visita di Milano 24 febbraio 2018: materiali illustrativi

materiali per illustrare i luoghi da visitare:

1. Promessi Sposi: Renzo a Milano

Cap. 11
Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da Monza verso Milano. (…) La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando s’accorse d’esser ben vicino alla città, s’accostò a un viandante. (…) Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo, e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale, gliela rendette dicendo: – siete fortunato, bravo giovine; il convento che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata d’una fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de’ begli olmi: là è il convento: non potete sbagliare. Dio v’assista, bravo giovine -. (…)
Fece la strada che gli era stata insegnata, e si trovò a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore si lasci correre alla fantasia l’immagini che ora vi sono associate. Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendìo irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s’apriva dinanzi a chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la stagione. Al punto dov’era, e dov’è tuttora quella viuzza chiamata di Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c’era una colonna, con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo più da lavandai. (…)
Renzo cominciò a raccapezzarsi ch’era arrivato in una città sollevata, e che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di piacere. (…) Pure, si propose di star fuori del tumulto, e si rallegrò d’esser diretto a un cappuccino, che gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre. Così pensando, e guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda, fece quella po’ di strada che gli rimaneva per arrivare al convento.
Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell’alto loggiato, c’era allora, e c’era ancora non son molt’anni, una piazzetta, e in fondo a quella la chiesa e il convento de’ cappuccini, con quattro grand’olmi davanti. (…)
Ma poi pensò di dar prima un’altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si portò sull’orlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate sul petto, a guardare a sinistra, verso l’interno della città, dove il brulichìo era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo spettatore. «Andiamo a vedere», disse tra sé; tirò fuori il suo mezzo pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte.

Cap. 12
(…) – Al forno ! al forno! – si grida.
Nella strada chiamata la Corsia de’ Servi, c’era, e c’è tuttavia un forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche, che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono.
A quella parte s’avventò la gente. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua trista avventura; quando si sente un calpestìo e un urlìo insieme; cresce e s’avvicina; compariscono i forieri della masnada.
Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: – pane! pane! aprite! aprite! (…)
Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch’erano alle finestre de’ piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù, perché smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle buttare. Visto ch’era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero. Neppur una ne cadeva in fallo; giacché la calca era tale, che un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.
– Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date alla povera gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora! – s’urlava di giù. Più d’uno fu conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l’inferriate, svelte; e il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne’ cantucci; altri, uscendo per gli abbaini, andavano su pe’ tetti, come i gatti. (…)
Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel forno. La gente era già molto diradata, dimodoché poté contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.
>«Questa poi non è una bella cosa», disse Renzo tra sé: «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi?» (…)
Renzo andò dietro a uno che, fatto un fascio d’asse spezzate e di schegge, se lo mise in ispalla, avviandosi, come gli altri, per la strada che costeggia il fianco settentrionale del duomo, e ha preso nome dagli scalini che c’erano, e da poco in qua non ci son più. La voglia d’osservar gli avvenimenti non poté fare che il montanaro, quando gli si scoprì davanti la gran mole, non si soffermasse a guardare in su, con la bocca aperta. Studiò poi il passo, per raggiunger colui che aveva preso come per guida; voltò il canto, diede un’occhiata anche alla facciata del duomo, rustica allora in gran parte e ben lontana dal compimento. (…)
Si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. (…) Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest’altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso.
Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell’arco a sbieco, nella piazza de’ Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell’edifizio chiamato allora il collegio de’ dottori, non dessero un’occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì per dire: ora vengo io, marmaglia.
Quella statua non c’è più, per un caso singolare. Circa cento settant’anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così accomodata stette forse un par d’anni; ma, una mattina, certuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l’avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva !
Dalla piazza de’ Mercanti, la marmaglia insaccò, per quell’altr’arco, nella via de’ fustagnai, e di lì si sparpagliò nel Cordusio. (…)
In questa, scoppiò di mezzo alla folla una maledetta voce: – c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco -. Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piùttosto che l’accettazione d’una proposta. – Dal vicario! dal vicario! – è il solo grido che si possa sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada dov’era la casa nominata in un così cattivo punto.

Cap. 13
Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco, e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servitori, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l’avviso, vedon comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l’avviso al padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene a dirgli che non è più a tempo. I servitori ne hanno appena tanto che basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero, e s’aspetta la grandine, da un momento all’altro. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel vòto cortile; ogni buco della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta.
– Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!
Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. (…)
Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse né fine né misura.

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[luoghi coinvolti:
Milano: Corsia de’ Servi (piazza san Carlo), forno delle grucce, strada a nord del duomo, via Pescheria ( via dei Mercanti), piazza de’ Mercanti, arco degli Osii, via de’ fustagnai, Cordusio, via Santa Maria Segreta.

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2. un parallelo possibile:

negli stessi luoghi di cui Manzoni parla descrivendo i tumulti per il pane del San Martino 1628 e negli immediati dintorni del palazzo dove lui si trovava quel giorno, ben rinchiuso in casa, e persino nella piazza antistante, si svolse il linciaggio del ministro delle finanze del Regno d’Italia napoleonico, il 20 aprile 1814: uno dei clamorosi delitti politici che diedero una svolta alla storia d’Italia e che avvennero a Milano.

ecco come ne parla wikipedia, l’enciclopedia online:

