non chiamarmi col tuo nome, please – 108

questo blog non si occupa abitualmente di cinema e anche quando parlo di qualche film visto, le mie non sono recensioni, ma quasi sempre spunti per parlare d’altro.

qui parlerò di Chiamami col tuo nome di Guadagnino, che ho visto ieri sera, molto celebrato, anche dalla presentazione critica curata dal valoroso gruppo di giovani cinefili che gestisce con entusiasmo encomiabile il cinema di Vestone.

ma allo stesso modo di altre volte, parto dal film per arrivare ad altri problemi.

. . .

prima ancora di entrare in sala, so a grandi linee, dai trailer, che il tema del film sarà una storia d’amore tra un ragazzo e un uomo più adulto.

e penso che nel titolo possa esserci un richiamo a Oscar Wilde, o meglio al suo giovane innamorato lord Alfred Douglas, allora legalmente minorenne, dato che aveva vent’anni al tempo e non aveva ancora compiuto i ventuno; infatti dell’amore che non osa pronunciare il suo nome in questo secolo aveva scritto Douglas in una poesia pubblicata su un giornaletto studentesco di Oxford che aveva ospitato anche un contributo di Wilde.

il padre di Douglas, venuto a conoscenza della relazione tra lo scrittore e il figlio, gli aveva scritto un biglietto insultante in cui lo definiva, testualmente, “soddomita”, e Wilde, del resto sposato con due figlie, non era riuscito a sottrarsi alle pressioni di Alfred e alle rigide convenzioni del tempo, per cui lo aveva trascinato in Tribunale per diffamazione, ma in modo malaccorto perché ne uscì condannato lui a due anni di lavori forzati per offesa alla morale.

durante il processo il giudice chiese a Wilde: “Cos’è l’amore che non osa pronunciare il proprio nome?” e lo scrittore rispose:

“L’Amore, che non osa dire il suo nome in questo secolo, è il grande affetto di un uomo anziano nei confronti di un giovane, lo stesso che esisteva tra Davide e Gionata, e che Platone mise alla base stessa della sua filosofia, lo stesso che si può trovare nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare… Non c’è nulla di innaturale in ciò.”

il verbale della causa registra: “applausi sonori nella galleria del tribunale”, e il giudice immediatamente disse: “Farò sgomberare l’aula se ci sarà la minima manifestazione di partecipazione. Si deve mantenere il completo silenzio”.

bene, ma il riferimento del titolo del film non è a questo, ma a un elemento molto bello della storia, quando i due innamorati decidono di chiamarsi fra loro ciascuno col nome dell’altro, e dunque Oliver sarà Elio per Elio ed Elio sarà Oliver per Oliver.

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. . .

ma veniamo finalmente al film, che viene presentato come il film d’amore gay più redditizio dai tempi deI segreti di Brokeback Mountain: però, scusate, dove sono i gay in questo film?

Elio, intanto che Oliver si chiarisce le idee su loro rapporto e rompe l’incertezza ad accettarlo, fa l’amore con Marzia; del resto, prima, Oliver ha amoreggiato un poco con Chiara, sorella di Marzia, e alla fine del film, quando è già rientrato in Inghilterra, telefona a Elio per dirgli che si sposa.

credo che il film sia interessante piuttosto proprio perché questa storia d’amore fra un adolescente e un uomo non è una storia d’amore fra due omosessuali;

del resto, nel film, a un certo punto compaiono due omosessuali classici, e sono due tipiche macchiette frocie, non mancano neppure l’abito rosa, oltre che le mossette.

. . .

attenzione ora: a me questo film non è piaciuto affatto, l’ho trovato freddamente didascalico; in fondo è un trattatello pedagogico ben confezionato su come dei genitori dovrebbero gestire le inclinazioni omosessuali di un figlio adolescente.

ma, attenzione: l’omosessualità è soltanto un dato di natura immodificabile? forse per alcuni sì.

ma è anche un comportamento che si apprende, certamente per alcuni altri.

e dunque un genitore consapevole di un figlio ancora minorenne non si preoccuperebbe legittimamente e con discrezione che un figlio o una figlia non si orientino verso scelte di vita certamente più difficili da gestire?

io non sono proprio sicuro, se fossi ancora in quei panni, che sarei così serenamente felice se un uomo adulto mi seducesse il figlio diciassettenne!

va bene che i protagonisti della vicenda del film sono tutti ebrei, e dunque si suppone abituati ad essere minoranza che gestisce scelte anti-conformiste, ma l’atteggiamento col quale i genitori di Elio incoraggiano il figlio diciassettenne sulla strada di comportamenti omosessuali è davvero credibile?

le scene finali in cui il padre parla al figlio della bellezza della sua storia, ammettendo di invidiargliela un pochino, francamente mi sono sembrate fuori dal mondo.

sarà un fatto generazionale mio? un segno del mio legame con tempi irrimediabilmente passati?

. . .

se  scavo nela memoria in quel tanto di storia del cinema omosessuale che mi ricordo, ci ritrovo il Visconti di Morte a Venezia e di Ludwig, o il Pasolini di un episodio di Teorema, dove la scelta omosessuale è una radicale rottura di vita:

allora scoprirsi omosessuali o anche soltanto bisessuali, come l’Aschenbach di Visconti, significa sentirsi collocati in una dimensione irrecuperabile di radicale diversità esistenziale (e soltanto Felini preferì riferirsi, col suo Satyricon, ad un mondo precristiano dove l’omosessualità era vissuta con assoluta leggerezza).

