Da Coimbra a Tomar (ma qui al contrario) – 151

Rieccomi, in questo breve viaggio in Portogallo, al punto, già vissuto nel giro del mondo, in cui i resoconti non riescono più a tenere il passo col vissuto.

Oltretutto, che sia l’età, che sia la massa tempestosa delle nuove esperienze così concentrate, i ricordi anche recenti sfumano velocemente, sopraffatti dai nuovi, e sbiadiscono.

E allora passo subito ai fatti di oggi, fino a che la memoria è relativamente viva.

Giornata che ho pensato di calma e transizione, dopo giorni molto intensi, da dedicare soprattutto all’avvicinamento a Lisbona e al perfezionamento del volo di ritorno, il 18 mattina; oltretutto l’aria, fuori, è  veramente molto grigia e depressa, da pigliare con calma.

E infatti le prime due ore passano in una lotta improba per fare il check-in online, per fortuna appoggiato dall’ottimo receptionist dall’ostello.

Ryanair infatti vuole che, fatto il check-in, ci si stampi anche il biglietto, non accetta il biglietto virtuale sullo smartphone se non con un’apposita applicazione, che non mi pare il caso di scaricare; scendo dunque tranquillo alla reception col mio cavetto per collegare il mio telefonino alla loro stampante, ma qui iniziano i guai, dato che quella funziona solo in wi-fi.

Non ve la faccio lunga, sono già  stato abbastanza noioso già solo fino a qui, ma ci vuole tutta la mia ostinazione per superare blocchi vari, password perse e quant’altro, e comunque verso le 9, eccomi col mio biglietto per mercoledì stampato in bianco e nero – e spero che non mi facciano storie se mancano i colori.

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Quindi mi faccio spiegare anche qual è il modo più ragionevole di arrivare a Tomar, che ho scelto anche come base di appoggio per Fatima, domani.

C’è  un bus diretto, ma parte nel pomeriggio, quindi meglio il treno, ce n’è uno ogni ora, mi dice il ragazzo, è  quello che da Coimbra va a Lisbona, poi bisogna cambiare e aspettare una coincidenza.

Ma il treno parte dalla stazione B? domando, memore dei fastidi dell’arrivo – e oltretutto stavolta dovrei farmi la strada col trolley guasto e senza ruote.

Ma no, è  come pensavo io! Si va alla stazione A, quella praticamente in centro e nel prezzo del biglietto è compreso il trasbordo con un treno locale alla stazione B, dopo le tangenziali.

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Sollevato, scendo dall’altura del centro storico di Coimbra, solo che quando arrivo in fondo mi accorgo di non avere la guida sotto braccio come sempre; risalgo, in ostello non è, da nessuna parte, allora devo averla lasciata quando mi sono fermato a riallacciare una scarpa; e infatti, eccola lì, non l’ha vista ancora nessuno. Bell’esercizio comunque farsi il dislivello tre volte e uno in salita.

Ma alla stazione A riassaporo i piaceri della cultura mediterranea: un bigliettaio, scostante, che nega che ci sia un collegamento ferroviario fra le due stazioni: invano gli mostro il treno con la scritta luminosa SUBURBANO, niente lo smuove: o se la fa a piedi (e non sa neppure del trolley senza ruote) oppure piglia un taxi, dice, con malcelata soddisfazione.

E un bus? Non ci sono neppure bus – e infatti avevo visto giusto, allora.

Ma è  pazzesco, dico: mica rinuncio alla pretesa di correggere le ingiustizie del mondo, io, e del resto proprio scendendo due volte ho incontrato due volte il graffito “il mondo si divide in indegni e indignati”.

No, risponde lui, dappertutto è  così, – e per fortuna non conosco abbastanza l’inglese per continuare.

Che sia vero o che l’omino sia al servizio della mafia dei tassisti, non lo so; ma se non è la prima ipotesi, allora i tassisti controllano la città  di Coimbra, e quindi vi dico: non andate a Coimbra; con tutta la sua spocchia di città universitaria, è una città troppo cogliona per meritarsi altro turismo che quello organizzato…

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Sarà il nervoso, sarà che col trolley appeso al braccio sono più  veloce che a trascinarlo sulle ruote per i marciapiedi dissestati e vagamente di tipo indiano, in venti minuti sono alla stazione B, e non ho visto ne’ bus ne’ treni passare, in effetti.

naturalmente a 5 minuti buoni di cammino dalla stazione A, ho anche incontrato i tassisti famelici, e un’altra banda di simili grassatori legali di strada poco prima della stazione B, e lungo il percorso, ecco ragazze col trolley con le ruote regolamentari, ma in direzione opposta alla mia, probabilmente studentesse universitarie al rientro.

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Il treno attraversa una regione ancora più rurale di quelle viste sinora, ma il tempo è così scostante, che mi immergo nella lettura di Pessoa che ho trovato, in italiano, alla libreria Lello di Porto.

