Jeshu, un avatar per tutte le stagioni del cristianesimo nascente – il profeta egiziano 22 – 7

e` da quasi un mese che risparmio ai quasi lettori di questo blog le mie riflessioni su Jeshu come figura storica; e` stato all’inizio un silenzio imbarazzato, come quello di chi si trova di fronte ad ostacoli quasi insormontabili.

ma la mente ha continuato a lavorare per conto suo, a sondare le diverse ipotesi e contraddizioni, a cercare una via d’uscita.

e finalmente credo di averla intravvista, sono finalmente arrivato ad una nuova interpretazione complessiva che sta mettendo in fila, in un quadro coerente, tutto l’insieme delle osservazioni di dieci anni di ricerche mie sul tema.

solo che mi ci vorra` del tempo che provare ad esporla con ordine: ed esporla sara` anche un modo di metterla alla prova e verificarla.

oggi mi dedico ad un punto minore, molto particolare: e fara` quasi da introduzione alla presentazione di questa mia nuova tesi (nuova non solo per me, ma negli studi sul problema, a quanto ne so).

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dobbiamo tornare alla figura del celebre rabban Gamaliele, morto nel 52 d.C., di cui mi sono occupato in un post precedente: Gamaliele e la voce dal sen fuggita degli Atti degli Apostoli. – il profeta egiziano 19 – 381, a proposito di un suo intervento in Sinedrio, riportato appunto negli Atti degli Apostoli come avvenuto poco dopo la morte di Jeshu.

sconsigliava di condannare a morte Simone il Macigno e Giovanni, citando gli esempi negativi di Teuda, che “fu ucciso”, e “in seguito” di Giuda il Galileo (o meglio, qualche suo discendente, presumibilmente), del quale piu` ambiguamente si dice che “anche lui finì male”; e nel caso di Teuda “quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla”, in quello collegato a Giuda il Galileo, piu` vagamente, “quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero“.

ritenendo che la posizione di Gamaliele li` riferita abbia un nucleo storico di verita`, proprio perche` difficilmente compatibile con la linea narrativa degli Atti, penso che esso fosse stato svolto in un momento non meglio precisato fra il 46 e il 52 d.C., anche considerando che Teuda fu ucciso non attorno al 30, ma nel 46 circa d.C.,  e lasciavo aperto il dubbio che potesse riguardare proprio la figura di Jeshu.

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Giuseppe Flavio nelle Antichita` Giudaiche ci dice anche che Gamaliele ebbe un figlio, di nome Gesu` o Giosue`, equivalente di Jeshu in aramaico, che fu sommo sacerdote:

Libro XX:213 Il re [Agrippa, nel 63 d.C.] poi depose Gesù, figlio di Damneo, dal sommo sacerdozio e designò suo successore Gesù, figlio di Gamaliel.
Perciò sorse una ostilità tra quest’ultimo e il suo predecessore.
Ognuno di essi raccolse una banda di gente molto temeraria e spesso avveniva che, dopo lo scambio di insulti, si andasse oltre, pigliandosi a sassate. […]
Libro XX:213 […] Fu da quel momento, in particolare, che la malattia piombò sulla nostra città e ogni cosa andò scadendo di male in peggio.
Libro XX:223 Egli
[Agrippa, nel 64 d.C.] rimosse Gesù, figlio di Gamaliel, dall’ufficio di sommo sacerdote, e conferì la carica a Mattia figlio di Teofilo, sotto il quale ebbe inizio la guerra dei Giudei contro i Romani.

nella Guerra giudaica ritroviamo questo Jeshu, figlio di Gamaliele, poco dopo, invece, a cercare, assieme ad un altro ex-sommo sacerdote, Anania, di organizzare la resistenza contro gli zeloti che si erano impadroniti della citta` di Gerusalemme e del tempio:

Libro IV:159 Le personalità più eminenti, quali Gorion figlio di Giuseppe e Simeone figlio di Gamaliel, li incitavano infatti sia tutt’insieme nelle assemblee, sia recandosi a visitarli ad uno ad uno, perché una buona volta punissero i traditori della libertà e purificassero il santuario da quegli empi assassini.
Libro IV:160 Nello stesso tempo i più autorevoli dei sommi sacerdoti, Gesù figlio di Gamala e Anano figlio di Anano, biasimando senza posa nelle assemblee il popolo per la sua apatia, lo istigarono contro gli Zeloti; Libro IV:161 tale, infatti, era il nome che quelli si erano dati, quasi fossero zelatori di opere buone e non invece al massimo grado delle più turpi.

