27 luglio: atto dovuto – 260

questo e` un post filosofico, vi avviso perche` chi non e` interessato possa evitarlo:

filosofico, perche` la vera filosofia e` quella che si vive attraverso le esperienze della vita.

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e` un post che scrissi dieci anni fa esatti, per il centesimo anniversario della nascita di mio padre.

lo ripubblico forse anche perche`, passando ieri alla sua tomba, vi ho trovato incollato un biglietto del Comune: Concessione scaduta.

fra qualche settimana dovra` esserci il rito un poco macabro dell’esumazione, e poi decidere se procedere alla cremazione, per un’ulteriore conservazione delle ceneri, oppure no.

la cosa dovra` necessariamente riguardare anche il cadavere di mia madre, visto che sono sepolti affiancati.

rinuncio ad inserirvi le foto che allora citavo, a memoria, ma senza averle a disposizione, per non alterare l’equilibrio del racconto.

aggiungo invece in fondo quello che all’inizio del post chiamo avventatamente il capitolo di una specie di romanzo, ma che era semplicemente una lunga lettera che mandavo ad un ragazzo (allora) che stava preparando un libro sulla storia del piccolo paese di mio padre.

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cent’anni di papà.  2008-07-28 – 20:08:59

ieri 27 luglio era il centesimo anniversario della nascita di mio padre.

1908, giusto per capire sulla propria pelle che cosa significa un secolo.

quando nacqui, lui stava per compiere quarant’anni e, poco dopo che io ne ho compiuti venti, lui è morto: vissuto sessant’anni in tutto.

siamo stati insieme vent’anni: neppure tantissimi nella vita di un essere umano, dico oggi, e i miei altri quarant’anni sono stati senza di lui.

la prima foto che ho di lui me lo mostra a scuola, subito dopo la fine della prima guerra mondiale; dedicai a quella foto il capitolo di una specie di romanzo, qualche anno fa, che credetti di avere mandato a luisaruggio che me lo aveva chiesto, l’anno scorso.

se non che, proprio adesso che l’ho cercato per trasferirlo qui, quel capitolo, nell’archivio delle mail, mi accorgo che per uno stupido lapsus le ho mandato allora un altro testo, che parlava soltanto della casa di famiglia, e quello scritto non ho altro modo di procurarmelo, spero solo che sopravviva al virus che ha colpito il mio computer in cui era salvato.

un’altra foto, magica per me nella mia infanzia, lo mostra adolescente mentre tiene per una briglia un cavallo vero.

in qualche angolo di qualche casa vissuta, in qualche scatola vecchia, la sua tessera del Partito Fascista presa nel 1922, quando aveva 14 anni.

poi ci sono le foto della famiglia, il fratello morto giovanissimo di meningite tubercolare, il padre operaio tipografo socialista, lui al collegio Brandolin di Vicenza dove studiava da perito meccanico, le foto nell’officina della scuola, qualche gita in montagna con gli amici a vent’anni in Tirolo e proprio in quella Merano dove poi avrebbe abitato otto anni e dove mi sono formato alla vita io, le foto dei due fratelli, uno comunista, emigrati negli Stati Uniti nel 1924, ma poi ritornati indietro.

poi a ventisette anni, disoccupato da 5 dopo la fine degli studi, senza sapere che stava per arrivargli beffardamente con un giorno di ritardo l’assunzione alla Olivetti, mio padre decise di andare a fare il soldato in Africa.

e fu la conquista dell’Etiopia, i suoi anni della vita in tenda ai margini della savana, con lui che le foto mostrano a cavallo mentre perlustra la prateria alta in cerca di selvaggina o mentre gioca con una scimmia che teneva per compagnia nella tenda: una guerra vittoriosa (1935-36) contro gli abissini e una guerra perduta (1940-41) contro gli inglesi: nascita e morte di un impero, quello fascista in Africa, durato in tutto 5 anni, ma che si rubò la sua vita e la sua fede.

in mezzo ci fu, nel 1938, il suo matrimonio: a trent’anni, durante una licenza, con mia madre sposa bambina che ne aveva venti, e la loro immediata separazione col suo ritorno in Africa Orientale, il primo aborto di mia madre agli inizi del 1939, il suo ricongiungimento con lui ad Addis Abeba che si faceva sempre più immaginario via via che la guerra mondiale avanzava.