Stante la catastrofica situazione finanziaria del neonato Regno d’Italia, non si riusciva a trovare chi volesse ricoprire la carica di Ministro delle finanze. Tale ruolo fu dunque temporaneamente affidato, il 28 febbraio 1802, a un triumvirato, di cui Prina faceva parte insieme al nob. don Ambrogio Forni di Milano e ad Antonio Veneri[1]. Qualche mese dopo però, su richiesta espressa di Napoleone, Prina assunse in prima persona e da solo l’incarico di Ministro delle Finanze. Mantenne poi la nomina anche quando la Repubblica Italiana fu trasformata in Regno d’Italia con a capo Bonaparte stesso e quale Viceré Eugenio di Beauharnais. Brillante nella sua vita privata, il Prina si mostrò duro e inflessibile nello svolgimento del suo incarico. In particolare, mostrò una singolare abilità nel trovare nuove tasse con le quali fare fronte all’enorme domanda di denaro resa necessaria dall’esercizio del governo e, soprattutto, dalla conduzione delle guerre napoleoniche. Questo fece di lui l’uomo più odiato del Regno, in particolare in Lombardia, stanti le origini piemontesi del Ministro delle Finanze. In ogni caso, Prina riuscì a risanare le finanze già con il bilancio definitivo del 1805, anche grazie a una riduzione del contributo all’esercito francese, ma, soprattutto, per la maggiore efficienza nella riscossione delle imposte. Un’ottima operazione si rivelò pure la liquidazione del debito pubblico grazie anche alla vendita dei beni nazionali, in primis quelli confiscati al clero.

Nel 1814, quando ormai, con le sconfitte napoleoniche, la sorte del Regno italico appariva segnata, i segnali dell’odio contro il Prina si fecero sempre più frequenti con cartelli che apparivano ovunque, in cui si minacciava: Prina! Prina! il giorno s’avvicina.

La notizia dell’abdicazione di Napoleone intervenuta l’11 aprile 1814 raggiunse Milano il 16 aprile e sollevò speranze di indipendenza. Il Senato era stato già convocato per il 17 aprile e i sostenitori di Francesco Melzi d’Eril proposero la votazione di una mozione che chiedeva la nomina di Eugenio di Beauharnais a re di un Regno d’Italia indipendente, in luogo dell’abdicante Napoleone. Ma i proponenti erano sostanzialmente minoritari a fronte di chi chiedeva un re italiano o che il trono fosse dato a Gioacchino Murat o, infine, rispetto ai sostenitori del ritorno tout court all’Impero austriaco. Infatti, non superarono la resistenza della maggioranza degli ottimati che componevano il Senato, i quali accettarono solo di inviare delegati a Vienna affinché perorassero una generica richiesta di indipendenza.

La seduta venne riconvocata il successivo 20 aprile e gli oppositori di Melzi d’Eril organizzarono una sommossa, ricordata come la Battaglia delle Ombrelle. Alla mattina, una folla furiosa entrò nel Senato, ne saccheggiò l’aula, e cercò ovunque l’odiato Prina. Non avendolo trovato, i rivoltosi si diressero verso la sua residenza, a Palazzo Sannazzari, davanti alla chiesa di San Fedele. Dopo avere saccheggiato il palazzo e dopo averlo scovato in un armadio, i rivoltosi denudarono il Prina e lo gettarono dalla finestra. Un commerciante di vini della Corsia del Giardino (l’attuale via Manzoni), tal Perelli, riuscì inizialmente ad offrirgli ospitalità; fu tuttavia lo stesso Giuseppe Prina a consegnarsi alla folla inferocita, per evitare che la casa del negoziante fosse distrutta a sua volta e che vi fossero altre vittime.

La folla iniziò a colpirlo con le punte degli ombrelli. Il linciaggio, tra la Corsia del Giardino e la zona antistante il Teatro alla Scala,[2] durò ben quattro ore, sebbene si fosse in pieno giorno, tanto che alla fine il corpo era praticamente irriconoscibile. Nessuna autorità né civile né militare venne in soccorso. Secondo quanto riportato nel 1874 dallo storico Carlo Morbio il Prina spirò in via Broletto e il cadavere trascinato nella chiesa di San Tomaso in Terramara che tuttora sorge nella medesima via.[3]  La tradizione vuole che nei giorni successivi all’assassinio fossero apparsi all’ingresso del cimitero i seguenti versi: «PER L’OCCULTA PIETÀ DI UOMINI ONESTI / GIACCIONO QUI DEL PIÙ FEDEL MINISTRO / I MASSACRATI MISERANDI RESTI».[4]

Anche a distanza di anni gli storici non sono arrivati ad esprimere un giudizio univoco sugli avvenimenti di quella giornata. In particolare, alcuni accolgono l’affermazione di Carlo Botta, espressa nella sua Storia d’Italia dal 1789 al 1814 secondo cui a capo della folla che uccise il Prina ci fosse il conte Federico Confalonieri, lo stesso che non molti anni dopo sarebbe stato il compagno di Silvio Pellico nel processo e nella prigionia alla Fortezza dello Spielberg. Secondo la ricostruzione di Antonio Casati, il linciaggio sarebbe stato invece istigato e organizzato da emissari della polizia austriaca che avevano aizzato la plebe contro Prina.[5]

Gli eventi del 20 aprile convinsero il Viceré De Beauharnais a rinunciare a ogni velleità sul trono. Il giorno 26 aprile abdicò e lasciò l’Italia per raggiungere la corte dei suoceri, i Wittelsbach, a Monaco di Baviera. Il poco che era rimasto della residenza del Prina fu demolito ampliando così la già esistente piazza San Fedele.

La tragica vicenda dell’uccisione di Prina, divenuta proverbiale a Milano (l’ha faa la finn del Prina significa ancor oggi “ha fatto una ben misera fine”; si dice anche è mort el Prina per indicare un’affermazione ovvia, in quanto tutti sapevano che Prina era morto), fu oggetto di diverse opere letterarie. La più conosciuta è il Sogn (“Sogno”, noto anche come Prineide), un poemetto in milanese composto da Tommaso Grossi, ma per qualche tempo ritenuto di Porta, che ne ebbe anche fastidi giudiziari con le autorità austriache. In esso il poeta si immaginava di incontrare lo spirito inquieto del Prina, che gli domandava, polemicamente, che cosa i milanesi avessero ricavato dalla sua uccisione. Quest’opera è stata considerata da Stendhal e da molti romantici il più bel componimento della poesia moderna. Si ricorda inoltre una pièce teatrale di Gerolamo Rovetta, intitolata Principio di secolo (prima rappresentazione il 17 ottobre 1896).

