l’enigma autodistruttivo dell’identità – 439

non bastassero le foto, oggi che sono possibili, oppure i ritratti individuali, in tempi più antichi, basta soltanto rileggersi in qualcosa che si scriveva cinquant’anni fa per accorgersi che siamo completamente diversi da allora.

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e la scienza conferma: le molecole che ci componevano allora sono state tutte sostituite: sono del tutto nuovi persino gli atomi, di carbonio o altri elementi, che costituivano quello che chiamiamo il nostro corpo.

ma in che senso possiamo definire nostro quel corpo in trasformazione?

l’identità stessa che dice “io” e rivendica di possederlo con continuità nel tempo è a sua volta in trasformazione e non è più la stessa.

si tratta dunque soltanto di un colossale errore di prospettiva?

siamo nent’altro che uno dei tanti mulinelli che disegna la corrente impetuosa dello spazio tempo che attraversiamo?

no, diciamo un poco meglio: siamo noi stessi quella corrente che attraversa il paesaggio immobile e chiamiamo io uno dei suoi tanti mulinelli, semplicemente perché tende maggiormente a conservare una forma simile nel tempo, anche se l’acqua che l’attraversa è completamente diversa ogni momento.

. . .

l’io – non c’è dubbio possibile – è soltanto un nostro modo sbagliato di guardare e percepire il mondo.

nostro di noi umani, intendo.

gli altri esseri viventi attorno a noi mostrano di non averne bisogno: non avendo un io personale, hanno un rapporto con la vita, col dolore, con la morte, che è molto diverso da quello degli umani.

la mancanza di un io che lo registra permette agli animali di vivere il dolore in modo molto meno drammatico del nostro, come una fugace percezione dell’istante che non lascia traccia consapevole nell’istante successivo.

se vi è pur sempre una memoria, la registra un cervello inconsapevole.

anche gli animali hanno un inconscio, dunque, solo che, a differenza che negli umani, esso regola tutta la loro vita; non vi è sovrapposizione in loro di un io consapevole, non vi sono conflitti con una coscienza, tantomeno con una coscienza morale, che complichi la loro vita psichica.

diciamo pure che gli animali non hanno un io personale, hanno un io di specie, cioè una sorta di noi collettivo, che la loro memoria è quella junghiana dell’inconscio della specie e che a loro la storia individuale del singolo non serve nella lotta per la vita.

(gli animalisti che personalizzano gli animali sono dei bambini che non li conoscono e neppure lo vogliono, perché non li amano affatto: non si ama infatti davvero chi non si conosce neppure).

. . .

solo a noi umani è imposto il peso di una vita interiore necessariamente conflittuale: è la memoria distinta delle esperienze vissute, per quel tanto che funziona, che fonda la coscienza, o meglio la falsa coscienza.

la falsità della coscienza che dice “io” anche dove esiste soltanto un tumultuoso cambiamento che continuamente tutto trasforma è la base stessa di tutto il nostro sapere, e dunque il suo peccato originale che lo rende inconsistente.

pensare che razza di costo ha questa menzogna originaria, che dispendio di energia biologica questo cervello che costruisce l’io consumando da solo un quinto di tutta l’energia che serve a mantenerci in vita e, per così dire, coscienti: almeno parzialmente coscienti.

. . .

eppure è stata l’evoluzione biologica a metterci in questa strada difficile, che a volte sembra un vicolo cieco.

e il motivo di questo strano e accidentato percorso non può essere diverso da quello che guida in generale l’evoluzione, ed è l’adattamento all’ambiente in vista della sopravvivenza come specie.

qualcosa ha dunque reso nessario nell’evoluzione biologica del pianeta Terra che comparisse la coscienza, cioè una forma di memoria più distinta, pur col suo enorme peso energetico dal punto di vista biologico.

evidentemente la vita sulla superficie di questo pianeta stava diventando sempre più difficile, la sopravvivenza sempre più rischiosa, ed occorreva una specie capace di memorizzare i rischi, le sventure, le cause prossime e remote di morte, per sfuggirne meglio.

. . .

la necessità bioogica della nascita di una forma di coscienza personale è ben dimostrata dal successo biologico dell’unica specie (a parte forse, embrionalmente, l’elefante) che si è dotata di una memoria a medio termine, con la nascita di un io individuale.

la distruzione sistematica delle altre specie, immemori e inconsapevoli, da parte di quella umana “cosciente” (ma con debole “coscienza” morale) dimostra l’enorme vantaggio evolutivo dato dalla coscienza.

ma il fatto che questo vantaggio si stia trasformando in autodistruzione dimostra altrettanto bene che l’esperimento è fallito.

. . .

la vita sulla Terra è in un vicolo cieco:

l’autocoscienza che permette di salvarsi da certe forme di distruzione incombente, ma non diventa adeguata coscienza morale super-individuale, ha posto le basi stesse di un processo di autodistruzione ancora più pericoloso, imminente e inarrestabile, solo rinviabile di poco, e non è neppur detto.

 

 


2 risposte a "l’enigma autodistruttivo dell’identità – 439"

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