lui di nuovo in Africa da solo quindi, o con qualche taciuta e avventizia compagna locale, a riempire l’album futuro di foto di leopardi e aquile uccise, ma anche di mercati tribali o di impiccagioni di ribelli, foto che traversavano due mari e il Canale di Suez prima di arrivare alle mani di mia madre, destinata ad una vita da vedova bianca.

a un continente di distanza la sua era una vita oscura, misteriosa, macchiata di sangue, quasi completamente taciuta sotto le parole enfatiche di retorica dannunziana che riempivano le centinaia di lettere scritte in una grafia elegante e in inchiostro azzurrissimo, che fu la sua Africa.

e che arrivarono fino a che arrivarono, fino al bigliettino sperduto, che arrivò anche quello, non si sa come: “Mariuccia adorata, prega la nostra Madonnina per me”.

e la cattura, infatti, da parte di una banda di ribelli, la fortunosa fuga di notte, dopo l’apparizione in sogno di suo madre che gli rivelava il magico scioglimento della corda che lo legava, la fuga per 120 chilometri bevendo la proprio urina per non morire di sete.

e, una volta caduto nelle mani dei nemici, i 5 anni di campo di concentramento inglese in Kenia, dove non si era mai piegato a collaborare, pagandolo con infinite vessazioni su cui stese il velo del silenzio: passati a intrecciare borsette con la carta stagnola di infiniti pacchetti di sigarette e a scrivere nevroticamente, invece che le lettere a casa, misteriosamente e disumanamente proibite, un trattato sull’allevamento dei polli.

e il rivedersi di mio padre e mia madre 7 anni dopo, nel 1946, tre anni dopo che lei sentì a sorpresa il suo nome di sopravvissuto in una trasmissione della Croce Rossa alla radio, dopo due anni di silenzio sulla sua sorte.

ma lui, reimbarcato a guerra finita, oramai aveva i primi capelli bianchi, ed era provato per sempre dal crollo di ogni speranza.

ecco mio padre ritornato al suo destino iniziale di disoccupato e poi all’esercito, come ufficiale di complemento, cioè precario.

ecco mio padre processato per diserzione al suo rientro e poi invece riconosciuto non solo innocente, ma premiato con la medaglia al valore.

ecco il primo figlio, io, sessant’anni fa, sopravvissuto per miracolo al parto, dopo numerose gravidanze finite male, e poi mia sorella tre anni dopo, nata quasi senza problemi, invece.

eccomi, destinato ad essere la proiezione di tutte le sue speranze non realizzate: un amore fortissimo, quasi morboso, segnato da una severità durissima, il cui frutto sono io.

ecco la vita difficile di mio padre con mia madre, che non lo riconosceva più come l’amore della sua giovinezza sprecata nella guerra e nella guerriglia partigiana assieme a suo cugino: ecco le liti serali e violente nella casa di Merano.

ma ecco anche lui che ritorna dal campo estivo sulle montagne con i suoi soldati su una fila di jeep, con casse intere di funghi e il lavoro febbrile per metterli sott’olio.

ecco le marce dei muli o la loro fuga improvvisa, le feste in caserma, i ricevimenti, le chiacchiere insulse di quel mondo che era ancora di nuovo quasi coloniale.

ecco le giornate del sugo fatto in casa con i pentoloni immensi che bollono per ore sul fuoco e il passaverdura che macina.

ecco le damigiane di vino da imbottigliare e l’uomo del latte che passa col triciclo a pedali o il venditore di anguille in bicicletta nella casa di Camino dove passiamo le vacanze d’estate accanto alla vecchia nonna che rimbambisce dolcemente ogni anno di più.

e il suo pensionamento a 52 anni, lui che si trova un nuovo lavoro, dirigente in una fabbrica bresciana, e una imporvvisa ricchezza per la famiglia, che pone le basi di un attivismo economico da tipici anni Sessanta.

ecco l’impresina di allevamento industriale messa in piedi, facendo milioni di debiti di allora.

ed ecco il cancro che lo aggredisce a sorpresa a 58 anni e gli impone la fine degradata di un animale braccato e ferito tra sofferenze indescrivibili che ne rifanno un bambino che invoca la morte piangendo.

ecco mio padre, ormai paralizzato alle gambe dalla malattia, che guarda gli astronauti che girano attorno alla luna, sprofondato nella poltrona dove si è fatto deporre.

ecco mio padre che agonizza e muore il giorno di Natale di quarant’anni fa.

ecco la sua tomba che oggi posso visitare solo nella mia memoria, io che ho la fortuna di avere raggiunto abbastanza sano l’età a cui lui moriva, e che posso camminare sul terreno vitale, respirare il cielo, sentire il ruomore del tuono e un fruscio di vento che prepara l’incomprensibile pioggia.