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anche il Talmud definisce questo Gesu` o Giosue`, ex sommo sacerdote, figlio di Gamla`, non di Gamaliele, e dice che il suo pontificato fu comprato, e ne parla per la situazione scabrosa nella quale venne a trovarsi con l’assunzione della carica, dato che aveva sposato una vedova, cosa proibita per un sommo sacerdote.

ma proprio in base a questo episodio, il Talmud fissa una regola generale:

Se uno ha sposato una vedova e poi e` stato creato pontefice, puo` portare a casa la moglie [per consumare il matrrimonio]; infatti Giosue`, figlio di Gamla`, sposo` Marta`, figlia di Boeto, poi, creato pontefice dal re, la porto` a casa sua.

come scrive Karin Heller, la stima che circonda Gamaliele I, detto «l’Anziano» è confermata dalle fonti rabbiniche per le quali è un nassi, vale a dire, un patriarca, un membro eminente del sinedrio.
Gli è anche attribuito il titolo onorifico di Rabban, cioè «nostro maestro», invece del titolo di rabbi che significa «mio maestro» e designa in modo abituale i saggi del Talmud.

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ma ora non e` su questi aspetti che voglio tornare, ma concentrarmi su un punto particolare: il dibattito sul ripudio che si svolge nel mondo ebraico nel I secolo d.C., cioe` ​nel tempo nel quale viene collocata la figura di Jeshu, e in cui anche lui e` coinvolto, secondo i testi evangelici.

nel mio post citato sopra, mentre cercavo di descriverne la figura di Gamaliele come interprete della morale mosaica, che ci viene presentato dalle fonti come aperto e flessibile, dicevo, fra l’altro:

Gamaliele introduce disposizioni importanti quanto alla rimessa dell’atto di ripudio per assicurare una migliore protezione alla donna, e rende più elastiche per la donna abbandonata o separata le condizioni necessarie per provare la morte del marito.

queste posizioni di Gamaliele non erano nuove, ma frutto a loro volta di una tradizione.

infatti il nonno di Gamaliele era il grande maestro Hillel, principale capo di una scuola farisaica, conosciuta per la sua interpretazione generalmente liberale della Legge, opposta alla tendenza rigorista della scuola di Shammai.

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a questo punto vale la pena di fare un passo indietro di un paio di generazioni:

«La scuola di Shammai insegna che il marito non deve divorziare dalla propria moglie a meno che abbia trovato in lei qualcosa di immorale, conformemente al testo che dice: “Avendo trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Dt 24,1).
La scuola di Hillel ritiene invece: anche se essa ha bruciato il suo cibo.
Shammaj, del resto, si oppone anche al matrimonio coatto delle ragazze (cf. 1Cor 7,25!):
«È ben nota – scrive F. Manns – la ferma presa di posizione di Shammaj a proposito del divorzio: se la donna non è colpevole di cattiva condotta, il marito non la può ripudiare senza il suo consenso; Hillel accetta invece il divorzio anche per un motivo così futile come una pietanza bruciata (M Gitt. 9,10)…
Nelle discussioni su questioni matrimoniali con esponenti della scuola di Hillel, Shammaj e i suoi discepoli prendono sempre le parti della donna»
(op. cit., p. 54)
Per Shammai, rabbino più rigorista, il divorzio era possibile solo se l’uomo scopriva l’adulterio della moglie (“qualcosa di immorale”), mentre Hillel, più lassista, permetteva il divorzio anche se la donna non sapeva cucinare.
Ovviamente non era previsto che fosse la moglie a poter divorziare, ma era solo il maschio a poter ottenere di separarsi dalla donna che aveva sposato.

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dunque al tempo di Jeshu, o meglio un poco prima, la scuola di Hillel e quella di Shammai discutevano in modo aspro sui motivi che possono condurre al ripudio della propria moglie.

