visita di Bergamo e Villaggio Crespi, 2 aprile 2018: materiali illustrativi

Bergamo e Villaggio Crespi, visita 2 aprile 2018

materiali per illustrare i luoghi da visitare:

Il tema di questa visita, dopo quella a Milano di febbraio, ha un suo centro segreto, ed e` la Lombardia orientale, quella che fu veneta per tre secoli: una differenza dalla Lombardia milanese che e` storica, culturale, perfino linguistica, nelle varianti dialettali, ma anche artistica.

E ritroviamo tutti questi motivi nei Promessi Sposi, di nuovo, che possiamo prendere come ideale punto di riferimento di questa visita, per aiutarci a capire meglio i luoghi che visiteremo.

Torniamo a Renzi e alla sua sfortunata esperienza dei tumulti milanesi di San Martino, contro la carestia, al rischio che corre di essere arrestato come promotore dei tumulti, alla sua fortunosa fuga: verso dove?

Verso la Repubblica di Venezia, cioe` verso l’Adda che segna il confine fra questi due mondi simili ma anche diversi.

  1. Promessi Sposi: Renzo e l’Adda

Cap. 17

E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorìo, un mormorìo d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore.
Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre. Alzando poi lo sguardo, vide il vasto piano dell’altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, e sur uno di quelli una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una città, Bergamo sicuramente. Scese un po’ sul pendìo, e, separando e diramando, con le mani e con le braccia, il prunaio, guardò giù, se qualche barchetta si movesse nel fiume, ascoltò se sentisse batter de’ remi; ma non vide né sentì nulla. Se fosse stato qualcosa di meno dell’Adda, Renzo scendeva subito, per tentarne il guado; ma sapeva bene che l’Adda non era fiume da trattarsi così in confidenza. (…)

Tra questi pensieri, e disperando ormai d’attaccar sonno, e facendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch’era costretto ogni tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del giorno, e misurava con impazienza il lento scorrer dell’ore. Dico misurava, perché, ogni mezz’ora, sentiva in quel vasto silenzio, rimbombare i tocchi d’un orologio: m’immagino che dovesse esser quello di Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco, così inaspettato, senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come d’un avvertimento che venisse da persona non vista, con una voce sconosciuta.

Soffermiamoci a riflettere su questo aspetto che Manzoni sottolinea: l’Adda come confine ndi due Lombardie diverse, che noi siamo abituati a vedere (forse a torto) come una realta` sola, da quando il congresso di Vienna le unifico` sotto un unico concetto di Lombardo, come parte del Regno Lombardo-Veneto, da cui l’idea e` passata immutata nel nuovo Regno d’Italia, anche per via della conclusione della secinda guerra di indipendenza che vide passare tutto questo territorio sotto i Savoia.

Ma la distinzione fra la Lombardia milanese e quella orientale ha radici ben profonde che risalgono addirittura al periodo precedente alla conquista romana della Val Padana, e perfino dell’invasione celtica del 5° secolo a.C.: la civilta` detta di Golasecca tra il Ticino e l’Adda nel 13° secolo a.C.; e questo corrispose all’incirca al territorio che nel mondo celtico stesso occuparono gli Insubri, che poi ebbero come capitale Milano, mentre a est dell’Adda vi era la distinta tribu`dei Cenomani.

E queste tribu` ebbero anche atteggiamenti politici molto diversi verso Roma: gli Insubri strettamente alleati di Annibale, quando arriva in Italia, fino alla sua sconfitta e alla loro sottomissione; i Cenomani della Lombardia orientale, invece, furono fedeli alleati di Roma e anzi minacciarono militarmente gli Insubri, con i quali ebbero una effimera alleanza anti-romana solo alla fine della guerra; ma poi, gia` al tempo di Roma questa parte dell’attuale Lombardia faceva parte, sotto Augusto, della Regio X Venetia et Histria.

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Quindi in qualche modo l’equilibrio che venne a crearsi nel 1426 fra la Lombardia Orientale, sotto la Repubblica di Venezia, e quella occidentale, sotto Milano e quindi poi sotto la Spagna, ristabiliva una antichissima distinzione che aveva anche precise radici geografiche.