ecco il rumore della pioggia, che mi pare quasi di sentire già arrivata, come fosse il bisbiglio del tempo…

260

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Egr. Sig. Pizzinat,

approfittando del week end ho un po’ lavorato per Lei (per modo di dire! in realtà mi diverto un sacco per me stesso – è un momento in cui la vecchiaia che incombe mi costringe a fare i conti con varie domande esistenziali, e quale modo migliore che quello di ripercorrere il passato più prossimo e assieme lontano?).

l’album delle foto di famiglia vecchie di casa mia – frutto di un mio lavoro di organizzazione della solita raccolta di vecchie foto fatto diversi anni fa -, per pura coincidenza, me lo sono portato dall’Italia all’ultimo viaggio il mese scorso, proprio perché stimolato da queste conversazioni con Lei, e quindi ho potuto fare una esplorazione attenta su quelle vecchie pagine che si stanno consumando.

in realtà di foto davvero interessanti non ce ne sono poi molte, perché ovviamente sono tutte foto di famiglia (in quei tempi una foto era un investimento, credo, e non se ne facevano mica a tonnellate come oggi coi telefonini!). credo peraltro che molti caminesi ne abbiano molte di simili in casa propria. (naturalmente non oso pensare a un progetto di schedatura informatizzata di tutte queste foto, incrociate tra loro, mi vengono i brividi solo a pensarci – ma, da vecchio cultore di storia locale e autore a suo tempo di un paio di saggi sul tema, mi vengono le idee più pazze).

io comunque ne avrei trovate tre di un certo (relativo) interesse.

quella che potrebbe incuriosire di più i lettori del Suo sito è la prima che Le allego e la più antica di data: è una foto di classe.

260a

daterei la fotografia, cercando di basarmi sulla presumibile età di mio padre – che è il penultimo a destra nella seconda fila dall’alto e mi pare abbia intorno agli 11-12 anni – attorno al 1919-1920.

260b

in un primo momento avevo pensato, in base all’età, che la scuola dovesse essere quella che adesso è la Scuola Media Brandolin di Oderzo, di cui abbiamo appunto parlato proprio la penultima volta, ma che allora credo fosse una “scuola di avviamento”, come si chiamavano: avviamento al lavoro, naturalmente, o meglio ad un lavoro qualificato, con l’acquisizione di un titolo di studio che permetteva l’accesso a qualche istituto tecnico, come poi fece mio padre, andando in collegio a Vicenza; per poter accedere ai Licei e quindi all’Università, occorreva invece fare la scuola media (che allora non era certo unica, come oggi), ma nessuno di quegli studenti ha l’aria di appartenere a qualche famiglia così benestante da consentirsi di iscrivere i figli a quella scuola di elite (tranne uno, come vedremo meglio).

tuttavia, questa mia prima ipotesi è certamente sbagliata. se la foto riguardasse la scuola di avviamento, i docenti sarebbero più d’uno, e invece ecco il maestro unico, con tanto di baffi alla Umberto I.

260c

quanto all’età occorre considerare che la guerra da quelle parti aveva fatto perdere ai bambini un anno, quello dell’occupazione austriaca (così almeno mi pare di ricordare da mio padre e, come scrive Lei nella Sua cronaca, tra l’autunno del 1917 e quello del 1918 la scuola era stata trasformata in una stalla), e quindi molto probabilmente la foto riguarda invece l’ultimo anno della scuola elementare di Camino.

la foto sembra presa in una stagione abbastanza fredda e quindi potrebbe essere stata fatta verso la fine dell’anno scolastico, all’inizio della primavera del 1919. siccome i bambini sono tutti piuttosto grandi, la foto dovrebbe riguardare una classe sola, la quinta.

i bambini della classe sono 38. ci potevano essere 38 bambini di 10-11 anni a Camino in quegli anni? si direbbe di sì. secondo i dati della Sua cronaca: nel 1870, secondo la tabella distrettuale sullo stato della pubblica istruzione a Camino risultava una scuola maschile con un insegnante (stipendio 500 lire annue) e 34 alunni. nel 1874 erano poi state istituite anche le scuole elementari femminili in una stanza presa in affitto a 60 lire annue da Alessandro Dalla Libera, e nel 1880 Eugenio Tomitano e Angelina da Dalto erano maestri alle scuole elementari. nel 1883 a Camino funzionavano le classi I e II elementare: 40 maschi e 24 femmine.