Gamaliele, da considerare di una generazione successiva a quella di Jeshu, a stare alla cronologia tradizionale, si collocava nella linea del nonno: introduceva disposizioni importanti quanto alla rimessa dell’atto di ripudio per assicurare una migliore protezione alla donna e rendeva più elastiche le condizioni necessarie per provare la morte del marito per la donna abbandonata o separata, chiamata agounah.
Si tratta di una donna legata a suo marito che desidera risposarsi e non lo può sia perché il marito non le concede l’atto di ripudio, sia perché si trova nell’impossibilità di farlo a motivo di una malattia mentale [del marito] o perché non esiste una prova formale del suo decesso.

e qui viene spontaneo pensare al dibattito sul ripudio che viene proposto a Jeshu dai farisei nei Vangeli secondo Marco e secondo Matteo, in passi che in realta` furono ​inseriti alla meta` del secondo secolo, probabilmente, come ho cercato di dimostrare nelle mie riflessioni sull’argomento qualche anno fa: 54. COME LUCA SBUGIARDA MARCO E MATTEO (IL SANTO DIVORZIO CRISTIANO E IL SACRAMENTO DEL SESSO, II).

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eccoci dunque nelle condizioni di provare a collocare nel dibattito del tempo la presa di posizione sul ripudio che i Vangeli secondo Marco e secondo Matteo attribuiscono a Jeshu.

Jeshu sarebbe vissuto in un contesto in cui la possibilità del divorzio era tranquillamente ammessa, anche se il Talmud si affretta a precisare, citando Malachia 2,15-16, che il Signore detesta il ripudio, pur concedendolo (bGit 90b):
«Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza.
Perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio d’Israele».

nello stesso Vangelo secondo Matteo si ammette il divorzio in caso di pornéia.

dice il cardinale Ravasi in un articolo su Famiglia Cristiana:
È probabile che qui si sia di fronte a un elemento redazionale introdotto da Matteo per giustificare una prassi in vigore nella comunità giudeo-cristiana delle origini.
Sarebbe, quindi, una sorta di norma ecclesiale locale che veniva incontro alla domanda rabbinica sull’interpretazione della clausola del Deuteronomio concernente il caso del divorzio «per una qualsiasi mancanza».
Nell’ebraismo si confrontavano due scuole teologiche, l’una più “liberale”, incline a concedere un largo raggio di casi di divorzio (rabbí Hillel), un’altra più restrittiva e orientata ad ammettere solo l’adulterio come giustificazione per il divorzio.
Quale sarebbe, allora, l’eccezione riconosciuta dalla Chiesa giudeo-cristiana ed espressa con il vocabolo greco pornéia?
Non può essere, come si traduceva in passato, il “concubinato” (…), né una generica “fornicazione”, cioè l’adulterio, perché in questo caso si sarebbe usato il termine proprio moichéia.
(…) Alcune opere dei primi tempi cristiani – come Il pastore di Erma (IV,1,4-8) – e (…) Clemente di Alessandria (Stromata 2,23) dichiarano che il marito che lascia la sposa adultera non può risposarsi perché permane il precedente legame matrimoniale.
Nel giudaismo del tempo esisteva un termine, zenût, equivalente alla pornéia matteana (“prostituzione”) che indicava tecnicamente le unioni illegittime come quella tra un uomo e la sua matrigna, condannata già dal libro biblico del Levitico (18,8;20,11) e dallo stesso san Paolo (1Corinzi 5,1).
In pratica, anche se non era in uso allora questa fattispecie giuridica, si tratterebbe di una dichiarazione di nullità del matrimonio contratto, linea seguita dalla Chiesa cattolica sui casi di nullità del vincolo matrimoniale precedente.
Sappiamo, però, che le Chiese ortodosse e protestanti hanno interpretato l’eccezione della pornéia come adulterio e, perciò, hanno ammesso il divorzio, sia pure limitandolo a questo caso.
In realtà, la visione di Cristo sul matrimonio era netta e radicale, nello spirito di una cosciente, piena e indissolubile donazione reciproca.