Lo scarso amore dei milanesi per il Prina non si spiega solo con la sua durezza nell’imporre le tasse. Sembra che il suo tenore di vita desse adito a sospetti di corruzione, come appare da un sonetto di Carlo PortaQuand vedessev on pubblegh funzionari, che si dice fosse rivolto proprio a Prina. Altre fonti sottolineano, però, che il saccheggio dell’abitazione del Ministro non permise di trovarvi nulla di particolarmente prezioso, il che dimostrerebbe l’onestà personale del Ministro.

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3. il linciaggio del ministro Prina nella letteratura del tempo:

il poeta Tommaso Grossi descrive l’incontro immaginario col fantasma del ministro Prina, che si svolge di notte lungo la strada che Renzi percorre per entrare a Milano:

Prineide   Tommaso Grossi   1816

SOGN.

E giudizio si fece di ciascheduno
Secondo quello che aveano operato.
Apoc. Cap. XX. v. XIII.

I.
L’eva ona nocc di pù indoavolaa
Scur come in bocca al loff; no se sentiva
Ona pedanna, on moviment, on fiaa
Che dass indizi de persona viva,
Domà che on can de malarbetta sort
El faseva el versari de la mort;
II.
E mi che tapesciava invers Milan
Sù la strada Comasna soll solett
Slongava el pass, che, a dive l cœur, quell can
El m’aveva metuu on poo de spaghett:
Se sent a sonà i or a on orelocc,
Scolti….l’è giusta in pont la mezzanocc.
III.
In quella vedi l’ombra d’on murell
E m’accorgi che l’è quell del Foppon;
Ecco che sont in pari del restell,
E me senti a tremà tucc duu i garon;
Guardand dent disi: Esuss per la mia mamma;
Quand senti on colp e vedi ona gran fiamma.
IV.
El s’ciarô d’on giald smort che la mandava
El sbarlusiva sora tutt’ i cros,
Quist dondaven, la terra la tremava,
E se sentiva a vegnì sù ona vos
Longa….. longa…. pietosa, a fond…. a fond,
Cont on cert sonn comè de moribond
V.
Che fasendes pù ciara a pocch a pocch
La diseva: Sur Rocch? ch’el vegna chi….
Quand che me senti a proferì Sur Rocch,
Che propri propri l’è ‘l me nomm de mi,
Me se scuriss i œucc, me casca i brasc,
E borli in terra comè on omm de strasc.

(…)

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4. Ugo Foscolo, Lettera apologetica (1825, pubblicata nel 1844)

uno stupefacente colpo di scena: in piazza, tra i dimostranti che linciarono il ministro, si trovava anche Ugo Foscolo, che dovette in seguito difendersi dall’accusa di avere preso parte a quell’omicidio: accusa assurda, considerando il significato politico di quell’omicidio, che serviva ad impedire che Milano restasse capitale del Regno d’Italia anche dopo la caduta di Napoleone.

Foscolo diede la sua versione dei fatti nella Lettera apologetica, che scrisse nel 1825, ma che resto` inedita fino a dopo la sua morte e fu pubblicata soltanto nel 1844 da Mazzini:

In quel giorno del tumulto io con lungo pericolo mio tolsi dalle mani di molti manigoldi ubbriachi il generale Peyri ch’essi chiamavano Prina; non che sel credessero, ma deliravano stragi; e mel portai fra il petto e le braccia a traverso la folla arrabbiata. Alcuni d’essi sul far della notte mi tennero dietro, e molta plebe con fiaccole dalla lunga, finchè i più prossimi mi s’avventarono, e l’uno mi ravvolse d’una corda e mi stringeva le reni. Io sino dalla mattina m’era armato d’una daga nascosta sotto il soprabito, perchè era giorno piovoso, e camminava tenendola impugnata; così la punta gli fu al collo, innanzi ch’ei potesse strascinarmi con la sua corda; e afferrandolo per un braccio diceva a lui ed a’ suoi che mi seguitassero a quel modo, tanto ch’io entrassi in una casa vicina; e se facevan motto il loro compagno sarebbe scannato. La moltitudine si raffrettò, e i miei manigoldi gridavano che accorresse ed io che accorresse, movendomi innanzi tuttavia col sicario e la sua corda che mi stringeva le reni, e la mia daga sempre in quell’atto da teatro, sino presso al palazzo de’ Belgioioso. Lo spazio della piazza lasciò che la folla si distendesse, e mi circondò; e tutti esclamavano «patria». Parecchi riconoscendomi al lume delle loro fiaccole, mi nominarono; e ch’io m’era il galantuomo della tragedia proibita, e che m’avrebbero accompagnato salvo dove volessi. Io più per dar a vedere fiducia, che per alcuna speranza della loro salute, predicai di patria, e di pace e buona morale, e che andassero a’ loro figliuoli. Parevano spossati tutti della furia di tante ore, e si rimanevano ad ascoltare. La contessa T[h]iene, s’io mi ricordo, e di certo il senatore Carlotti e il suo primogenito, m’udivano dalle finestre del palazzo. Ma erano degli Stati Veneti, e la loro testimonianza valeva poco in Milano. E da che io non fui lacerato dal volgo, s’argomentarono i valentuomini di desumere ch’io di certo doveva averlo sovvertito a infierire. Altri poscia e il generale Peyri e il generale Pino dissero il vero; ed oggi tutti conoscono i creatori e i complici di quell’impresa; ed io so che se il nome mio si fosse trovato nella lista degli arricchiti dal governo, sarebbe stato ricopiato negli esemplari della lista di cento e più individui e famiglie che dovevano essere trucidati o dilapidate; e parecchi di sì fatti esemplari furono trovati poi nelle mani di malfattori che non li sapevano leggere.
Le loro grida di patria e di libertà, e le loro fiaccole che mi mostravano faccie pallide atroci, e labbra tremanti di rabbia, e occhi pieni di stupidità o di delirio, e i loro corpi barcollanti d’ubbriachezza e di furore baccante; e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte, o di corde da strozzare, e di sacchi vuoti a rubare, m’insegnarono più teorie di libertà che non tutti i libri della filosofia, e quanto lessi mai nelle storie. (…)
Gli ascoltanti miei in un subito m’abbandonarono precipitandosi verso più molte fiaccole e urla lontane, chè Prina era stato scoperto, e dissotterrato dal suo rifugio, e uccidevanlo. E tutti, da pochi in fuori che pur vollero farmi da scorte, non si partirono se non quando videro chiusa e udita barrata la porta della casa ov’entrai. Gli altri erano accorsi a vedere strascinare e sbranare il cadavere nudo del Conte Prina, e lo condussero solennemente al palazzo del Podestà. Ivi i moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri municipali e le spie tedesche e i primati della congiura crearono una Reggenza del Regno, e un’ assemblea di Legislatori. (…)
E non per tanto, anche i meno sciagurati di quella moltitudine insanguinata erano stati subornati di grado in grado da’ patrizi canuti, e da’ preti lor parasiti, a farsi esecutori di ogni scelleragine con sicura conscienza; e senza dire della religione (…)

