Renzi e Bertoldo – 85

condannato dal re Alboino ad essere impiccato, Bertoldo chiede soltanto di poter scegliere l’albero da cui penzolare.

e alla fine lo trova:

“Bene bene, ed allora andiamo pure al loco dov’è codesto albero. Anche se è a un giorno di cammino, ne varrà la pena!”
“Ma non c’è bisogno di un giorno di cammino…”
“Ah, sta qui vicino? Meglio, facciamo prima!”
“Eh maestà, prima non so. Bisogna aspettare un pochettino”.
“Come sarebbe a dire?”
La regina sorride sorniona come per dire: “Ora vedi un po’”
“Ecco, maestà. L’ho portato con me” Ed esce da una sacca un vasetto con una pianticella .
“E questo cosa sarebbe?”
“Come cosa sarebbe? È l’albero dove voglio essere impiccato. Mica abbiamo stabilito l’età della pianta. Questa è piccola, ma è un albero a tutti gli effetti e nessuno lo può negare. Quando sarà cresciuto al punto giusto, mi ci potrà impiccare”.

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anche Renzi si dimette da segretario del partito che sta distruggendo, ma prima, per farlo, vuole scegliere il governo adatto.

si riserva di essere lui a decidere quale, e dichiara gia` che non ne vede nessuno all’orizzonte.

. . .

lo spirito furbesco dell’antenato dei dritti al servizio di una arroganza senza limiti visibili, ma puerile nella sostanza.

che fosse un ciancolo l’ho capito fin dal primo momento, ma che stupidita` politica e inconsistenza morale arrivassero in lui a tanto non ero riuscito a immaginarlo.

aveva dichiarato tre giorni fa che non si sarebbe dimesso in nessun caso (e sarebbe stato persino meglio di queste dimissioni farsa): ma non sarebbe stato Renzi se avesse mantenuto la parola.

. . .

con lui ora il Partito Democratico, dopo la sconfitta, diventa la mina vagante che cerca di destabiizzare l’Italia, una forza piu` pericolosa di qualunque altro populismo.

ma se Renzi pensa di tornare in fretta alle elezioni, a capo del suo partito personale, perche` avra` impedito di formare un governo, ci penseranno gli elettori a punirlo ancora.

la strada della dissoluzione del Partito Democratico e` aperta.

. . .

un partito dotato di senso della responsabilita` nazionale prende atto dei risultati delle elezioni, rispetta le scelte degli elettori e cerca di evitare danni maggiori al paese, cercando un’accordo fra tutte le forze che non si dichiarano di destra.

giusto per impedire che sia la destra piu` becera ad andare al governo.

a maggior ragione se il principale partito, i CinqueStelle si dichiarano disponibili, se solo lui si fa da parte…

ma forse Renzi ha messo in conto una nuova rottura del partito?

. . .

ieri ho ricevuto questa mail da Vincenzo Cottinelli, che fu segretario nazionale di Magistrature Democratica:

Cari amici,

(…) in queste ore pomeridiane del 5 marzo 2018 il segretario Renzi spara a 360 gradi le sue minacciose e arroganti dichiarazioni invece di dimettersi, puramente e semplicemente, come farebbe (anche per molto meno) qualsiasi suo collega di un paese democratico.

C’è un limite a tutto.

Anche chi ha creduto nel rottamatore (che invece è andato a recuperare rottami, cioè è un bugiardo riciclatore: vedi Casini) è giusto che sappia di che pasta è fatto quest’uomo.

Io sono lontano dalla politica attiva, perciò non ho capito e non capirò mai come il popolo del PD abbia potuto sceglierlo e confermarlo, ma questo è un tema difficile, affine a quello del capire come milioni votino per razzisti, xenofobi, violenti, evasori fiscali, pregiudicati, saccheggiatori del bene comune, corrotti e corruttori, fascisti, mafiosi, negazionisti.

Povera Patria, cantava Franco Battiato nel 1991, confidando in un cambiamento. Il cambiamento c’è stato, in peggio. (…)

Mesi fa Federico Ghizzoni (Unicredit) deponendo in Commissione Parlamentare evocava la figura di Marco Carrai, colui che (su pressione di qualcuno) gli sollecitava la risposta alle richieste di aiuto della Boschi per Banca Etruria.

Un articolo del novembre 2013 racconta la storia di Marco Carrai, fedele amico e compagno di carriera di Renzi.

L’articolo, mai smentito, mai querelato, di rapida lettura, ripreso da Repubblica a fine 2017, traccia i connotati di un faccendiere dal percorso impressionante, ma non raro in Italia.

Quello che sconvolge è la vicinanza, la solidarietà, le affinità elettive con il segretario del PD Renzi.

Non ho diffuso questo testo per una sorta di pietà non per l’uomo ma per il partito. Non volevo aggiungere da parte mia un granello al carico negativo che già pesava sul voto.

Ma lo faccio ora che si è realizzato il tracollo.