. . .

queste considerazioni sembrano proprio un modo per arrampicarsi sui vetri per negare l’evidenza: fino a che il cristianesimo nascente rimase una articolazione interna della religione ebraica, esso ammetteva (anzi, imponeva)  il ripudio della moglie nel caso di suo comportamento immorale.

e questa applicazione letterale di quanto previsto nella stessa tradizione evangelica sopravvive nella chiesa ortodossa (vedi ad esempio Sandro Magister, Divorzio e seconde nozze. La cedevole “oikonomia” delle Chiese ortodosse,  http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350879.html) e in quella protestante (https://www.matrimonio.com/articoli/matrimonio-protestante–c4201:
Contrariamente al culto cattolico, la religione protestante accetta il divorzio e autorizza un secondo matrimonio nel tempio).

soltanto la chiesa cattolica, col concilio di Trento, cancello` l’evidenza della apertura al divorzio possibile esplicitamente affermata nel Vangelo secondo Matteo e corrispondente, in tutta evidenza, anche alla prassi cristiana delle origini (nonostante qualche posizione contraria) e al diritto romano come codificato dall’imperatore cristiano Giustiniano.

L’avvento del cristianesimo provocò la diffusione di tendenze antidivorzistiche, che portarono all’individuazione di giuste cause di divorzio:
— per la donna, quando il coniuge era riconosciuto omicida, violatore di sepolcri o avvelenatore;
per il marito, quando la moglie fosse accusata di essere  adultera, mezzana o avvelenatrice.
Chi divorziava unilateralmente, fuori da questi casi era punito gravemente.
Nessun limite sussisteva, invece, per il divorzio bilaterale, cioè per quello voluto di comune accordo dai coniugi.
Giustiniano I ampliò le iustae causae di divorzio unilaterale, reputando valido il repudium nel caso in cui la donna fosse andata a banchettare o fare bagni con estranei o avesse frequentato spettacoli senza il consenso del marito; nel caso in cui il marito avesse tentato di fare prostituire la moglie o l’avesse accusata falsamente di adulterio, oppure avesse mantenuto una concubina; era, infine, iusta causa per entrambi i coniugi, l’aver teso insidia alla vita dell’altro o l’aver congiurato contro l’imperatore.
Accanto al divorzio ex iusta causa venne introdotto il divorzio ex bona gratia, per ragioni non imputabili a nessuno dei coniugi, come la prigionia di guerra (captivitas) durata per oltre cinque anni, il voto di castità o l’impotenza manifestata nei primi tre anni di matrimonio.
Per la validità del divorzio era necessario un formale libèllum repùdi: in particolare, si ritenne necessario che la manifestazione di volontà volta allo scioglimento del legame matrimoniale (producendo effetti di notevole rilevanza sociale, in ordine, soprattutto allo status dei figli) fosse espressa in modo certo, definitivo ed inequivocabile, nonché senza l’apposizione di clausole (condizione, termine).
e comunque, anche prima di Giustiniano, erano previste giuste cause di divorzio.
https://www.simone.it/newdiz/newdiz.php?id=432&action=view&dizionario=2

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in sostanza i vangeli presentano posizioni contraddittorie fra loro sul tema del ripudio (che non e` poi quello del divorzio, visto che era esclusivamente maschile), anche se sempre tendenzialmente rifiutato, in generale: ma secondo una posizione piu` aperta e conforme alla tradizione ebraica (Vangelo secondo Matteo) o secondo una posizione che, almeno apparentemente, lo nega completamente (Vangeli secondo Marco e secondo Luca).

in sostanza, pero`, ​la posizione di Jeshu risulterebbe anomala e non identificabile con nessuna delle due posizioni che si dibattevano ai suoi tempi, nessuna delle quali rifiutava la possibilita` o perfino l’obbligo del ripudio, per il semplice motivo che questo era inequivocabilmente stabilito dalla legge mosaica.

anzi, Jeshu negherebbe esplicitamente valore a questa tradizione, e per paradosso, nella versione del testo Q, subito dopo avere affermato che non e` possibile modificarne neppure una virgola.

ma se pensiamo invece, come proponevo qualche anno fa, che i relativi passi nei testi evangelici sono frutto di interpolazioni avvenute nella prima meta` del secondo secolo, cioe` ​se ci spostiamo piu` avanti di un secolo, la posizione attribuita a Jeshu diventa piu` facilmente collocabile storicamente.

ed ora vediamo come.