se non ricordo male, poi, l’obbligo scolastico nell’età giolittiana era stato portato alla quinta elementare e quindi doveva esistere a Camino una scuola elementare maschile, come quella della foto, che – contando anche sulle ripetenze – accoglieva i ragazzini di 10, 11, 12 anni e oltre. è quella della foto.

non credo di sbagliarmi se dico che si tratta probabilmente di una foto che in qualche modo celebra la fine della guerra e il ritorno alla normalità: la scuola, se guardiamo bene la foto, è piuttosto malridotta e ha gli intonaci tutti sbrecciati. quanto ai bambini, hanno tutti un’aria molto tesa e quasi traumatizzata; la guerra è ancora viva nei loro ricordi. se penso solo a mio padre, pochi mesi prima, nel novembre 1918, aveva dovuto assistere a una lotta furibonda tra quello scricciolino di sua madre non ancora trentenne e un soldato austriaco, per la difesa di una polenta, e l’invasore era stato respinto sanguinante  a suon di zoccolate.

260d

i bambini appaiono generalmente stropicciati e nonostante lo sforzo di apparire eleganti per la foto ricordo, piuttosto malvestiti; alcuni hanno una specie di divisa, come mio padre. c’è una sola vistosa eccezione il bambino che sta vicino al maestro e che il maestro abbraccia sulla spalla, come per mostrare che è il suo preferito, staccandolo dagli altri e staccandosi dagli altri, è l’unico che ha un bel cappotto di lana. è certamente destinato alla scuola media. ma chi era?

260e

mio padre mi aveva raccontato di un giovane molto ricco e di famiglia nobile che, poco prima della guerra, aveva bruciato per divertimento e scommessa, forse piuttosto alticcio, una casa di contadini, fatti uscire in fretta e furia nel cuore della notte, che aveva poi lautamente risarcito dei danni. chissà perché io avevo sempre pensato che fosse la casa dei Pizzinat ad essere bruciata, forse perché non ne conoscevo altre.

260f

ma direi che per questa foto basta.

la seconda foto che ho scelto riguarda invece la ormai famosa casa dei miei nonni, quella che adesso è la sede del ristorante “Gaia da Camino”. mia madre, appena sposata, immagino, è fotografata sullo sfondo di quella casa, dove andò ad abitare dall’agosto del 1938.

su questa foto non c’è nulla di particolare da dire qui, e gliela mostro semplicemente a livello personale, non penso certo che abbia il minimo interesse per nessuno dei lettori del sito, e forse ne ha poco anche per Lei. per me è emozionante invece naturalmente rivedere la mia mamma nel pieno fiore della sua giovinezza.

siccome devo finire la colonna, aggiungo che sulla base delle lettere di mio padre dall’Africa avevo pensato in un primo momento di potere datare questa foto molto esattamente, dato che il 25 gennaio 1939 mio padre scrive: “La tua fotografia mi ha sbalordito. Come stai bene!”, ma chiaramente si riferiva invece ad un’altra, dato che questa è una foto estiva e non invernale, e inoltre di foto fatte assieme a questa ne esistono altre due, che chiaramente sarebbero finite in copia in Africa tutte assieme.

ma ecco la foto:

260g

la terza foto, invece è una specie di sorpresa, dato che contiene, sia pure marginalmente, la documentazione del celebre “Dopolavoro”:

260h

la ragazza in primo piano è mia cugina Annamaria Sacconi, zia dell’onorevole Sacconi, sottosegretario del ministro del Lavoro nell’attuale governo. Annamaria era molto legata a mia madre, di cui era più giovane di 12 anni, e oggi ha 75 anni. in questa foto era andata quindi a trovarla a Camino, da Vazzola, dove allora abitava con la famiglia di mia madre.

sul cartello alle spalle di Annamaria si vede una grande insegna, sospesa tra i due pilastri di mattoni che aprono il vialetto di ingresso alla casa. in alto direi che c’è scritto “ODERZO” e sotto, mentre la parola “DOPOLAVORO” è chiarissima, anche se in parte ricoperta, la parola successiva purtroppo non si legge troppo bene, ma direi (ironicamente in base ai miei studi di papirologia all’Università Statale di Milano) che l’unica lettura possibile è “NAZIONALE”. – no: RIONALE.

non so di che anno esattamente sia questa foto; considerando che Annamaria è già adolescente, si deve pensare che essa risalga al 1942-1943 e che lei qui abbia almeno 12 o 13 anni, anche se è già vestita quasi da signorina.