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Ecco chi è Marco Carrai, l’uomo che sussurra a Renzi

È sempre stato al fianco del leader del Pd, dopo aver esordito in politica con Silvio Berlusconi. Tuttora è socio del figlio di Berlusconi, Luigi. Molti incarichi in partecipate del comune di Firenze e un forte attivismo nella racolta fondi per Renzi

Marco Carrai è l’uomo che sussurra a Renzi, schivo e riservato, ma sempre chiamato in causa quando si parla di affari e interessi. Lui, cattolico e fiorentino, ha dimestichezza coi soldi. Ha collezionato partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione: e da quando nel 2009 l’amico Matteo è diventato sindaco non si è più fermato. Con Renzi a Palazzo Chigi è stato ad un passo dall’essere nominato a capo del team per la sicurezza digitale del Paese. Ed è finito in un polverone mediatico perché Renzi usava la casa affittata da Carrai a Firenze a titolo gratuito. “Quella era la casa che io avevo affittato per me, a volte ospitavo Matteo. Rispettando il codice civile, lì ha preso la residenza. È stato detto che in cambio mi ha nominato Ad di Firenze Parcheggi. Peccato che lo fossi già da tempo, indicato dai privati per sanare l’azienda”, ha spiegato Carrai.

La sua storia parte dal cuore del Chianti, a Greve, dove la famiglia è riuscita a rivalutare la memoria del nonno di Marco, il Carrai su cui pesava l’accusa infamante di aver fatto parte della banda Carità, il gruppo fascista che opera in Toscana tra il ’43 e il ’45 a caccia di partigiani, tra esecuzioni sommarie e torture.

Il capostipite viene messo all’indice, poi lentamente risale negli affari: un’azienda di rivendita del ferro, un’altra di materiale per l’edilizia, infine investimenti immobiliari riusciti, il benessere.

Papà ex giocatore di calcio nelle giovanili della Fiorentina, mamma figura forte della famiglia e cattolicissima, nella Toscana rossa i Carrai sono conosciuti per essere moderati, democristiani, fieramente anti-comunisti. Nessuno a Greve si stupisce quando nella campagna elettorale del 1994, tracollato lo Scudocrociato, il 19enne Marco al primo voto politico si impegna nei club della nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi. Dura poco, pochissimo, perché ad attendere Carrai c’è il Ppi che si è separato dalla fazione di Rocco Buttiglione, punta sul centrosinistra e sull’Ulivo di Romano Prodi e ha trovato a Firenze un segretario provinciale ragazzino che nel ’94 aveva frequentato le tv berlusconiane da concorrente della “Ruota della fortuna” di Mike Bongiorno: Matteo Renzi. Con Berlusconi, Luigi, però, è socio d’affari in una società di analisi dei dati del web.

Nel Ppi e poi nella Margherita Renzi è il segretario, Carrai è il braccio organizzativo. Quando Matteo, nel 2004, viene eletto presidente della Provincia di Firenze, Marco è il suo capo segreteria. Nel frattempo è entrato a Palazzo Vecchio come consigliere comunale della Margherita, eletto con le preferenze assicurate da Comunione e liberazione e dalla Compagnia delle Opere che in Toscana è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare, altra opera ciellina: i cugini di Marco. Nel capoluogo della Toscana rossa si costruisce un profilo cattolico e teo-con che promette bene. Ma nel giugno 2009, quando l’amico Renzi schianta l’apparato Ds alle primarie di Firenze e poi viene eletto sindaco, Carrai si ritira dalle polemiche, dalla politica, dai riflettori. E comincia, a soli 34 anni, la sua seconda vita di uomo d’affari. Pubblico e privato.

Consigliere del sindaco (a titolo gratuito), poi amministratore delegato di Firenze Parcheggi, partecipata del Comune, in quota Monte Paschi di Siena, membro dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze che è azionista di Banca Intesa, regista della nomina alla presidenza di Jacopo Mazzei. Siede nel cda del Gabinetto Vieusseux, tra le più importanti istituzioni culturali cittadine, infine è presidente di Aeroporti Firenze. Intanto coltiva i suoi interessi: il fratello Stefano Carrai è in società con l’ex presidente della Fiat Paolo Fresco nella società Chiantishire che tenta di mettere su un gigantesco piano di appartamenti, resort, beauty farm nella valle di Cintoia, a Greve, bloccato dal Comune.

Fresco è tra i finanziatori della campagna per le primarie del 2012 di Renzi, con 25 mila euro, insieme al finanziere di Algebris Davide Serra. A raccogliere i fondi a nome della fondazione Big Bang c’è sempre Carrai. Amico degli amici del sindaco: nel cda della scuola Holden di Alessandro Baricco, immancabile oratore alla Leopolda, e vicino a Oscar Farinetti di Eataly. L’uomo del governo israeliano, per alcuni («Ho da fare a Tel Aviv», ripete spesso), di certo vicino agli americani di ogni colore. Frequenta con assiduità Michael Ledeen, l’animatore dei circoli ultra-conservatori del partito repubblicano, antica presenza nei misteri italiani, dal caso Moro alla P2. È in ottimi rapporti con l’ambasciatore Usa in Italia John Phillips, amante del Belpaese e della Toscana, proprietario di Borgo Finocchietto sulle colline senesi.

C’è anche Carrai quando Renzi banchetta con Tony Blair o quando va ad accreditarsi con lo staff di Obama alla convention democratica di Charlotte del 2012. E quando tre mesi fa il sindaco vola a sorpresa a Berlino per incontrare la cancelliera Angela Merkel, accanto a lui, ancora una volta, c’è il ragazzo di Greve, Carrai. Che nel silenzio accumula influenza e mette fuorigioco altri fedelissimi renziani. C’è chi ha visto la sua manina dietro la nomina di Antonella Mansi alla presidenza di Mps, osteggiata da altri seguaci del sindaco. Ma non c’è niente da fare: Carrai, per Renzi, è l’unico insostituibile. Per questo bisogna seguirlo, il Carrai, nella strada che porta alla conquista di Roma, nella posizione da cui da sempre si governa e si comanda davvero. All’ombra della luce.


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