. . .

ma questa non era soltanto la caratteristica della cinematografia (allora grande) di un paese cattolico come l’Italia; anche nell’ambiente più aperto del mondo anglosassone rimaneva viva la distinzione profonda dell’omosessuale dal resto della società:

per non dire dei film scandalosi e sperimentali di Warhol, che rimasero quasi tutti fuori dalla grande distribuzione, tranne Trash, che ha però ha la regia di Morissey; tra gli altri, che effettivamente circolarono, Festa per il compleanno del caro amico Harold, Un uomo da marciapiede, Maurice, My beatifu Laundrette, Bareback Mountains, appunto.

ma, per parlare della Germania, i film di Fassbinder, poi, e Querelle de Brest? e in Francia, quelli provocatori di Jarman, tra cui l’indimenticabile Sebastiane, per lo sperimentalismo visivo.

lo stesso dicasi, guardando ad altri paesi, di Almodovar, La legge del desiderio, di Notti selvagge, sulla sieropositività di un prostituto gay, del recente Tom of Finland, oppure del recentissimo Moonlight del 2016, col quale torniamo all’America.

e finora ho parlato sotanto di film sull’omosessualità maschile (e non pensate che io sia un esperto del tema: semplicemente mi sono aiutato con la relativa voce su wikipedia, facendo riferimento ai film visti nella mia non breve vita).

ma che dire del bellissimo e sconvolgente La vita di Adele, un film straordinario di iniziazione lesbica?

bene, ma qui a me pare che, con Chiamami col tuo nome,  per la prima volta si cambia radicalmente registro.

. . .

la fine del Novecento non è soltanto la fine del proletariato, della democrazia o di altre categorie concettuali, come quella stessa della verità.

è anche la fine, che vediamo profilarsi, del concetto di omosessualità, e perfino di quello di bisessualità, che lasciano posto ad una pansessualità fluida, a ruoli intercambiabili, dove il gay non è più chiaramente riconoscibile, perché i suoi comportamenti non sono esclusivi, ma diffusi.

a questo punto arriva un film come Chiamami col tuo nome, che non ha più spessore veramente drammatico e dove l’omoerotismo viene serenamente riassorbito da una tolleranza politically correct, presentata come modello esemplare.

perché una storia d’amore può anche svolgersi, occasionalmente e a termine, fra due uomini, ma potrebbe essere, del tutto simile, anche se eterosessuale, e il suo spessore drammatico (tutto sommato, modesto) non cambierebbe.

. . .

ecco che ho preso spunto da film per parlarvi in fondo di altro, come avevo promesso.

e cioè di come l’omosessualità stessa stia scomparendo dal nostro orizzonte culturale contemporaneo, con la sua storia incancellabile di discriminazioni drammatiche.

lascia il posto ad una pluri- o pan-sessualità che sta perdendo ogni spessore emotivo veramente conflittuale,

e tende oramai a diventare un elemento decorativo fra i tanti di una vita dominata dal libero mercato, anche dal libero mercato sessuale.

 

 

 

 


4 risposte a "non chiamarmi col tuo nome, please – 108"

  1. Dico solo una cosa. Meritava di vincere (nonostante il titolo pessimo che a me invece mi ricorda i romanzetti rosa che girano per adesso) ma ovviamente la storiella romantica della forma dell’acqua era già designata alla statuetta perchè attira di più il mostro con la bella e salvifica fanciulla che una storia gay. Ovviamente l’esito ha dimostrato come l’America sia ancora legata a questi filmetti dai facili happy end costruiti a tavolino per tutti quelli che credono ancora alle favole. Io gli ricorderei che i mostri graffiano, svranano e uccidono. Altro che amore!

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    1. di solito cerco di evitare i film americani a lieto fine (anche se l’ultimo film USA visto, LA LA Land, è un capolavoro assoluto, ma – appunto – senza lieto fine); quindi, già maldisposto, non andrò a vedere La forma dell’acqua, dopo quel che mi dici. ma questo film non è americano, mi pare (o sbaglio?), e non ha neppure il lieto fine insulso che non mancava in Moonlight, per restare in tema.

      eppure, io non lo considero affatto un bel film: per me, ripeto, è un film senza spessore, molto didattico e moto decorativo: niente di più.

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      1. Infatti tutti pensavano che La La Land meritasse il leone d’oro e poi non ha vinto.
        Questo film mi ricorda la storia di Gatsby. A volte gli uomini aspettano per esprimere il proprio amore e poi perdono la persona amata. Invece bisogna sempre dire tutto e subito perchè potrebbe non esserci un futuro. Sono storie di uomini che non hanno saputo cogliere questa chance.

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        1. effettivamente, non pare che sia poi troppo importante sapere chi vince gli Oscar – e in effetti io neppure lo so: vado a controllare.

          ma certo! ha vinto Moonlight, il film gay col lieto fine inverosimile.

          quest’anno, invece, ha vinto La forma dell’acqua, che mi dici non ce l’ha.

          che sia questo il requisito per vincere l’Oscar, visto che né LA LA Land né Chiamami col tuo nome ce l’hanno?

          quel che dici mi ricorda una mia storia di tanti anni fa, in cui persi una donna a cui tenevo moltissimo perché non riuscivo a dire di amarla e lei ci teneva a setnirselo dire tanto quanto io tenevo a lei; ma col senno di poi ho capito quanto era necessario che le cose andassero così, considerando che lei evidentemente non era in grado di capire quanto tenevo a lei anche senza parole, e di capire che io non potevo incasellare il mio sentimento in una formula scontata; del resto lei non ha avuto nessun’altra storia, dopo, e ci sono persone che in realtà sono votate alla solitudine, dove si realizzano molto meglio.

          ma non credo che si sarà mai un film che racconti queste cose e certamente non vincerebbe l’Oscar.

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