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5. Giuseppe Rovani (1818-1874) , Cento anni (1864)

l’episodio del linciaggio del Prina ha un posto importante nel romanzo storico dedicato ad un secolo di vita milanese, di Giuseppe Rovani, uno scrittore della Scapigliatura milanese.

nella sua versione quell’omicidio risale al risentimento del conte Aquila (con questo nome maschera il conte Federico Confalonieri) per la copertura data dal Prina ad un fallito tentativo di seduzione della moglie del conte da parte del vicere` che rappresentava Napoleone nel Regno d’Italia con capitale Milano.

LIBRO DECIMOQUARTO Una festa a palazzo di Corte a Milano nell’anno 1810.  Il vicerè Beauharnais.  La principessa Amalia.  Ministri, soldati.  Letterati.  Poeti.  Il pittor Bossi.  Il conte e la contessa Aquila.  L’avvocato Falchi e l’infernal Dea.

Nel punto di affidare a un libro stampato tutte le notizie arcane che si riferiscono all’estremo periodo del regno italico che tramontò cupamente coll’eccidio del ministro Prina (…)

LIBRO DECIMOQUINTO Il figlio del conte Aquila.  L’anno 1809 e il vicerè Beauharnais.  Una festa in casa Litta.  Don Giovanni e fra Cristoforo.  Il vicerè, le classiche reminiscenze e il medio evo.  Beauharnais e la Falchi.  Il conte Aquila e il vicerè.  Ugo Foscolo.  Il colonnello Baroggi.  Un bacio e un colpo di scudiscio.  Il ministro Prina.

Il ministro Prina, da uomo di mondo e di retto senso e buono di quella bontà che non vuole gli scandali e le sventure inutili, perorò così fortemente perchè l’avvocatessa serbasse il silenzio, che ella infatti, quantunque fosse d’una caparbietà per lo più invincibile, obbedì per allora e indusse anche il Milordino ad obbedire. Egli è vero che il giovinotto aveva già detto qualche cosa a taluno de’ suoi amici, egli è vero inoltre che anche altri in quella notte s’accorsero che qualche cosa c’era stato tra il vicerè e la contessina. Ma le dicerie si fermarono tutte a molti passi di distanza dal conte; ma se il bel mondo parlò e sparlò dell’avvenuto, il conte per assai tempo visse nella più profonda oscurità, e la contessina, ritornata nei silenzj casalinghi, dopo aver ripensato con orrore al pericolo fuggito, giurò, per quanto il cuore le gemesse e la passione la straziasse in mille modi, di non mettersi mai più al punto di trovarsi da sola a solo col vicerè. E attenne la promessa e il giuramento; e non ebbe in seguito ad incolparsi d’altro che di pensieri ed aspirazioni sentimentali, e fu tanto 447 modesta seco, che non si ascrisse a merito, come bene avrebbe potuto, l’essere fuggita così deliberatamente dal vicerè che volea trarla a perdizione. Tutto adunque sembrò finito in quella notte. Il dramma incominciato con grande aspettazione erasi sciolto in nulla, tra un pentimento, un dispetto fuggitivo, uno sbadiglio e un consiglio prudenziale. Ma sinchè si è vivi, se durano le speranze, sono anche incessanti i timori e ognor presenti i pericoli: e dovevano trascorrere due anni prima che quel bacio fatale, come una morsicatura di cane idrofobo, avesse a ricomparire nelle sue conseguenze con sintomi i più esiziali. Chi avrebbe detto al ministro Prina, quando perorò a vantaggio della felicità domestica dei conjugi Aquila, che più che mai aveva perorato per sè? Chi avrebbe detto ai più veggenti, che la prima volta che fosse giunta all’orecchio del conte la notizia di quell’avventura galante, il destino avrebbe in quel dì stesso segnata una sentenza di morte; e che del famoso eccidio sarebbesi in quel giorno cominciata a tessere la prima trama? Saltiamo ora dunque due anni di piè pari, per trovarci in sul principio dell’anno 1813, sotto la luce sinistra della stella tramontante di Napoleone.

