il carnevale di Livemmo – 48

al carnevale di Livemmo la Vecia del Val, la vecchia del cesto, e` una donna che trasporta il marito nel grosso cesto usato per setacciare l’orto: è il simbolo – dicono – della condizione di sottomissione ed emarginazione femminile del passato; sara`: comunque quella donna sembra un soldato e il marito e` in sua balia.

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l’Omasì del Zerlo, l’omettino della gerla, e` invece un malgaro che trasporta il contadino in un’altra cesta, quella usata per spargere il letame sui prati: qui invece di ambiguita` non ce n’e`: come ai tempi di Caino e Abele l’agricoltore, Caino, e` sempre stato socialmente un gradino più in alto del pastore, Abele, cioe` dell’allevatore, che aveva bisogno del suo fieno.

ma c’e` anche il Doppio, l’uomo bifronte: ha viso e vestiti uguali davanti e dietro e indossa gli sgalber (zoccoli chiusi), e quando cammina, impossibile capire se la maschera va in avanti o all’indietro; siccome questa maschera e` piu` recente, inventata negli anni Sessanta, chi vuole ci trova un giudizio montanaro sul progresso contemporaneo.

poi ci sono le maschere del diavolo, del parroco, del postino, in bicicletta, suore piuttosto irriverenti, streghe e dottori, un asino vero; in un turbinio di scialli, panciotti, camicette di pizzo, mutandoni, mantelli e foulards, col rumore degli zoccoli che battono sull’asfalto e il suono del «chigamàt» (lo zufolo di budello di maiale) o dei campanacci appesi in alto tra due case che rimbombano all’improvviso.

insomma, chi vuole se lo guardi qui questo carnevale abbastanza straordinario, appartato e semi-sconosciuto: io mi ci sono divertito parecchio.

. . .

e` a ​Livemmo, un paesino in una diramazione laterale dell’alta Val Sabbia, verso la Val Trompia, a una decina di chilometri di curve in salita dal fondovalle; oggi conta 170 abitanti; ne aveva 692 prima della peste del 1630, che ne uccise 620 e ne lascio` in vita solo 72; in mezzo c’e` stata anche un’alluvione a fine Ottocentoma ancora nel 1930 gli abitanti erano il doppio di quelli attuali: 340.

e vai a parlare tu, a certi valligiani, dell’esplosione demografica…

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montagna che muore, anche quando ha radici profonde fino alla preistoria, e una storia che fu anche di prosperita`, quando il paese era quasi una piccola capitale semi-isolata, in rapporti commerciali diretti con Venezia, dalla quale prese l’idea di dedicare una propria chiesetta a San Marco, e per la quale si batte` a fine Settecento contro la rivoluzione giacobina trionfante, cosi` come fece contro i nazisti centocinquant’anni dopo, nell’epopea partigiana della valle.

ma questo carnevale e` un viaggio nel tempo e nella storia: la storia di un mondo che non e` morto del tutto e trasmette ancora il sorriso della sua vitalita`, quasi consumata.


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