Lettera al figlio, di Joseph Rudyard Kipling, 1895 – 222

è giunto per me il momento di rileggermi una poesia che stava incorniciata nell’ufficio di mio padre e che lui deve avermi letto una volta, come insegnamento morale.

o quanto meno, se devo riassumere la legge etica con la quale mio padre mi ha plasmato, è qui che la trovo detta come meglio non si potrebbe.

rileggo soprattutto il suo inizio: Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te la perdono, e te ne fanno colpa.

e mi domando come resistere, solo o quasi, in un mondo dove troppi hanno perso la testa.

. . .

vi è stato un libretto altrettanto importante nella mia storia personale infantile: Zente senza testa.

incredibilmente google me ne restituisce traccia: Racconto umoristico in dialetto, di F.G., Tipografia e libreria Antoniana, 1932

incredibilmente potrei anche comperarlo online, anche se era diversa l’edizione su cui lo leggevo io, che risaliva a fine Ottocento, o meglio su cui lo si leggeva la sera a casa tutti assieme, ridendo fino alle lacrime.

. . .

ma non ci sono solo momenti isolati nei quali tutti perdono la testa, come dice Kipling, e neppure gruppi particolari che la perdono, come dice il secondo libro, ma l’intera storia umana, nel suo insieme, è il racconto folle di una umanità generalmente insensata.

rimane miracoloso come dalle rare teste che occasionalmente funzionano e dai rari momenti in cui la follia non è al comando, esca la storia della civiltà.

che però, vista da lontano e dalla somma dei secoli, altro non è a sua volta che una colossale insensatezza.

. . .

Lettera al figlio

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Joseph Rudyard Kipling, 1895


3 risposte a "Lettera al figlio, di Joseph Rudyard Kipling, 1895 – 222"

    1. oh, scusa la presunzione, ma per quanto riguarda me sono sicurissimo di morire bortocaliano… 🙂

      e non credo neppure che dobbiamo aspettare chissà chi: se non sappiamo aiutarci da noi, nessuno potrà neppure aiutarci da fuori.

      il vero problema è vhe non sappiamo più come comunicare e con chi: la rete che prometteva di collegarci al mondo ha messo i giovani nel sacco, e noi non riusciamo a comunicare più con loro.

      o meglio, sono appunto nella rete.

      "Mi piace"

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