Lega non ha gia` governato per anni anche a Roma senza che l’ampliamento delle autonomie regionali per Veneto e Lombardia venisse realizzato, anche se gia` possibile anche allora?

e come mai questo e` successo? perche` i politici meridionali che sostenevano Berlusconi fecero comunque opposizione.

e perche` mai le cose dovrebbero andare diversamente questa volta?

solo perche` e` in atto una corsa mondiale all’egoismo locale e al my country first?

. . .

pero` una condizione che giustificherebbe la richiesta di revisione costituzionale e la concessione di forme di autonomia speciale esiste certamente per il Veneto – e non credo che l’appartenenza per nascita a questa regione mi faccia velo.

ma non per la Lombardia.

il confronto col Veneto e` illuminante:

i Veneti, come realta` distinta, precedono la formazione stessa dello stato romano: si stanziarono nella regione dopo la meta` del secondo millennio a.C.

puo` risultare un poco grottesco ricordarlo: la loro origine e` quella di piccoli gruppi di immigrati che entrano gradualmente nella regione e si fondono con la precedente popolazione locale pre-indoeuropea, che era comunque gia` distinta dalle altre vicine: gli Euganei.

per cui, davvero, l’identita` autonoma del Veneto come regione geografica si perde nella notte dei tempi, da un lato, ma dall’altro i Veneti sono il frutto di una immigrazione pacifica, da est, probabilmente.

mentre la tradizione romana li riconnette addirittura ai profughi della guerra di Troia: poco confermata archeologicamente, ma comunque primo esempio letterario di una accoglienza di massa di rifugiati, ben antecedente alla Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo del 1948 che ne fa un obbligo giuridico internazionale per gli stati.

Caso unico tra i popoli dell’epoca nell’Italia settentrionale, si può stabilire l’identità tra la popolazione e la cultura veneta, ovvero agli antichi Veneti è possibile attribuire una precisa cultura materiale e artistica sviluppatasi nel loro territorio di stanziamento.

la radice del nome, dalla radice indoeuropea wen, amare, li identifica come “gli amabili”: e qualcosa di questa etimologia sopravvive nella particolare gentilezza formale richiesta ancora dalla cultura locale, almeno fino a poco tempo fa.

dopo il primo millennio dall’insediamento, nel quale l’archeologia documenta una ben distinta cultura veneta anche dal punto di vista materiale, subentrano gli influssi prima celtici e poi romani, ma i veneti hanno mantenuto una loro precisa identita` entro un’area ben definita che corrisponde abbastanza da vicino a quella della regione attuale, per 3.500 anni, recuperandola alla caduta dell’impero romano prima col Patriarcato di Aquileia e poi con la formazione della Serenissima Repubblica di Venezia.

e anche sul piano linguistico occorre parlare di una lingua veneta, con una sua tradizione letteraria che precede addirittura di qualche decennio quella in lingua italiana, ed arriva ininterrottamente fino ai giorni nostri.

fu Napoleone a interrompere la continuita` di questa storia veneta col Trattato di Campoformio del 1797 e la provvisoria cessione all’Austria; la rioccupazione successiva sua vide il Veneto sistemato come parte del Regno d’Italia, di cui era re, dal 1805 al 1812, alla sua caduta.

perfino nel Risorgimento la storia del Veneto e` distinta dal resto dell’Italia settentrionale e la sua unificazione col nascente regno d’Italia avviene nel 1866 con una guerra successiva a quella che nel 1859 porto` al suo costituirsi.

resterebbe poi da dire ancora del peso assolutamente preponderante e del ruolo straordinario del Veneto, assieme al Friuli, nella prima guerra mondiale che lo vide come unico immenso e doloroso campo di battaglia fra l’Italia e l’Impero Austro-Ungarico nella sua parte settentrionale, allora di confine, e nell’ultimo anno anche nella sua pianura orientale di pianura.

(me lo ricordano le drammatiche vicende di quel 1917-18 delle mie due famiglie di origine che li` vivevano, aldila` del Piave).