Ma qui i Promessi Sposi ci aiutano a cogliere una differenza sostanziale tra la situazione vissuta dalla Lombardia milanese, sotto il dominio prima spagnolo e poi austriaco, e la Lombardia amministrata dalla Repubblica di Venezia.

Le sopravvivenze feudali ben testimoniate dalla vicenda dei due promessi sposi, ostacolati dall’arbitrio dei nobili locali don Rodrigo e il conte Attilio non son casuali, ma documentano una situazione sociale ben diversa da quella del governo di una aristocrazia mercantile come quella veneta.

Ed ecco come Manzoni riesce a fare rivivere in maniera molto efficace la differenza fra questi due mondi attraverso la sua narrazione, dopo avere raccontato il passaggio del fiume da parte di Renzo, con un barcaiolo del posto:

Renzo, ora che l’Adda era, si può dir, passata, gli dava fastidio il non saper di certo se lì essa fosse confine, o se, superato quell’ostacolo, gliene rimanesse un altro da superare. Onde, chiamato il pescatore, e accennando col capo quella macchia biancastra che aveva veduta la notte avanti, e che allora gli appariva ben più distinta, disse: – è Bergamo, quel paese?

– La città di Bergamo, – rispose il pescatore.

– E quella riva lì, è bergamasca?

– Terra di san Marco.

– Viva san Marco! – esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.

(…) Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi. “Ah! ne son proprio fuori! – fu il suo primo pensiero. – Sta’ lì, maledetto paese”, fu il secondo, l’addio alla patria.

(…) S’incamminò, prendendo per punto di mira la macchia biancastra sul pendìo del monte, finché trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bisognava vedere con che disinvoltura s’accostava a’ viandanti, e, senza tanti rigiri, nominava il paese dove abitava quel suo cugino. Dal primo a cui si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare.

La citta` di Bergamo nella cui direzione Renzo volge il passo, ma senza arrivarci, perche` si ferma prima al paese del cugino Bortolo, appare dunque certamente a Renzo nella imponenza delle sue fortificazioni, che erano state iniziate nel 1561 e terminate nel 1588, dunque apparivano ancora relativamente recenti nel tempo in cui Manzoni colloca la vicenda di Renzi, quarant’anni dopo.

Non voglio addentrarmi nella descrizione dell’opera, ma accennare appena al suo significato.

La pace di Cateau Cambresis, nel 1559, pose termine alle guerre d’Italia, durate oltre sessant’anni, sancendo il predominio spagnolo, col dominio diretto di Milano e di tutta l’Italia meridionale, con le isole, sotto Napoli, ma indirettamente anche sul resto d’Italia tramite stati vassalli o strettamente alleati, rafforzato dal rapporto di strettissima collaborazione fra la monarchia spagnola e il papato della Controriforma: unica eccezione Venezia.

Questo equilibrio durera` per i successivi 150 anni.

Dunque la citta` di Bergamo col vicino confine sull’Adda rappresenta il limite occidentale del territorio di Venezia e la fortificazione della citta` rappresenta anche visivamente l’intenzione di non arretrare da questo punto avanzato, che serve anche a difendere un collegamento diretto, attraverso la Val Brembana, aggirando Milano, con la Valtellina, che dal 1512 era entrata a far parte del Cantone dei Grigioni e apparteneva dunque alla Svizzera; ma questo significava anche che la Valtellina era anche aperta al mondo protestante, che infatti vi era solidamente rappresentato, fino a che nel 1620 si arrivo` al cosiddetto Sacro Macello di Valtellina, cioe` al massacro di circa 700 protestanti valtellinesi ad opera di milizie cattoliche finanziate dagli spagnoli di Milano.

Nello stesso tempo, pero`, nonostante l’imponenza, l’opera aveva sostanzialmente un significato dissuasivo: difensivo e non offensivo, e dunque era quasi una specie di monumentale dichiarazione di Venezia che intendeva soltanto difendere la sua autonomia, ma non espandersi ulteriormente: le dimensioni ridotte difatti non potevano permettere l’ammassamento di grandi contingenti militari al punto di farne una testa di ponte per attaccare la città di Milano.

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2. Promessi Sposi: Renzo diventa imprenditore.