LIBRO DECIMOSETTIMO Giocondo Bruni, il conte Ghislieri e il conte di Domodossola.  Un’adunanza in casa del conte Aquila e il regno d’Italia.  Milano nel 1813.  I partiti.  Un dialogo tra il conte Aquila e madama Falchi.  Il vetturale Bernacchi Giosuè e il colonnello Annibale Visconti. — Il giorno 20 aprile 1814 e il ministro Prina.  Il capomastro Granzini, il ritratto di Napoleone dipinto dall’Appiani e il busto in gesso di Beauharnais. I

Appena l’aula senatoria fu smantellata, e le suppellettili, state gettate sulla via che rade i boschetti, furon raccolte da coloro che non mancano mai alle dimostrazioni tumultuose, come gli stelloni alle aste, la folla si diradò e si disperse affatto. Ma c’era quel drappello d’operai in giacchetta, che lasciando il palazzo del Senato e prendendo per la via di S. Andrea, camminava di mala voglia perchè non pativa che il tumulto dovesse finire così presto; e ciò che più loro cuoceva, che l’oggetto principale a cui volevano dar la caccia, miracolosamente non fosse comparso in iscena. Giunti nella via della Sala, trovarono altri sparsi drappelli che si fermavano di tant’intanto. Avevano anch’essi quell’aspetto, quell’andatura, quel piglio tra il tediato e l’iracondo che di solito 502 assumono i bassi operaj quando hanno abbandonato il lavoro consueto e quotidiano, e aspettano impazienti di poter dar opera a qualche cosa di straordinario e di sedizioso. Il capo-mastro Granzini, che, in mezzo a dieci o dodici uomini suoi dipendenti, vide coloro da lunge, capì che eran pasta da usufruttare assai bene e da mescolare a quella ch’egli aveva già sotto mano: affrettò quindi il passo, e come fu loro presso:  E che si fa? gridò. Quelli si volsero, e si fermarono, guardando biechi chi loro parlava a quel modo.  E che si ha da fare? Quel che fatto è fatto.  Il bello non è ancor venuto, galantuomini. Su, dunque, andiamo a fare una visita al ministro Prina; e se il ministro non c’è, andiamo a vedere il suo appartamento. Allorchè quella squadra d’uomini fu allo sbocco della via della Sala, un’altra accozzaglia. procedente dalla corsia dei Servi, s’addensava nella via dell’Agnello. Quantunque fossero persone di apparenza civile e tenessero spiegati gli ombrelli, pur camminavano concitati coll’irruenza di un torrente in alluvione. Gridò allora il capo-mastro in mezzo a suoi: Alla casa del Prina! Al qual grido, come se fosse una parola d’ordine: Alla casa del Prina! fu risposto da una voce sonora, e che molti asseriscono essere la voce del conte Aquila. Questo grido ebbe l’effetto di un comando militare; tutti si mossero uniti come ad assalto determinato: Il ministro non è in Milano  s’udì allora a gridare un’altra voce. Nessuno seppe da chi fossero pronunciate quelle parole, ma dev’essere stato un cocchiere dello stesso Prina, che, uscito un momento prima dalla casa in cui serviva, e sentendo quelle minaccie, ritornò a corsa indietro e giunse in tempo per avvisare il portinajo di sbarrar subito le imposte. Ecco perchè quando quella torma si presentò e si fermò innanzi alla casa del ministro, ognuno si meravigliava che fosse già chiusa a quel modo. Le persone dalle seriche ombrelle, stettero allora irresolute, quasi pensando che non c’era a far altro. Ma, con sorpresa generale, quei dieci o dodici uomini in giacchetta, a guisa di soldati che sfoderano le armi al comando del capo, prima agitarono in alto i martelli, che seco avevano portato con premeditato proposito; poi si scagliarono percuotendo di conserva sui battenti della porta e gridando: Aprite. E in quel punto per disgrazia venne loro un ajuto inaspettato. D’improvviso fu vista la figura di un vecchio alto, in maniche di camicia, col capo scoperto, canuto ed arruffato. Egli s’era fatto largo tra la folla con impeto giovanile. Volgeva intorno sguardi da ossesso, e colle due braccia alzate mostrava a tutti una spranga di ferro, di quelle che servono di leva; una tanaglia, dei chiodi, e una corda, e gridava a tutti con una concitazione furibonda, che faceva sgomento e ribrezzo a un tempo: Lo inchioderemo qui su questo battente, appena lo avremo ammazzato. Avanti or dunque e sfondiamo la porta. Vorremmo sapere se Manzoni, quando con tanta efficacia di pennello descrisse quel vecchio vituperoso che aveva proposto di fare altrettanto collo sventurato vicario di provvisione, abbia disegnata l’orrida figura colla reminiscenza di questo modello tolto dal vero. Ma che cosa avveniva nell’interno del palazzo? Una di quelle scene che rinnovano sempre i brividi nel ripensarle. I servi erano entrati nello studio del ministro, tremanti anche per sè stessi. Signor padrone, gli dicevano, si nasconda, si salvi  scappi. Insieme col ministro era un suo cugino, che per la pietà del parente aveva assunto un aspetto minaccioso con tutti: minaccioso ed iracondo persino col ministro. Ecco il frutto della vostra ostinazione maledetta. Ecco a che ci troviamo per non aver voluto partire. Vi fu un momento di silenzio. Si sentiva dal basso la furia dei martelli percuotenti la porta. La figura alta e scarna del ministro era appoggiata allo scrittojo. L’atteggiamento rivelava uno sforzo di dignità superstite; ma tremava come una foglia dalla testa ai piedi. E in quel punto stesso, perchè un lampo fuggitivo di speranza venisse ad accrescere l’orrore di quella scena, cessò a un tratto nella via il rimbombo dei colpi di martello, tacque il mugghio della folla, e si sentì invece a qualche distanza lo scalpito prolungato della cavalleria. Erano infatti i dragoni della guardia reale che attraversavano la piazzetta della Scala. Come la folla erasi dileguata al sonito della cavalleria, e i manigoldi avevano per poco abbandonata l’infame impresa, così il ministro ebbe un tremito di reazione e si credette salvo. Ma i dragoni della guardia reale procedettero quieti per S. Margherita come se nulla fosse; laonde la folla tornò indietro, e i 503 manigoldi con più furore di prima tornarono all’assalto. I colpi spesseggiarono con più orrendo frastuono. Il ministro uscì allora in uno di quei gridi soffocati che mandano gli epilettici quando vengono assaliti dal loro malore; piegò le ginocchia e sembrò svenire. Il cugino e i servi lo presero, lo trassero fuori dello studio, a braccia lo portarono all’ultimo piano. Incuorato dai servitori, il ministro si riebbe alquanto e tornò in sè. Ma in quel momento tutti si accorsero al rumore più intenso e vicino che il palazzo era invaso. I servi