E qui salvo quanto scritto finora, ed esco a cena: tanto più  necessaria, che ho saltato il pranzo…, a dopo

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Ed eccomi di ritorno da una zuppa e un baccalhau piuttosto deludenti, dopo quelli squisiti di Braga e Guimaraes; ma i tre ristoranti consigliati dalla Lonely erano tutti chiusi e mi hanno fatto girare a vuoto – per fortuna che il centro di Tomar è  proprio piccolo -, e ho scartato il venditore di kebab e il ristorante italiano; e gli unici tre ristoranti aperti a Tomar la domenica sera erano tutti in fondo al paese e nello stesso crocicchio: ho scelto nel più scellerato dei modi, quello meno affollato, per risparmiarsi le attese…

Con questo sapete già che Tomar è solo un paesotto, e infatti non lo avete neppure sentito nominare, immagino: ha uno stile molto diverso da quanto visto finora (parlo ovviamente della parte antica, perché i centri abitati si distinguono fra loro e hanno una fisionomia e una storia solo fino all’inizio del post-moderno, col quale le periferie divengano tutte uguali, costruite come sono in serie e senza rapporto con i passati locali).

Ma questo paesotto che forse era povero e non poteva permettersi troppi azulejos, le mattonelle azzurre dipinte che hanno furoreggiato sinora ovunque, ma solo decorazioni gialle piuttosto lineari e linde, ha poi qualcosa di assolutamente straordinario, , che lo caratterizza ancora: alle sue spalle, quasi più  grande di lui, innalza sulla collina le sue mura una fortezza, che era anche un convento, e anche un centro di potere politico-religioso: il Convento de Cristo.

Insomma siamo al cuore dell’ordine dei templari, che hanno qui il loro Vaticano, detto quasi senza esagerazione, anche se poi i templari erano solo una parte della chiesa cattolica, naturalmente.

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Ma quando si lascia il paese per salire in questo complesso enorme conventuale di edifici di epoche diverse e diversi stili, l’emozione diventa addirittura straordinaria quando si entra nella Charola, che è l’originalissima chiesa che sta al centro del complesso, costruita, ovviamente, a imitazione e ricordo di quella del Santo Sepolcro, a Gerusalemme.

cioè su una pianta a 16 lati, di fatto quasi circolare, che si lancia verso l’alto in un delirio di decorazioni e motivi piuttosto diverso da quelli visti finora, e che rinuncio a spiegare in attesa di mostrarlo con le foto,  perché qualunque descrizione, almeno mia, sarebbe inadeguata.

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Un’emozione simile la restituisce il Convento do Cristo più tardi, quando esco dall’ostello per la cena e, invogliato dal sole, salgo alle spalle del paese alla ricerca dei resti di un acquedotto monumentale antico, che la stolta guida da’ ad un solo km di distanza, risalendo il placido fiume dopo un vecchio mulino, e si rivelerà invece irraggiungibile;

ma in compenso ecco invece la vista spettacolare, di fronte, dell’intero complesso templare, scandito dalla luce del tramonto.

Le strade nella mezzaluce della sera sono percorse da qualche studente o studentessa avvolti nella tipica toga nera di Coimbra: tre sono completamente ubriachi e li incontro una prima volta che gridano fra loro e stanno per azzuffarsi; mezz’ora più tardi li ritrovo ancora vaganti come clerici, e devono avere bevuto ancora perché non si reggono in piedi che appoggiandosi fra loro e barcollando in gruppo attraverso la via.

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Ed ecco l’aggancio per tornare a  parlare della Coimbra di ieri, allora, e finire di descriverla nel suo centro storico, o forse cominciare.

Che è città universitaria, e ha una università che è un monumento grandioso, in cima a tutte le sue possibilità salite: una spianata immensa rivolta verosimiglianza il sole e percorsa da questa specie di signorotti feudali in toga, ma spesso con chitarra o tamburi in mano, che sarebbero gli studenti, che poi sciamano cantando anche per i vialone dei grossi edifici di architettura fascista che Salazar ha voluto demolendone altri che c’erano di stile eclettico.

Qui in cima Coimbra rivela la sua aspirazione alla magniloquenza, dopo i molti vicoli improvvisati nei secoli attorno alla sua medievale cattedrale fortezza e decorati dagli slogan della protesta adolescenziale, che portano fino a questo trionfo seicentesco del perbenismo repressivo, che ingloba e normalizzazione anche la trasgressione.

È una sua abitudine millenaria questa sua voglia di monumentalita’, perché qui c’era anche il forum romano, di cui restano le rovine del criptoportico, cioè delle fondamenta che lo reggevano spianando artificialmente la cima della collina, e adesso ci sta sopra invece un museo che sembra la versione solo un poco ridotta del British o di quello archeologico di Berlino, visto che ha dentro, nelle sale che lasciano senza parole, un mezzo portico romanico e un’intera enorme cappella ricostruiti, oltre ad una raccolta emozionante di statue antiche.

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Che mi resta da dire ancora?

Ah sì, che sono stato a Coimbra in un ostello di fianco al duomo, e dunque raggiunto con tutta la fatica del caso, ricavato in non quale ottocentesca istituzione per donne partorienti: tutto il lustro del caso e le pareti ingentilite da stucchi e specchi adorno di massime morali sulla maternità, tanto, che mandata la foto ai figli, ho ricevuto una risposta: Ammazzete, manco il Vaticano.

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E semplicemente, ancora, che mi sto ammalando di nuovo:

la costipazione, che mi trascino dietro da più  di un mese ed era miracolosamente sparita alla partenza, tanto da rivelarsi un poco psicosomatica, è  doverosamente tornata, visti gli strapazzi sotto la pioggia  (e ho perso anche l’ombrello), e scrivo queste ultime righe del mio resoconto starnutendo e tossendo; e non sono neppure il solo, nell’allegra camerata di ragazzi in chiacchiere fino a tardi, in cui mi trovo a Tomar (che si pronuncia tomasc, con l’accento in fondo).


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