Ma toniamo a Renzo e vediamo quali altri considerazioni introduce il Manzoni, che si sofferma sulla ricerca di lavoro da parte di Renzo, operaio tessile; ed ecco lo scrittore che illustra la situazione della tessitura nella Lombardia occidentale in quegli anni.

Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de’ guai che Renzo portava con sé, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, da’ quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e ne’ borghi, incontrava a ogni passo poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie intere; e un misto ronzìo di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in pensiero de’ casi suoi.

“Chi sa, – andava meditando, – se trovo da far bene? se c’è lavoro, come negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, è un buon figliuolo, ha fatto danari, m’ha invitato tante volte; non m’abbandonerà. E poi, la Provvidenza m’ha aiutato finora; m’aiuterà anche per l’avvenire”.

(…) Arriva al paese del cugino; nell’entrare, anzi prima di mettervi piede, distingue una casa alta alta, a più ordini di finestre lunghe lunghe; riconosce un filatoio, entra, domanda ad alta voce, tra il rumore dell’acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo Bortolo Castagneri.

– Il signor Bortolo! Eccolo là.

“Signore? buon segno”, pensa Renzo; vede il cugino, gli corre incontro. Quello si volta, riconosce il giovine, che gli dice: – son qui -. Un oh! di sorpresa, un alzar di braccia, un gettarsele al collo scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il nostro giovine lontano dallo strepito degli ordigni, e dagli occhi de’ curiosi, in un’altra stanza, e gli dice: – ti vedo volentieri; ma sei un benedetto figliuolo. T’avevo invitato tante volte; non sei mai voluto venire; ora arrivi in un momento un po’ critico. (…) Veramente, ora non c’è ricerca d’operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi, per non perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuol bene, e ha della roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai? e poi, a dirtela, sono il factotum.

(…) – Dunque, – riprese questo, – in Milano hanno fatto tutto quel chiasso. Mi paiono un po’ matti coloro. (…). Qui però, vedi, la va più quietamente, e si fanno le cose con un po’ più di giudizio. La citta ha comprate duemila some  di grano da un mercante che sta a Venezia: grano che vien di Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per il sottile. Ora senti un po’ cosa nasce: nasce che i rettori di Verona e di Brescia chiudono i passi, e dicono: di qui non passa grano. Che ti fanno i bergamaschi? Spediscono a Venezia Lorenzo Torre, un dottore, ma di quelli! È partito in fretta, s’è presentato al doge, e ha detto: che idea è venuta a que’ signori rettori? Ma un discorso! un discorso, dicono, da dare alle stampe. Cosa vuol dire avere un uomo che sappia parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano; e i rettori, non solo lasciarlo passare, ma bisogna che lo facciano scortare; ed è in viaggio. E s’è pensato anche al contado. Giovanbatista Biava, nunzio di Bergamo in Venezia (un uomo anche quello!) ha fatto intendere al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il senato ha concesso quattro mila staia di miglio. Anche questo aiuta a far pane. E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico. (…) Ora ti condurrò dal mio padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti farà buona accoglienza. Un buon bergamascone all’antica, un uomo di cuor largo. Veramente, ora non t’aspettava; ma quando sentirà la storia… E poi gli operai sa tenerli di conto, perché la carestia passa, e il negozio dura. Ma prima di tutto, bisogna che t’avverta d’una cosa. Sai come ci chiamano in questo paese, noi altri dello stato di Milano?

– Come ci chiamano?

– Ci chiaman baggiani.

– Non è un bel nome.

– Tant’è: chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, bisogna prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un milanese, è come dar dell’illustrissimo a un cavaliere.

Un pezzo straordinario e una sintesi magistrale che illustra brevemente due modi di governare completamente diversi: inutile sottolineare come Maznoni consideri quello veneto come un esempio di buon governo, illuminato e attento ai bisogni dei sudditi.

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L’analisi ritorna in importanti passaggi successivi: come noto, sistemandosi nel territorio di Bergamo, Renzo diventa un piccolo imprenditore tessile, a partire dalla collaborazione col cugino Bortolo che lo ha preceduto nella stessa esperienza.

La sua diventa dunque una specie di storia esemplare delle origini dell’industria tessile lombarda che stava cominciando a muovere i primi passi proprio negli anni in cui Manzoni scriveva i Promessi Sposi.

