Contributo alla fanta-scienza 2. 17 dicembre 1967 – il mio 68, 14

2.

– Ma che cos’ha il tuo amico? Le stecche nella schiena? – le aveva chiesto Kitti-kitti un giorno che telefonava alla sua amica Bimestre.

“Tutta invidia” aveva pensato quella “È evidente che crepa dalla rabbia”.

E pensava al suo fustone dalle spalle larghe, dai begli occhi azzurri, con quella voce metallica che dava sicurezza.

Dove lo si trovava oggi un bel ragazzo così? – al cinema e basta.

– Ma no, non dirmi che ti piace – riprendeva l’amica.

– Sì, te lo giuro –

– Ma è così strano: a me mette paura. Stai attenta a non pentirti. –

– Sciocchezze. –

* * *

Erano proprio schiocchezze: ‘Amri era educato, simpatico, niente freddo, ma espansivo con misura.

Bimestre se lo teneva stretto a braccetto e camminava ridendo forte, quando andavano ai giardini. Lui sorrideva soltanto, coi suoi occhi azzurri: era riservato. Si baciavano poi sulla panchina – i tuoi occhi… come sono belli i tuoi occhi… – si diceva lei, quando ‘Amri la abbracciava.

– Gli occhi, non guardarmeli così – le disse brusco un giorno, mentre si baciavano durante l’intervallo di un film.

– E perché? – rispose gorgogliando una risatella. Allora lui le riprese la bocca.

Quella sera salì da lei, era giunto il momento. Prima bevvero un po’ per scaldarsi, poi presero le pillole: lui la droga, e lei in più l’antifecondativo.

I mostri, le luci, la musica passavano, tornavano. Le loro mani erano di fuoco, i loro corpi abissi. Allacciati sul divano presero a slacciarsi, ancora un po’ intontiti.

– Ma insomma – protestò lei nell’attesa esasperata – amore, vieni, muoviti – e lo baciava per eccitarlo.

Si staccò di colpo – Ma sei impotente? – e lo guardò, snebbiata ora: liberato dal busto il corpo giaceva grinzoso su se stesso, spolpato di carne, pendulo: un orrore. Sentì ora, sotto la mano che aveva appoggiata sul ventre, quanto flaccida fosse quella carne giallastra.

– Che è? Che hai? – urlò isterica, in piedi.

Sconsolato ‘Amri scuoteva la testa e mormorava:

– Come posso spiegarti… come posso. Non dovevi guardarmi gli occhi, te l’avevo detto! Non è mia questa testa, la bocca che hai baciato, gli occhi che ti hanno innamorata! La linea rossa che mi gira attorno al collo è questa, la vedi. È il confine: io sono al di là. Io che parlo con la bocca d’un altro, che è mia, la mia bocca, che sento, che muovo, con cui t’ho baciata, io! non l’altro; non lui che volevano salvare, perchè era intelligente, era bravo, serviva per la scienza. E io invece ero l’unico disponibile, il primo che capita, il primo a morire.

E invece no. Lui s’è marcito, e io vado in giro, con la testa sua, con la sua intelligenza, ora so la fisica come lui la sapeva, senza studiarla. Mi guadagno i soldi senza fatica, adesso.

E poi ho i suoi ricordi, so tutto quello che pensava: lo penso io, ora. Ho la sua faccia; sua madre mi chiama Pigior.

Ma non è vero! non è vero! È il mio corpo di contadino sano che ha vinto, le mie braccia, i miei coglioni. Lui non andava a donne, e io ci vado. E ci stanno per i suoi begli occhi. Non suoi! no! no! miei, perchè sono io!

Io, io sono io: non lui! Io volevo portarti a letto con la mia faccia, piena di grinze, calva; ci sarei riuscito lo stesso. Non così, no! Che non so più chi ci è riuscito! –

* * *

– Come sta il tuo amico? – telefonava Kitti-kitti.

– Sta bene: l’operazione è riuscita benissimo – disse Bimestre – Se vedessi che bel ragazzo che è adesso! Pensa che quando gli ho televisionato la prima volta in ospedale si è slacciato il piagiama e si è fatto vedere – Mi hanno rimesso a nuovo eh? – mi ha detto. Rideva, ma gli ballava un po’ la voce. Allora gli ho detto: Va’ là, va’ là, che così peloso non so se mi piacerai ancora. – per dargli un po’ il morale.

– E come ti trovi adesso? –

– Oh beh! naturalmente non c’è confronto. Detto fra noi è stata proprio una fortuna che gli sia venuto il blocco renale e così non è servito più e l’hanno buttato via. Del resto ce l’aveva detto anche il professore che quello era un ripiego e che alla prima occasione sarebbe stato meglio cambiarlo; sì dico quell’altro; … insomma mi capisci. Sentissi ora come è irruento: non riesco a tenrlo, mi sarebbe sempre sopra.

– E della storia dell’anno scorso? –

– Me ne ha fatto un cenno l’altra notte – Chissà che m’ero messo in testa – dice. Mi sa che è diventato furbo questa volta.

17 dicembre 1967

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. . .

tranquilli tutti (se c’e` qualcuno): le mie rievocazioni dei miei patetici tentativi letterari di cinquant’anni fa finiscono qui.

penso soltanto che possano ricordare un clima psicologico e mentale.

ci leggo dentro molta anticipazione del presente, che un poco mi sorprende, sinceramente: non erano temi diffusi quelli affrontati in questi due micro-racconti.

ma ci ritrovo anche, piu` profetico di tutti, un senso di impotenza per il nuovo che stava avanzando, che poi tentammo di toglierci di dosso con una specie di ubriacatura collettiva.

e con questo basta anche parlare del Sessantotto, per quel che mi riguarda.

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