siccome qui il cartello sembra già un poco deteriorato e quasi vetusto, anche questo conferma che dunque il Dopolavoro (o Lavoro Dopo, come sarcasticamente lo definiva il parroco) sopravvisse a lungo alle prediche “in ciesa” di don Dunasco – e anche alla tragedia familiare del 1936, che sembrò quasi dare voce alla terribile collera divina -, anzi probabilmente cessò solo con la caduta del fascismo.

bene, credo di avere esaurito il mio compito. mi rimane solo da darLe le ultime notizie che chiede, riguardo a mia cugina Bianca Bortoletto e alla notorietà mondiale che Camino ebbe grazie a lei nel 1964.

nel 1963 a 18 anni mia cugina se ne andò da casa e fuggì a Londra (queste cose succedevano negli anni Sessanta, Le risparmio ogni accenno a che cosa rappresentava Londra allora): voleva imparare l’inglese e il suo sogno era di fare la hostess. lì conobbe uno studente pakistano (un pakistano a Londra, fa impressione parlarne oggi) e, come succede nelle favole, si innamorarono subito. lui le chiese se voleva sposarlo e lei rispose subito di sì. non erano passati sei mesi da quando se me era andata di casa, tra l’angoscia dei suoi genitori (queste cose succedevano negli anni Sessanta, ma non per questo erano comuni, anzi apparivano una terribile rottura con ogni tradizione sino ad allora conosciuta).

ma, tornando al matrimonio di mia cugina, lui le disse subito che c’era un problema, una cosa di lui che lei non sapeva ancora e chissà se avrebbe accettato dopo averlo saputo. lei chiese un po’ tremante di cosa potesse trattarsi con la sgradevole impressione che il suo sogno stesse per andare in fumo e lui le rispose tenendola per le mani e girandoci attorno un po’, che insomma lui non era un semplice studente come sembrava, ma nel suo paese un principe.

la cosa assomigliava troppo a una favola per essere vera e sotto le sue domande incalzanti lui dovette ammettere di essere il principe ereditario di Lahore, cugino del famosissimo Aga Khan a cui ancora in quegli anni i sudditi versavano ogni anno, dopo averlo pesato su una bilancia, una quantità d’oro in lingotti pari al suo peso (e le malelingue dicevano che ciò lo costringesse ogni volta ad ingrassare speculativamente troppo). insomma, anche se sua madre era belga, lui era cresciuto in un palazzo reale con duemila stanze e migliaia di servitori e suo padre era uno dei più grandi possessori di terre del Pakistan.

mia cugina aveva la testa sulle spalle (anche se fino a quel momento si era visto troppo poco): gli fece promettere che questo non avrebbe cambiato la loro vita (e infatti così è stato) e che lui non avrebbe sposato altre donne, anche se la sua religione gli consentiva di farlo.

la notizia trapelò; non da noi, ma da altri che come noi ricevettero le partecipazioni del padre Lord e della madre Begum e divenne la favola del giorno, non solo sui settimanali femminili, ma anche sulla stampa seria. di colpo e per un paio di mesi mia cugina godette di una fama  effimera del tutto analoga a quella di cui godette la principessa Diana per anni; le foto dell’osteria di Camino e della mia vecchia nonna con la scopa in mano dilagavano sotto titoli del tipo: “Cenerentola di Oderzo sposa il cugino dell’Aga Khan”, e pazienza per noi Bortoletto che ci facevamo tutti la figura degli straccioni, mentre – incredibile a dirsi – le sue nozze vennero trasmesse in diretta da Londra in Eurovisione addirittura.

tutto qui, caro ragazzo. ma io credo che l’unico modo per ritrovare tracce meno favolistiche di questo fatto stia nell’andare in una biblioteca italiana ben fornita e consultare l’annata 1964 della stampa periodica (certamente Oggi, e certamente Gente, e temo anche Novella e Grazia), ma anche dei quotidiani. cosa che io non posso certamente fare dalla Germania e che porterà via del resto un sacco di tempo. da qualche parte in cantina a Brescia dovrei avere ancora le copie di alcuni di quei giornali, ma dubito di poterle mai ritrovare tra il materiale accumulato da una vita.

ma Lei è giustamente piuttosto impegnato e non è il caso di pensare a ricerche; ed io anche lo sono; mi scuso anzi del tempo rubato, sperando di non avere annoiato del tutto.

con cordialità.


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