Cap. 26

Il governatore di Milano e capitano generale in Italia, don Gonzalo Fernandez di Cordova, aveva fatto un gran fracasso col signor residente di Venezia in Milano, perché un malandrino, un ladrone pubblico, un promotore di saccheggio e d’omicidio, il famoso Lorenzo Tramaglino, che, nelle mani stesse della giustizia, aveva eccitato sommossa per farsi liberare, fosse accolto e ricettato nel territorio bergamasco. Il residente avea risposto che la cosa gli riusciva nuova, e che scriverebbe a Venezia, per poter dare a sua eccellenza quella spiegazione che il caso avesse portato.

A Venezia avevan per massima di secondare e di coltivare l’inclinazione degli operai di seta milanesi a trasportarsi   nel territorio bergamasco, e quindi di far che ci trovassero molti vantaggi e, soprattutto quello senza di cui ogni altro è nulla, la sicurezza. Siccome però, tra due grossi litiganti, qualche cosa, per poco che sia, bisogna sempre che il terzo goda; così Bortolo fu avvisato in confidenza, non si sa da chi, che Renzo non istava bene in quel paese, e che farebbe meglio a entrare in qualche altra fabbrica, cambiando anche nome per qualche tempo. Bortolo intese per aria, non domandò altro, corse a dir la cosa al cugino, lo prese con sé in un calessino, lo condusse a un altro filatoio, discosto da quello forse quindici miglia, e lo presentò, sotto il nome d’Antonio Rivolta, al padrone, ch’era nativo anche lui dello stato di Milano, e suo antico conoscente. Questo, quantunque l’annata fosse scarsa, non si fece pregare a ricevere un operaio che gli era raccomandato come onesto e abile, da un galantuomo che se n’intendeva. Alla prova poi, non ebbe che a lodarsi dell’acquisto; meno che, sul principio, gli era parso che il giovine dovesse essere un po’ stordito, perché, quando si chiamava: Antonio! le più volte non rispondeva

Poco dopo, venne un ordine da Venezia, in istile pacato, al capitano di Bergamo, che prendesse e desse informazione, se nella sua giurisdizione, e segnatamente nel tal paese, si trovasse il tal soggetto. Il capitano, fatte le sue diligenze, come aveva capito che si volevano, trasmise la risposta negativa, la quale fu trasmessa al residente in Milano, che la trasmettesse al gran cancelliere che potrebbe trasmetterla a don Gonzalo Fernandez di Cordova.

Cap. 38

Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui [di Renzo]. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. 

(…) Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto, le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale   ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.

Ed e` cosi` che Renzo rappresenta la perfetta parabola di un contadino che diventa artigiano, ma anche di un suddito del Ducato di Milano che diventa cittadino della Repubblica di Venezia, di un immigrato che si integra e diventa elemento dinamico e positivo nella nuova realta` che lo accoglie.

Che i Promessi Sposi possano essere letti come un romanzo di formazione che ha Renzo come protagonista non sono certo io il primo a dirlo, cosi` come non sono il primo a sottolineare come da questa storia emergano con chiarezza alcune convinzioni di impostazione illuministica di Manzoni, che e` favorevole alla libera circolazione delle merci e contrario ai dazi, favorevole anche al liberismo nel mercato del lavoro e ad una politica attiva che promuove l’immigrazione, vista come risorsa, e integra gli immigrati, arrivando addirittura ad esentarli dalle imposte per un decennio.

Cito da un recente studio:

Il “modello di Bergamo” è presentato come vincente e maggiormente efficace contro quello milanese, in cui la manifattura della seta è in crisi all’inizio del Seicento e le autorità perseguono una politica protezionista che non incentiva la ripresa della produzione, anzi spinge i bravi filatori a emigrare nello stato vicino in cui avranno paghe migliori e una situazione assai più favorevole di quella in patria (del resto la Spagna era uno stato già all’epoca in profonda decadenza economica). Non stupisce pertanto che  i due sposi  preferiscano trasferirsi nel territorio di Bergamo dove Renzo avrà maggiori possibilità di lavoro e potrà decidere come impiegare il capitale che ha accumulato grazie alla vendita del podere, se cioè dedicarsi all’agricoltura o all’industria manifatturiera. La scelta è presentata con la consueta ironia dallo scrittore, ma è ovvio che essa sottintende un discorso più ampio e ampiamente dibattuto dagli economisti del Settecento (è il riferimento alle “accademie del secolo passato”), alludendo alle polemiche tra i fisiocratici, sostenitori della preminenza dell’attività agricola, e i seguaci del liberismo, che presentavano la manifattura come l’attività in grado di assicurare il giusto sviluppo economico a una nazione, pur essendo spesso legata alla terra come la sericoltura. Ovviamente Manzoni propende per quest’ultima tesi e non a caso la scelta di Renzo sarà per “l’industria”, allorché deciderà di impegnare il suo capitale nell’acquisto in società col cugino di un filatoio: è un ulteriore passo del personaggio che da emigrante in cerca di lavoro diventa addirittura padrone e imprenditore, oltretutto agevolato in questa sua nuova attività dalla politica del governo di Venezia, ancora una volta favorevole al passaggio di capitale economico e umano dal Milanese al suo territorio. 

C’e` semmai da ricordare come questa politica veneta non ando` esente da ripercussioni sociali, ben testimoniate dalle dure dispute fra originari e forestieri (intendendo con questo termine semplicemente chi proveniva da un comune diverso) che nel Settecento attraversarono i nostri paesi.

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3. la famiglia Crespi.

E` qui che troviamo una specie di filo conduttore segreto della nostra visita, che passa per il Villaggio Crespi. La storia romanzata di Renzo e`un’ottima introduzione e una chiave di lettura della storia dei Crespi, anche se ovviamente Manzoni non la conosceva ancora.

Questa storia vi propongo di leggerla come la storia di una utopia illuminata, come l’esempio di una imprenditorialita`, oggi scomparsa a me pare, attenta ai valori umani, che concepisce, almeno inizialmente la propria funzione come sociale.

L’imprenditore si sente lo strumento di un progresso civile e sociale e il protagonista di una lotta alla poverta` e a modi di pensare arcaici e negativi.

E` con i Crespi che il sogno di un capitalismo dal mondo umano, responsabile, anche se un po’ paternalistico, conoscera` una delle sue realizzazioni piu` importanti non soo in Italia, ma in Europa.

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E veniamo dunque alla storia della famiglia Crespi, cosi` chiamata dalla caratteristica dei capelli, che troviamo testimoniata per la prima volta nel pittore Daniele Crespi, nato a Busto Arsizio nel 1598 e prematuramente scomparso a soli 32 anni a Milano nel 1630, per la peste!

Qui una sua Pieta`, eccezionale e quasi profetica del suo destino personale, conservata al Museo del Prado di Madrid:

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Soprannominato “il Raffaele lombardo”, e` un artista di eccezionale livello, ma tuttora poco conosciuto, che lascio` un numero incredibile di opere importantissime, nonostante la morte cosi` precoce: lavoro` fra l’altro a Sanr’Eustorgio a Milano, che non sfigurerebbe affatto accanto al suo grande coetaneo lombardo Caravaggio, e con una storia quasi altrettanto tenebrosa: come per gli studi anatomici di Leonardo, che sarebbero stati compiuti da lui su condannati a morte ancora vivi, anche del Crespi si raccontava (ma forse era leggenda per accostarlo appunto a Leonardo) che per ricostruire con naturalezza gli spasmi della morte di un uomo si fosse macchiato di omicidio e per questo fosse stato costretto a nascondersi nella Certosa di Milano.

Altri esponenti importanti della famiglia Crespi furono canonici, letterati, avvocati, parroci.

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Sempre di Busto Arsizio erano i Crespi imprenditori tessili, del ramo soprannominato Tengitt, cioe` probabilmente tintore: capostipite di questa dinastia industriale, di cui seguiremo per sommi capi la storia, e` considerato Benigno, nato nel 1777 e in origine, pare, semplice operaio tessitore a domicilio, che pero`, nell’aprile 1805 si mise in proprio nella produzione di fustagni, baseni e bombasine, cioè prodotti di rozza fattura ma di largo smercio che servivano a vestire i contadini, utilizzando filati che provenivano dalla Svizzera.