. . .

niente di tutto questo assomiglia neppure vagamente alla storia della regione che oggi chiamiamo Lombardia,

la Lombardia, in senso proprio, e` una creazione abbastanza recente: ha due secoli esatti e risale al Congresso di Vienna, con la creazione del Regno Lombardo-Veneto.

la regione era occupata nella preistoria dai Liguri, allora estesi ampiamente nel Mediterraneo occidentale, e poi ridimensionati alla linea costiera italiana dalla invasione celtica della meta` del primo millennio avanti Cristo; prima di allora si chiamava appunto Liguria.

vi fu una successiva conquista ed occupazione romana e infine vennero quelle barbariche, ultima quella dei Longobardi: ma sempre di contesti piu` ampi che si indetificavano con l’insieme della Val Padana.

ma il particolarismo e le suddivisioni interne sono un dato caratteristico della storia della regione, che ad esempio, al tempo della invasione di Annibale, vide  i Cenomani, celti della Lombardia orientale, solidi alleati di Roma e nemici dei Cartaginesi, assieme ai Veneti, contro gli Insubri, i celti dell’attuale area milanese.

frammentazione ben documentata anche tuttora a livello linguistico, dove ben si distingue, tra i dialetti locali, il lombardo orientale da quello occidentale e da quello meridionale.

il termine Langobardia, subentrato alla invasione del popolo omonimo, indicava in origine ovviamente l’intero dominio dei Longobardi che, oltre all’Italia settentrionale, a sud comprendeva anche la Toscana, e si spingeva fino a Benevento, considerata allora parte della Langobardia minor (lo documentano i nomi di comuni dell’area: Torella dei Lombardi, Guardia Lombardi, Sant’Angelo dei Lombardi); poi col termine Lombardia ci si riferi` genericamente alla Val Padana.

anche la cosidetta Lega Lombarda del 1176 nacque dalla fusione della Lega Cremonese con quella Veronese e aveva la stessa area di riferimento, e neppure nei secoli successivi esistette mai una unita` lombarda distinta: il particolarismo locale e` il tratto caratteristico di questa storia, e la contrapposizione tra Brescia e Milano riprende quella tra Cenomani e Insubri di 1.500 anni prima ed e` definitivamente sancita nel 1427 dalla annessione a Venezia di tutta la Lombardia orientale, mentre a sud Mantova fa per lungo tempo parte a se` stante.

il territorio di Milano del resto si estendeva piu` ampiamente a ovest e a sud, mentre a nord i confini della regione rispetto alla Confederazione Elvetica restano variabili e soltanto con Napoleone la Valtellina ritorna alla Lombardia.

che la realta` della regione fosse cosi` eterogenea lo dimostra del resto la stessa convulsa storia del periodo napoleonico, dove su questo territorio si avvicendano, come in una sequenza cinematografica accelerata, la Repubblica Cispadana, poi quella Cisalpina, e infine il napoleonico Regno d’Italia.

e perfino Bossi nei tempi piu` recenti ​dovete inventarsi dal nulla linguistico la Padania per reclamare l’autonomia e non parlo` mai di autonomia lombarda.

. . .

la Lombardia come concetto vicino all’attuale nasce, come gia` detto, e in confini un poco piu` ristretti, solo nel quadro del Regno Lombardo-Veneto, attribuito per unione personale all’Imperatore d’Austria, col congresso di Vienna, e da li` si travasa come divisione amministrativa nel nuovo Regno d’Italia sabaudo, con qualche ritocco dei confini che porta a un modesto ampliamento dell’area regionale.

lo studio del Galli cita ovviamente con tutto il rispetto che merita quel grande capolavoro che sono le Notizie naturali e civili su la Lombardia, scritto da Carlo Cattaneo, il grande federalista lombardo, con l’apporto di altri studiosi, nel 1844;

(il testo qui: http://www.filosofico.net/carlcattannotlomb823hjw455y2.htm )

ma proprio quel testo, che e` bello rileggere, conferma quel che qui sto scrivendo io, e persino Galli, che dice:

La terra illustrata (…) da Carlo Cattaneo (…) e` una Lombardia “plurale”, variegata e vivace. E completa nella sua eterogeneita`.

considerazioni simili si ritrovano nel saggio Vocazione e destino dei Lombardi, pubblicato da Gianfranco Miglio nel 1989, dove si parla, secondo Galli, di mutevolezza dei confini geografici e delle istituzioni politiche nelle varie epoche e perfino, letteralmente, di un popolo cosi` poco incline a riconoscere e ad affermare la propria identita`.