fuggirono. Il cugino disse al ministro: Nascondetevi là in quel camino, presto. Poi uscì anch’esso, calcandosi il cappello in testa, e, senza essere notato da nessuno, s’imbrancò poscia colla marmaglia che ululante saliva per le scale come fiamme di un incendio che già raggiunge e soverchia il tetto. Quando il popolo invase la casa del Prina, si credeva generalmente che il ministro non fosse in Milano; tanto è vero che in sul primo, senza più darsi pensiero del ministro, tutti quelli che erano entrati si diedero tosto ad abbattere usci ed antiporti, a fracassar vetriere, a gettar nel cortile e nella via tutte quelle suppellettili che non eran portabili a mano, a depredare e ad appropriarsi le più preziose. Quei manuali poi, muratori o fabbri che fossero, capitanati dal Granzini e da quel vecchio vituperoso che si chiamava Fontana, e da un figlio di costui feroce come il padre e notissimo a Milano per la sua vita di prepotenze e di misfatti, salendo sul terrazzo della casa costrutto a giardino pensile e tutto all’intorno circondato da grandi vasi d’agrumi, si diedero tosto a lavorare per demolire, precisamente come se fosse loro stato ordinato da qualche autorità di atterrare quel palazzo per lasciar sgombra un’area. Cominciarono dal levare l’inferriata che circondava il fastigio, dallo smuoverne le pietre che servivano di tetto e di pavimento, dallo scoprirne e denudarne la travatura. Compiuta quest’opera con rapidità non credibile, discesero agli altri piani a levar tutte le inferriate delle scale, delle ringhiere, dei poggiuoli. In questo frattempo il general Pino, chiamato dalla gravità enorme del fatto, pedestre era accorso colà ed era entrato in palazzo. Egli sapeva che il Prina era a Milano, credeva inoltre che fosse in casa, onde s’affrettò per salvarlo; ma dopo aver sfidato tutto l’urto spaventoso della folla, dalla quale, per quanto ei fosse carissimo ai Milanesi, ebbe pure qualche insulto, partì per avere sentito che il Prina era altrove. Una orrenda fatalità avea davvero decretato l’eccidio dello sventurato ministro, perchè se il Pino si fosse indugiato appena alcuni minuti, forse colui sarebbesi potuto strappare al furore del popolo. Ma il Pino non poteva esser giunto in fine della via del Marino, che una voce gridò: Badate che il Prina è in casa nascosto. Questa voce in un baleno passò di bocca in bocca. Il Granzini capo-mastro la sentì e gridò subito ai suoi: Se c’è, si ha a trovare. Cercate e frugate dappertutto. Il Fontana padre e figlio stavano in quel punto strappando l’inferriata della scaletta che metteva alla camera dove il Prina erasi rifugiato. Giunsero in capo alla scaletta, là v’era un uscio: l’uscio era chiuso, chiuso per di dentro; l’atterrarono di un colpo; pareva che quelle belve avessero sentito l’odore della preda. Pochi uomini erano là. Una persona civile, che i Fontana non conoscevano, entrò quasi nel medesimo tempo in quella camera con loro. Entrò nel punto che il ministro stramazzone stava per essere azzannato. Quell’uomo con voce soffocata: Centomila franchi, disse, duecentomila, un milione per voi, se tacete e lo salvate. Il Fontana figlio mandò un grido feroce a quelle parole; lo sconosciuto atterrito fece in due salti la scaletta e fuggì. (I due Fontana narrarono quel fatto qualche tempo dopo, vantandosi d’aver rifiutato un milione. Chi fosse poi quello sconosciuto non si potè mai sapere; forse era lo stesso cugino del ministro.) Scoperto il Prina, afferrato da quei feroci, tutto fu finito per lui. Lo fecero discendere. Alle grida: È trovato, è trovato, si empì di gente il corridojo che metteva alla scala ed alla stanza fatale. Contemporaneamente il general Pino, sentito da altre voci che il Prina non era uscito, aveva tosto spedito il general Peyri, mantovano, per placar la folla e salvare il ministro. Ma lungo la via, il generale, raffigurato da taluni per lo stesso Prina a cui somigliava, non sarebbe riuscito a salvarsi, se non fosse accorso lo stesso Pino per toglierlo all’ira pubblica col testimoniare chi esso era veramente. Nè più nessuno ormai avrebbe potuto stornare la catastrofe della tragedia orrenda. Nell’interno del palazzo aveva già cominciato a sfogarsi l’ira pubblica, diventata repentinamente una 504 furiosa demenza. Cogli ombrelli, coi bastoni, coi pugni, coi piedi percuotono il ministro, lo strascinano nel cortile, lo denudano dai panni ond’è coperto, lo portano in una stalla, tutto sudicio e immelmato, lo mostrano per ischerno alla folla da una lurida finestra della stalla medesima. Un urlo spaventoso di gioja diabolica alza la turba a quella vista, mentre quelli che lo tenevano lo lascian cadere a capo in giù tra quella turba istessa. Nell’atroce parapiglia, alcuni uomini forti e generosi, insieme con altri che forse avevano altro fine, lo strappano alle mani della folla e lo trasportano nel palazzo Blondel già Imbonati. Ma i due Fontana e gli assassini, vedendo quel fatto, furibondi discendono sulla via, spezzano la calca a minaccie di martelli, s’avventano alla porta di casa Blondel. La porta si riapre, succede una mischia; i più feroci vincono, e preso ancora il ministro, lo trascinano di nuovo tra la folla che mugghiante prende per piazza S. Fedele e S. Giovanni alle Case Rotte. Il Prina domandava il confessore. Lo si consegna per questo a un vinattiere, che aveva bottega sull’angolo delle Case Rotte. Succede un po’ di tregua. Qualche pietà si fa strada negli animi della moltitudine. Il padrone della bottega nasconde il Prina sotto un tino, colla speranza di salvarlo. Ma il vecchio Fontana, che per poco s’era allontanato, ritornò tra la folla e sembra che della propria rabbia inesplicabile riaccenda tutti quanti. Si chiama a gran voce il Prina, si assalta l’uscio della bottega, si minaccia ferro e fuoco al proprietario  la bottega è aperta  entra il Fontana cogli altri, cercano dappertutto e trovano il Prina che loro si offre semivivo. Qui ebbe fracassata la testa, vuotata una occhiaja, sfiancate le reni  e qui spirò. Il cadavere fu preda della bordaglia inferocita per altre quattr’ore. Nelle vie per dove esso veniva trascinato, le donne che s’affacciavano esterrefatte cadevano svenute. Battevano le ore nove all’orologio della piazza dei Mercanti, e il cadavere stava ancora nelle mani della folla. Allo sbocco della via dei Bossi… una squadra di guardie civiche sentì il lungo ululato, e vide le fiaccole che rischiaravano l’orribil scena. Deliberarono di