Suo figlio Antonio, nato nel 1807, a ventidue anni cominciò a compilare i libri-giornale dell’azienda paterna, e prese a poco a poco le redini dell’impresa; in seguito fece un buon matrimonio, con una donna che proveniva da una ricca famiglia di fabbricanti di cotone.

Untitled2Il figlio di Antonio, Cristoforo (Benigno), nato nel 1833, fece pure un buon matrimonio e amplio` l’attivita` con diverse iniziative. Fu lui che nel 1878 fondò lo stabilimento, dove arrivarono a lavorare 4.000 operai, e il villaggio operaio di Crespi d’Adda, un moderno “Villaggio ideale del lavoro” accanto al proprio opificio tessile, lungo la riva bergamasca del fiume Adda: il Villaggio Crespi d’Adda è una vera e propria cittadina completa costruita dal nulla dal padrone della fabbrica per i suoi dipendenti e le loro famiglie. Ai lavoratori venivano messi a disposizione una casa con orto e giardino e tutti i servizi necessari.

In questo piccolo mondo perfetto il padrone “regnava” dal suo castello e provvedeva come un padre a tutti i bisogni dei dipendenti: dentro e fuori la fabbrica e “dalla culla alla tomba. Nel Villaggio potevano abitare solo coloro che lavoravano nell’opificio, e la vita di tutti i singoli e della comunità intera “ruotava attorno alla fabbrica stessa”, ai suoi ritmi e alle sue esigenze.

Il primo paese in Italia ad essere dotato di illuminazione pubblica con il sistema moderno Edison.

L’Unesco ha accolto nel 1995 Crespi d’Adda nella Lista del Patrimonio Mondiale Protetto in quanto “Esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai, il più completo e meglio conservato del Sud Europa”.

Nel 1914 finisce comunque all’asta, per le difficoltà` economiche dell’azienda, la sua notevolissima collezione d’arte. Mori` nel 1920.

Suo fratello Benigno, nato nel 1848, divenne invece comproprietario del Corriere della Sera.

Untitled3Silvio (Benigno) Crespi, nato nel 1868, e` la figura centrale di questa dinastia: nacque da Antonio nel 1868 e apparve da subito una mente molto brillante: si laureo` in giurisprudenza a meno di vent’anni. Questo non gli impedi`, durante le vacanze estive, di recarsi in Inghilterra e lavorare come operaio in una filatura, di fare esperienza come impiegato anche in un’altra grande casa cotoniera, poi in banca, presso la sede londinese del Crédit Lyonais; infine si trasferì in Germania e lavorò come “monteur”, per conoscere in modo approfondito le macchine sulle quali lavoravano e avrebbero lavorato i suoi operai. Appena ventenne diventò direttore generale dello stabilimento sull’Adda e l’anno dopo, appena divenuto maggiorenne secondo la legge di allora, il padre gli lasciò il controllo di tutti i suoi affari; a 31 anni era gia` stato nominato cavaliere. Fu anche deputato dal 1899, antigiolittiano e contrario alla nazionalizzazione delle ferrovie, rivendicando una politica protezionistica. In precedenza aveva fatto battaglie contro il lavoro notturno di donne e bambini, vedendolo soprattutto come strumento per evitare la sovrapproduzione. Nel 1994 pubblico` un libro: Dei mezzi di prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’industria del cotone in Italia; vi si legge:

“L’uomo, creatura essenzialmente libera, amante d’aria e di luce e bisognosa di svilupparsi al sole nel salutare travaglio della sua genitrice, la terra, è costretto invece dalla civiltà ad accomunarsi con altri suoi simili, fino a diventare un semplice organo di una macchina enorme, a servire soltanto come un ingranaggio. La grande industria è dunque contraria alla natura umana, al suo sviluppo fisico… La responsabilità di quegli imprenditori è dunque incalcolabile, come immensa la latitudine del loro dovere, il quale consiste nel conciliare le necessità dell’industria colle esigenze della natura umana, in modo che i progressi dell’una non siano mai per inceppare lo sviluppo dell’altra. Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto: curi dunque l’imprenditore che egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace; adoperi ogni mezzo per far germogliare nel cuore di lui l’affezione, l’amore alla casa.. Chi ama la propria casa ama anche la famiglia e la patria, e non sarà mai la vittima del vizio e della neghittosità. I più bei momenti della giornata per l’industriale previdente sono quelli in cui vede i robusti bambini dei suoi operai scorrazzare per fioriti giardini, correndo incontro ai padri che tornano contenti dal lavoro; sono quelli in cui vede l’operaio svagarsi ed ornare il campicello o la casa linda e ordinata; sono quelli in cui scopre un idillio o un quadro di domestica felicità; in cui fra l’occhio del padrone e quello del dipendente, scorre un raggio di simpatia, di fratellanza schietta e sincera. Allora svaniscono le preoccupazioni di assurde lotte di classe e il cuore si apre ad ideali sempre più alti di pace e d’amore universale.”