questo, nelle pagine di Miglio diventa quasi un rimprovero, ma si spiega, secondo Galli, con l’inclinazione – tutta lombarda – al privato: l’identita` culturale dei lombardi (…) e` infatti di natura essenzialmente economico-produttiva, affaristica e finanziaria, fondata sull’individualismo e sulla dimensione del privato​; Miglio aveva scritto, piu` semplicemente: il “filo rosso” conduttore della storia dei lombardi e` la tendenza (…) a lasciare ad altri l’esercizio del potere.

tutte caratteristiche di pessimo auspicio per un referendum che si pretende di giustificare sulla base di una rivendicazione lombarda alla gestione autonoma del potere: qui si tratta addirittura di cambiare le caratteristiche culturali di lunga durata di una popolazione.

del resto, come ben ricorda Miglio, in piu` di un secolo e mezzo di storia nazionale unitaria i lombardi non hanno generato alcun uomo politico di prima grandezza: si sono fermati ai Zanoni e agli Zanardelli.

forse Miglio ha dimenticato Craxi, milanese almeno di adozione; ma aggiungiamo pure anche i Bossi, i Maroni e i Calderoli: e` a questa classe politica locale, senza spessore e senza tradizione, che i lombardi vogliono affidarsi oggi?

io non credo.

. . .

non bastassero le divisioni interne gia` ricordate, Cattaneo, ancora nell’Ottocento, ne aggiunge un’altra che ancora perdura:

Chi fùrono i primi abitatori dell’Insubria? (…) I primi uòmini che si spàrsero per questa terra transpadana, vi si avvènnero in due ben dissìmili regioni di pari ampiezza, l’una montuosa, l’altra campestre.

insomma, per una autonomia speciale della Lombardia che rivendichi radici storiche mancano i presupposti profondi; aggiungo che le aree storicamente distinte del bresciano e del mantovano o del cremonese si troverebbero, anzi si trovano tuttora, piuttosto strette dentro un mini-centralismo milanese.

forse perche` il dominio di Milano e` piu` vicino e dunque piu` stringente; e forse anche perche` il centralismo diventa piu` forte se esercitato in un’area piu` ristretta.

. . .

P-1

ecco perche` il referendum per l’autonomia del Veneto raggiungera` probabilmente il quorum e quello lombardo probabilmente no, anche se lo sostengono tutte le forze politiche locali, compresi i Cinque Stelle e il Partito Democratico, spaccato tra le federazioni locali, ampiamente favorevoli, e il livello regionale che si e` dichiarato contrario, ma soltanto perche` lo considera (giustamente) un inutile spreco di denaro.

Cinque Stelle che si sono aggregati all’andazzo politico dilagante invece che dare voce ai contrari…

. . .

ci sono dunque motivi generali per rifiutare la partecipazione a questo referendum inconsistente:

– la consultazione e` inutile (se chiede l’ampliamento dell’autonomia) o incostituzionale (se chiede il recupero fiscale o lo Statuto di autonomia speciale)

– le interpretazioni sul senso stesso del referendum sono contraddittorie, e ciascuna delle letture date sopra circola ampiamente, anche ad opera dei suoi promotori, e in conflitto col testo ufficiale del quesito: il che rende il tutto simile ad una barzelletta che non fa neppure ridere

– il quesito e` comunque vago e quindi anche se raggiungesse il quorum sarebbe difficilmente usabile, visto che non si sa bene per che cosa i cittadini si sarebbero espressi

– la Costituzione consente certamente l’ampliamento dell’autonomia in campi specifici bene elencati, ma non consente referendum per decidere paralleli aumenti di risorse prelevati dallo stato centrale: quindi il rischio e` che le eventuali nuove competenze rivendicate col referendum gravino sugli abitanti della Regione

– l’idea che la Lombardia diventi una regione a statuto speciale come, ad esempio, la Sicilia, entusiasma soltanto il ceto politico locale, ma peggiorerebbe indubbiamente le condizioni di vita dei cittadini.

si aggiunge anche qualche motivo locale di ampie parti della regione:

– ci si sente meglio tutelati da una suddivisione dei poteri tra Milano e Roma che da un centralismo regionale tutto milanese.