farla finita; incrociarono le bajonette, respinsero la folla, s’impadronirono del cadavere…. lo trasportarono nel Broletto; di qui a notte alta fu trasferito e deposto nella chiesa del Carmine; verso l’alba nel Campo Santo detto La Mojascia. E in quella sera stessa, e non molti se lo rammentarono, si videro già in volta per la città alquante assise bianche d’ufficiali austriaci. Il conte Aquila si rincasò in preda alla più cupa costernazione. Ma la Falchi, anche dopo aver veduto a passare più volte sotto le proprie finestre la folla assassina, potè tuttavia dormire indifferente la consueta sua notte. Fidi al nostro intento di non rivelar che cose nuove o assai poco conosciute, avevamo divisato di omettere la relazione di questa famosa giornata; ma assai ragioni ci determinarono a scriverla. Di quella funesta sommossa uscì a Parigi, come i più devono sapere, una memoria storica con documenti fin dal novembre del 1814; nella stupenda lettera apologetica del Foscolo vi sono alquante pagine dedicate a quel fatto; esiste una relazione di esso stesa dallo stesso Carlo Verri, che fu presidente della Reggenza; sul fine dell’anno 1859, quando la verità della storia potè uscire all’aperto, venne pubblicato a Milano un breve racconto di quell’avvenimento, scritto da un cittadino bresciano, che ne fu testimonio oculare; a Novara, nel 1860, coi tipi di Agostino Pedroli, venne in luce un volume intitolato: Milano e il ministro Prina, narrazione storica tratta dai documenti editi ed inediti per M. Fabi. Libro commendevole come riassunto, nel quale senza rivelazioni nuove venne raccolto in fascio tutto quello che prima era stato scritto sparsamente. In tutti questi lavori è deposto, per così dire, il processo verbale di quanto succedette all’aperto e sotto i medesimi occhi del pubblico, ma non si penetra nella vita intima degli uomini e delle famiglie. Sono vedute prospettiche della parte ortografica dell’edificio: ma l’occhio non intravede spaccati; vi si narrano gli effetti e le conclusioni ultime, ma delle origini prime non si tocca, ma non si risale alle cause; o se qualche volta loro si accenna, sono esse volgarissime e già da molti anni di dominio pubblico, nel medesimo tempo che non bastano a sciogliere nessun nodo, nè a distruggere nessun dubbio; nè per loro, rimanendo pur sempre alla superfice delle cose, ci è dato di gettar mai uno scandaglio nel profondo del terreno, che non fu nemmeno smosso. Colla varia forma d’arte, noi dunque abbiam tentato di adempire a ciò che in quelle memorie indarno si cerca. 505 Ed ora dobbiamo aggiungere, che il sig. Giocondo Bruni seppe da quel Guerrini, domestico in casa Falchi, che all’alba di quel dì stette a lungo colla padrona un uomo mal vestito e di tristo aspetto; che alla sera di quel dì medesimo, allorchè l’orribile tragedia era finita e il cadavere del ministro Prina già stava nella sala anatomica della Mojascia, quell’uomo ritornò in casa Falchi; ch’egli ebbe un lungo alterco colla padrona; che per parte di lei e di quell’omaccio s’udirono frasi e parole che pareva di essere all’ergastolo; e che tutto finì in un lungo silenzio, non rotto che dal suono, per alcuni istanti continuato, come di monete che si contassero. E qui, se si chiude il periodo storico che potrebbe intitolarsi dal ministro Prina, ci rimangono però a fare altre rivelazioni, per mettere a nudo alquanti misteri ond’è ancor buja la catastrofe di quella tragedia. Ma, come vedrà il lettore, la sede naturale di tali rivelazioni non può essere questa, ma la successiva, che potrà essere designata sotto il nome della COMPAGNIA DELLA TEPPA. In essa verrà in iscena l’uomo ignoto che all’alba ed alla sera del 20 aprile ebbe colla Falchi lunghi e torbidi colloqui; in essa farà una nuova comparsa il vetturale Giosuè Bernacchi, nell’occasione che dal manicomio della Senavra sarà licenziato come ristabilito in salute; in essa verranno ripigliate tutte le fila che in questa rimasero sospese. Intanto, come conclusione al presente episodio, noi faremo al lettore le domande seguenti: Il conte Aquila sarebbe diventato un così fiero nemico di Beauharnais, se questi non avesse baciato la moglie di lui alla festa di corte dell’anno 1810? Senza di ciò, non pare al lettore che il conte sarebbe stato invece un gran sostenitore del vicerè? Se colui, sempre per avversione al vicerè, che aveva il brutto vizio d’impacciarsi per simpatie ed antipatie degli interessi privati e influire arbitrariamente sul corso della giustizia, non avesse subornato un giudice assai autorevole allora a Milano, e ridottolo al punto di abusare della propria carica, avrebbe trovato in esso un complice tanto attivo da rivoltare contro al governo francese quasi tutta la massa dei pubblici funzionarj di secondo e terzo ordine? Se il conte Aquila avesse adoperato per sostenere il vicerè tutta quell’energia di volontà che adoperò contro di lui, il principe Beauharnais sarebbe caduto? il regno d’Italia sarebbe andato a fascio? gli Austriaci sarebbero ritornati? Se i due milioni e mezzo del ministro Prina non fossero stati affidati nelle mani dell’avvocato Falchi; oppure se questi avesse serbato il segreto colla moglie, il ministro avrebbe potuto scampare dall’ira pubblica? Per quanto lo sdegno pubblico fosse generale e forte, esso avrebbe potuto scoppiare ed operare nel modo onde operò, senza i pochi che lo governarono a loro voglia e per i proprj interessi? Se il vicerè, dai collegi elettorali e dal voto della popolazione, fosse stato proclamato re d’Italia, e le potenze europee, rispettando tal voto, lo avessero confermato, v’erano poi gli elementi duraturi di un governo forte e sapiente, di una nazione risorta e felice? La teoria inflessibile della provvida sventura non verrebbe qui opportuna per giudicare quei tempi e quegli avvenimenti? Noi poniamo tali quesiti al lettore, senza comunicargli le nostre soluzioni. Egli deve esser libero di valutare i fatti e di profferire la sua sentenza. A noi bastò d’aver recato in mezzo nuovi dati, che chiameremo storici, quantunque non sieno desunti che dalla tradizione orale e dal vago mormorio del pubblico contemporaneo, e da relazioni private e da racconti di testimonj. Non sempre i documenti legali e deposti negli archivj svelano intera la verità. Talvolta la intorbidano, perchè la loro serie non è completa. L’induzione soltanto è un documento razionale e perpetuo, che, al pari di un grimaldello, può aprir tutte le porte.