Fu con lui che l’azienda ebbe uno sviluppo straordinario con la realizzazione di una completa integrazione del ciclo produttivo. Nel 1904 riusci` ad avviare i lavori di una grande centrale idroelettrica nei pressi di Trezzo, conclusi nel 1906: da allora la sua azienda fu alimentata dall’energia elettrica e impiegava 600 operai. La prima guerra mondiale aiuto` a sviluppare la produzione; partecipo` come rappresentante dell’Italia al congresso di Versailles alla fine della prima guerra mondiale e promosse negli anni Venti la costruzione dell’autodromo di Monza. Fu anche un grande collezionista d’arte.

Eppure gli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale, un secolo fa, segnano la crisi irreversibile di questo progetto.

Gia` era abbastanza evidente che l’esperienza di questo villaggio quasi ideale non era in grado di dare una risposta globale ai problemi sociali che l’esistenza della fabbrica creava: soltanto un sesto circa delle maestranze potevano trovare alloggio qui, e questo determinava una spaccatura interma, con risentimenti degli esclusi, che sentivano gli altri come una specie di piccola aristocrazia privilegiata.

Si aggiunga la generale crisi politica e sociale del cosiddetto biennio rosso, con le fortissime tensioni che portano a quel clima di guerra civile strisciante da cui nacque e prospero` il fascismo.

Un episodio esprime bene questo momento di svolta e diventa quasi simbolico: nel 1920, un mese dopo la morte del fondatore Cristoforo Crespi, l’erede Silvio Crespi affronta il sindacalista Romano Cocchi. L’imprenditore tiene ancora il lutto al braccio per la scomparsa del padre, quando vieta all’uomo di tenere nel villaggio il suo comizio, che viene perciò declamata sul sagrato di Sant’Alessandro in Capriate. Ad applaudire le parole del sindacalista, che pretende più giusto trattamento per gli operai, sono soprattutto quanti lavorano a Crespi d’Adda senza abitarci: pendolari che, a parità di stipendio, non godono i servizi garantiti nella frazione alle maestranze residenti. La situazione degenera rapidamente col lancio contro Silvio Crespi, che era intervenuto, di vario materiale, prelevato dal cantiere per il restauro della parrocchia capriatese. Silvio rifugia in auto e, quindi, alla villa padronale: un cordolo di operai fedeli e residenti si apre quanto basta per cedergli il passo all’altezza dei palazzotti; salvo azzuffarci con le maestranze pendolari infiammate da Cocchi.

L’episodio drammatico porta all’abbandono dei progetti di ampliare il villaggio.

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Da quel momento stesso direi che si evidenzia la progressiva decadenza anche imprenditoriale della famiglia.

Nel 1930 Silvio Crespi ricevette l’incarico della fornitura delle camicie nere per la milizia del regime; ma proprio quell’anno la crisi economica provoco` un disastroso crollo dell’azienda e i Crespi dovettero rimettere tutto nelle mani della creditrice Banca Commerciale Italiana.

Il fratello Daniele, con la sua vita gaudente, la passione per il gioco e gli sperperi era sempre stato una palla al piede per lui e nel 1908 era diventato deputato per la destra, ma, messosi in affari per conto proprio, falli`.

Il figlio di Silvio Benigno, Benigno, segui` piuttosto le orme dello zio che del padre.

Nel 1972 la ditta, astretta fra i nodi di una crisi non risolvibile, fu messa in liquidazione dall’assemblea degli azionisti. Nel 2004 la fabrica viene definitivamente chiusa e da allora funziona soltanto come luogo turistico.

 


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