. . .

ma infine occorre mettere i piedi nel piatto anche nel centro delle argomentazioni sul recupero lombardo della fiscalita` che oggi va a Roma.

espressione locale di quella corsa all’egoismo particolare che attraversa un mondo in crisi di futuro.

ma mi riservo di parlarne in un prossimo post, questo e` stato gia` abbastanza lungo e professorale.

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3 thoughts on “il referendum lombardo fantasma del 22 ottobre – 377

  1. ho ricevuto questo commento, in forma purtroppo anonima; non posso fare a meno di pubblicarlo per spessore concettuale e vivacita` espositiva; mi pare che integri, confermando, le cose dette sopra sulle caratteristiche storiche della cultura lombarda e anche sulla fragilita` estrema di questa proposta di referendum.

    Caro professore, (professorale quando ci vuole; e basta con il plebeismo anticulturale!), ho letto di fretta il Suo saggetto (-etto per ora, Lei scrive), che rileggerò meglio.
    Per il Veneto non metto lingua, lunga già essendo la Sua.
    Per la Lombardia sì.
    1 – Buona la storia antica. Si vede che ha fatto l’ Arnaldo e poi Lettere classiche e ora filologia neotestamentaria.
    I Cenomani furono antiannibalici – non gli Insubri – e stettero con Roma fino alla battaglia della Trebbia, scappando su, di corsa, a cavallo, a difendere Brixia, solo a fine giornata, a battaglia ormai perduta. Fuga che poi costò loro cara: la centuriazione. Ma più tardi Roma li perdonò – a Brescia c’è un campidoglio, a Milano no.
    2 – Ottimo il differenziare linguisticamente:
    a. Lombardia Occidentale (milanese latu sensu: Milano, Lodi, Varese, Como, Lecco, Sondrio, Canton Ticino: la Lombardia viscontea – quella della biscia (leggi vipera, altro che drago! – logo ora di certe televisioni & C.); quella di «sta’ lì, maledetto paese!»; è la Lombardia spagnola; la Lombardia di Maria Teresa; la Lombardia di Gesù Bambino;
    b. Lombardia Orientale (Bergamo capofila, Crema, Brescia, Alto Mantovano, quella poi del leone). E non solo per via di San Marco: nello stemma di Brescia, se lo guarda fra le gambe, vedi che non c’è un… : leonessa, infatti; è la Lombardia di Santa Lucia; qui gli Asburgo ànno comandato per un semplice paio di generazioni (e neanche più al loro meglio, ma anzi facendo talora i croati);
    c. Le concedo volentieri una Lombardia Meridionale (Pavia, Cremona, il Mantovano non brescianizzante): quasi una Lombardia emiliana (concordo sull’emilianità con il grande Bernardino Biondelli).
    Occhio che da anni si cammella per Dialetto Lombardo una cosa inesistente (nome vano senza soggetto, direbbe mi pare Petrarca). Tale D.L. è il milanese (latu sensu), ma con invenzione avvenuta (ci siamo anche capiti ad opera di chi) a… Varese (pure in ciò terra anche di contrabbandieri).
    3 – Concetto di Regione. Meno consistente di quello di Provincia (poveretta!), almeno nel Nord Italia. Spesso con coincidenze storiche, la Provincia, con la diocesicristiana (per Brescia ciò vale al 95%), erede alla sua volta della strutturazione romana tardoantica – e ditemi se è poco. Lo riconosce anche il Galli che le partizioni del (pur regionalista, cfr. F. Della Peruta) Pietro Maestri (1861 o poco dopo) altro non erano se non “Compartimenti statistici”, ribattezzati “Regioni” solo nel 1912 (nome vano senza soggetto, e dalli col Petrarca!).
    Se Lei avesse scorso a suo tempo un certo lavoro sulle origini di Brescia industriale, si sarebbe accorto che i noiosi raffronti quantitativi statistici diacronici erano con la «Lombardia» in quanto compartimento: «regione» solo per variatio espositiva. Trovata retorica che non sconfisse la noia.
    Quando andavamo a scuola Lei ed io, la carta murale «politica» d’Italia, dalle elementari in su era a colori per regioni solo tipograficamente; arguisco per simmetria con quella d’Europa e del mondo (Francia ecc. in azzurro, Inghilterra ecc. in rosa, Italia ecc. al verde).
    Ciò, per le non a statuto speciale, fino al 1970.
    Concludo da bresciano. Se il neoregionalismo è un nuovo milanocentrismo (o peggio: varesecentrismo, cfr. Malpensa), ragioniamo con i cugini di Bergamo per una Lombardia Orientale oppure teniamoci per ora Roma.