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Rabbi Aqiba, vissuto nella prima metà del II secolo, e` il rabbino che aiutò Bar Kokhba nella rivolta contro i romani – del 132-135 d.C. – riconoscendolo come inviato da Dio e morì per questo martire.
Aveva invece secondo la Mishnah una posizione ancora più duttile, ritenendo possibile il divorzio anche se una donna non trovava più grazia agli occhi del marito.
Rabbi Aqiba dice: Anche se trova un’altra più bella di lei, conformemente al testo che dice “che accada anche se essa non trovi grazia ai suoi occhi” (Dt 24,1)» (Mishnah Ghittin VIII,9-10).<
Il Talmud, che contiene le riflessioni dei rabbini dal III al V secolo e che si presenta come un commento allargato alla Mishnah, spiega ulteriormente che in caso di adulterio il divorzio è necessario e che la donna ripudiata non potrà essere poi ripresa in moglie dal suo precedente marito (bGit 90a/b).

e` contro queste posizioni che vengono attribuite a Jeshu affermazioni radicalmente innovative sul ripudio ebraico.

​in sostanza, e` attorno al 130 d.C., e non prima, che la posizione attribuita a Jeshu, di negazione della legge mosaica, acquista un senso come strumento per una netta differenziazione dal mondo ebraico che tenta la sua ultima rivolta contro l’impero romano.

la prospettiva cristiana diviene finalmente completamente diversa e mira oramai alla conquista dall’interno.

e` qui che si afferma come strumento definitivo di differenziazione la nuova morale matrimoniale cristiana, col rifiuto assoluto dei divorzio, anche in spregio palese della legge mosaica.

e il messaggio originario della predicazione attribuita a Jeshu nel Vangelo di Filippo, quello quasi  mistico della “camera nuziale” come strumento di unione dell’uomo con Dio, viene stravolto e riadattato in legge morale del matrimonio indissolubile.

questo conferma, a mio parere, che nei vangeli sinottici troviamo, messe in bocca a Jeshu, solo interpolazioni, divergenti fra loro nel significato, che vanno datate nella loro forma attuale alla prima meta` del secondo secolo.

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be’, d’accordo: se qualcuno avra` gia` letto i miei studi precedenti sull’argomento non avra` trovato fin qui nulla di nuovo nella mia tesi di fondo.

pero` nuova e` la domanda che pongo adesso.

abbiamo visto in questo caso e in molti altri che il messaggio di Jeshu che viene trasmesso nella tradizione cristiana e` la somma progressiva nel tempo di una serie di posizioni, ma anche di affermazioni, che appartengono alla storia dei suoi seguaci, e dunque in bocca alla sua figura finisce un insieme poliedrico di affermazioni variegate, a volte persino contraddittorie, che nella realta` appartengono invece a figure diverse distribuite nell’arco di piu` di un secolo, ed attribuite ad unico autore.

ma allora che cosa impedisce di credere che anche quello che si dice della sua vita sia stato costruito progressivamente alla stessa maniera, sommando via via fatti ed episodi vissute da persone fisicamente diverse, ma alla fine accomunate sotto la stessa immagine, o quasi sotto uno stesso marchio o avatar?

questo e` tanto piu` probabile in quanto lo scopo di questi racconti non e` mai stata la verita` storica, ma la verita` religiosa, o direi quasi ideologica.

i fatti si aggiungevano ai fatti, come biografia di un personaggio unico, che, in quanto tale finiva con l’essere ampiamente immaginario, senza esserlo mai del tutto, ma in quanto attraverso il racconto dei fatti di leader diversi dello stesso movimento di rivolta teocratica che attraversava la Palestina di allora si cercava di unificare il movimento

insomma Jeshu era diventato una specie di marchio che serviva a raccogliere sotto un unico comun denominatore e assieme sia insegnamenti eterogenei fra loro sia azioni emblematiche, considerate non come fatti storici, ma come realizzazioni pratiche e quasi correlativi oggettivi di quegli insegnamenti.

 


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