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6. Promessi Sposi: Il ritorno di Renzo a Milano, con la peste

Capitolo XXXIII

Mise la testa fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov’era salito, uscì di dov’era entrato, s’incamminò per viottole, prendendo per sua stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto vicino a questa.

Capitolo XXXIV

In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s’entrava benissimo, chi appena sapesse un po’ aiutarsi e cogliere il momento. (…) Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer piùttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de’ cittadini.
Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare d’entrar dalla prima porta a cui si fosse abbattuto; se ci fosse qualche intoppo, riprender le mura di fuori, finché ne trovasse un’altra di più facile accesso. E sa il cielo quante porte s’immaginava che Milano dovesse avere. Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d’intorno (…). Ma, a destra e a sinistra, non vedeva che due pezzi d’una strada storta; dirimpetto, un tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d’uomini viventi: se non che, da un certo punto del terrapieno, s’alzava una colonna d’un fumo oscuro e denso, che salendo s’allargava e s’avvolgeva in ampi globi, perdendosi poi nell’aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti e altre masserizie infette che si bruciavano: e di tali triste fiammate se ne faceva di continuo, non lì soltanto, ma in varie parti delle mura.
Il tempo era chiuso, l’aria pesante, il cielo velato per tutto da una nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza prometter la pioggia; la campagna d’intorno, parte incolta, e tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di rugiada sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitudine, quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova costernazione all’inquietudine di Renzo, e rendevan più tetri tutti i suoi pensieri.
Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva accorgersi, a cagione d’un baluardo, dietro cui era allora nascosta. (…)
La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi o muri d’orti, chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo di quella che costeggia il canale, c’era una colonna, con una croce detta la croce di sant’Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi, non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a dritta, in quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino che veniva appunto verso di lui. (…)
Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l’interno della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che allora erano anche meno), e un pezzo della strada. (…)
Guardava innanzi, ma non vedeva nulla. Arrivato allo sbocco di quella strada, scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli diede nell’occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe carrucole; e non tardò a riconoscere (ch’era cosa famigliare in quel tempo) l’abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade più spaziose, affinché i deputati d’ogni quartiere, muniti a questo d’ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque altro. (…)
Renzo si mosse, attraversò la piazza, prendendo lungo il canale a mancina, senz’altra ragione della scelta, se non che il convoglio era andato dall’altra parte. Fatti que’ quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il ponte Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. (…)
Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C’era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col titolo di sant’Anastasia). Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio, e il fetor de’ cadaveri lasciati lì che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicché, alla mestizia che dava al passeggiero quell’aspetto di solitudine e d’abbandono, s’aggiungeva l’orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente abitazione. (…)
In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo.
Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria, in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: – qua, monatti! – E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: – ora, ora -. Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie.
Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.
Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.
– O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza! (…)
Tutt’a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo: guardò più attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov’era? Sul corso di porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e tornato via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in mente che di lì s’andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla strada giusta, senza studiare, senza domandare, l’ebbe per un tratto speciale della Provvidenza. (…) Renzo prende in fretta dall’altra parte, e, rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua per la strada del borgo, riconosce il convento de’ cappuccini, è vicino alla porta, vede spuntar l’angolo del lazzeretto, passa il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena.

Capitolo XXXV

S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi immenso covile, un brulichìo, come un ondeggiamento; e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, sopraffatto e compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo a parte a parte, né il lettore lo desidera.


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