    Ergo: La rileggerò meglio e auspico una Sua 2a puntata.
    Passo e poi chiudo.

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    1. apprezzo molto questo arricchimento importante.

      e colgo uno spunto per sottolineare un ulteriore punto debole di questo referendum lombardo.

      giustamente Lei sottolinea l’enorme spessore storico in Italia della “provincia”, istituzione che affonda le sue radici addirittura nel mondo romano, pur se la provincia era allora qualcosa di molto diverso dalle attuali.

      solo gli scellerati della cricca renzini, improvvisatisi statisti e inadeguati persino come semplici uomini di governo, potevano pensare di liquidare le province per via di legge, senza modificare prima la Costituzione che le prevede: esempio di un dilettantismo giuridico senza eguali al mondo.

      ma le province sono qualcosa di radicato profondamente nella nostra identita` di italiani e di lombardi o veneti: ben piu` delle Regioni, che sono qualcosa di astratto e di lontano.

      la feroce campagna di stampa contro le province, gestita dai soliti centri di potere e accolta acriticamente dal Partito Democratico, e` stata un attacco quasi mortale alla nostra democrazia, che si nutre proprio di quel controllo dei cittadini sul territorio diffuso che bene riesce ad esercitarsi in una dimensione appunto provinciale e che non arriva certamente al livello regionale – almeno in Lombardia.

      e qui bisogna riconoscere alla Lega di essere stata l’unica forza politica che ha provato a difendere le province, cioe` la democrazia effettivamente decentrata nel territorio.

      ma qui la Lega e` caduta in contraddizione con se stessa, sotto la guida incoerente di questo Galli, la cui fragilita` concettuale ben si vede dal suo opuscolo disordinato.

      la Lombardia ha le dimensioni di uno stato, e perfino maggiori di uno stato: corrisponde al Belgio, che oggi e` federazione di due entita` statuali diverse: valloni e fiamminghi: due popoli addisittura; per popolazione e` pari a due volte e mezzo la Croazia ed e` piu` grande della Svizzera.

      quindi, un referendum per rafforzare i poteri della regione, non ha proprio niente di federalistico; ed e` una contraddizione interna enorme della politica leghista.

      questo, almeno, a guardare le cose dalla provincia di Brescia, che potrebbe essere regione quasi da sola, visto che ha le dimensioni di piu` di tre volte il Molise o di dieci volte la Valdaosta.

      ed ha una dimensione tale da poter contenere in se stessa almeno tre distinte province: la bresciana vera e propria, la camuna e quella corrispondente alla Magnifica Patria di Salo` al tempo della Repubblica di Venezia, che comprendeva anche la Valle Sabbia.

      un governo del futuro dovrebbe davvero ripensare drasticamente la distribuzione delle funzioni tra regioni e province, valorizzando queste soprattutto.

      quanto alle Regioni, si e` parlato di macro-regioni: prospettiva compatibile con un alleggerimento delle loro funzioni a semplice coordinamento delle realta` regionali;

      ma se si volesse mantenere l’impostazione attuale, in alcuni casi dovrebbero scindersi (Lombardia, Emilia-Romagna), dove uniscono a forza realta` differenti culturalmente, storicamente e anche economicamente; in altre riaccorparsi, dove le dimensioni le rendono ridicole: Molise, Basilicata, Valdaosta! in altre ancora essere redistribuite, lasciando alle province la scelta delle regioni a cui aggregarsi.

      la valorizzazione delle funzioni provinciali dovrebbe rendere la soppressione di queste regioni indolore.

      qui non si capisce bene perche` l’autonomia sudtirolese possa esprimersi a livello provinciale e invece qualla valdostana abbia bisogno di un livello regionale.

      ma certamente andrebbe rivista anche la distribuzione delle province, proliferate clientelarmente negli ultimi anni, prima di arrivare poi improvvidamente a pretendere di cancellarle, e ne andrebbe fissata una dimensione minima, al di sotto della quale scendere solo in casi eccezionali.

      insomma, questo referendum leghista e` una grande occasione persa anche dal punto di vista di un ripensamento piu` organico della democrazia territoriale.

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