un altro Jeshu ancora? – il profeta egiziano 28 – 288

riprendo, dopo qualche tempo, le mie riflessioni sparse sull’effettiva consistenza storica della figura di Jeshu, considerato (a torto) il fondatore del moderno cristianesimo:

mettendomi oltre le opposte tesi dei miticisti, che lo considerano una mera invenzione, e degli storicisti (li chiamerò così), che lo considerano un personaggio effettivamente vissuto, sto approfondendo l’ipotesi di lavoro che la sua figura si sia formata come un collage dei dettagli di diverse figure storiche effettivamente esistite.

collage che ha creato una figura nel suo insieme fantastica, ma intessuta di elementi storici, anche se incoerenti e spesso incompatibili fra loro: il che bene spiega l’insanabile insieme creativo di contraddizioni fra le quali si muove quella fantasiosa biografia.

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abbiamo visto sinora il profeta egiziano senza nome e lo Jeshu figlio di Anania, di cui parla Giuseppe Flavio in passi non manomessi, le cui vicende hanno parziali, ma impressionanti, analogie con alcuni momenti della storia della vita di Jeshu il Messia che viene a costruirsi gradualmente nella tradizione cristiana.

sullo sfondo restano altri due episodi sicuramente storici: la crocifissione di due zeloti, Simone e Giacomo, figli di Giuda il Galileo, fondatore del movimento; Giuda il Galileo chiama sempre “briganti” gli zeloti, e come non farsi venire in mente i due briganti fra i quali viene crocifisso Jeshu, nella versione cristiana?

l’altro episodio che ha radici storiche precise è il discorso di Gamaliele, un autorevole rabbino fariseo, al Sinedrio in difesa di “Pietro e degli apostoli”, citato negli Atti degli apostoli; la sua preesistenza e storicità è dimostrata dalla sua stessa incompatibilità con la narrazione nella quale è inserito: nel discorso Gamaliele cita Teuda (cioè, presumibilmente Giovanni il Battezzatore), e Giuda il Galileo, dicendo che venne dopo di lui, anche se era morto quarant’anni prima: e qui dobbiamo chiaramente intendere, al posto di Giuda il Galileo, un suo figlio.

in sostanza, in questo discorso di Gamaliele troviamo l’abbinamento tra la figura di un predicatore presso il Giordano, decapitato (dai romani), e un successivo (figlio di) Giuda il Galileo, che ne continuò l’opera.

sono altri elementi della sceneggiatura complessiva della figura di Jeshu il Messia che si andava costruendo, anzi, elemento assolutamente centrale e quasi iniziale di ogni narrazione che poi noi definiamo evangelica.

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ma ora ecco un salto molto forte ad un altro tipo di fonte sulla figura di Jeshu, o meglio su un’altra delle componenti della sua storia: prenderò in considerazione una testimonianza su uno Jeshu nato a Betlemme circa ottant’anni prima della data di nascita attribuita a lui: fonte che viene sistematicamente trascurata, e spiegherò poi perché.

Nell’anno 3671 [circa 90 a.C.] ai giorni di Re Ianneo, una grande sventura colpì Israele, quando dalla tribù di Giuda sorse un certo uomo malfamato di nome Giuseppe Pandera. Viveva a Betlemme, in Giudea.
Vicino alla sua casa abitavano una vedova e la sua bella e casta figlia, chiamata Miriam. Miriam era promessa a Giovanni, della stirpe reale di David, un uomo istruito nella Legge e timorato di Dio.
Alla fine di un Sabbath, Giuseppe Pandera, bello e in apparenza simile a un guerriero, avendo ammirato Miriam con lussuria, bussò alla sua porta e la ingannò, fingendo di essere il suo promesso sposo, Giovanni. Anche così, ella fu stupita da questa cattiva condotta e si sottomise soltanto controvoglia.
Più tardi, quando venne da lei Giovanni, Miriam si lamentò del suo comportamento, così diverso da quello consueto. Fu così che i due si resero conto del misfatto di Giuseppe Pandera e del terribile sbaglio da parte di Miriam. In seguito a ciò, Giovanni andò dal maestro Shimeon ben Shetah e gli raccontò della tragica seduzione. Poiché mancavano i testimoni necessari per la punizione e Miriam aveva concepito un figlio, Giovanni partì per Babilonia.
[in una variante: “per l’Egitto”]
Miriam partorì un figlio maschio e lo chiamò Giosué, come suo fratello. Questo nome più tardi fu deformato in Jeshu. L’ottavo giorno, fu circonciso. Quando fu abbastanza grande, il ragazzo venne portato da Miriam nella scuola, per essere istruito nelle tradizioni dei Giudei.
Un giorno, Jeshu si presentò di fronte ai Dottori, a capo scoperto, dimostrando una vergognosa irriverenza. Per cui, sorse la discussione se tale comportamento non dimostrasse, in verità, che Jeshu era un figlio illegittimo e nato da un niddah.
[impurità sessuale (incesto, adulterio, prostituzione ecc.)]. Inoltre, la storia dice che mentre i maestri stavano discutendo il trattato Nezikin, propose impudentemente la sua propria interpretazione della legge e nel dibattito che ne seguì, affermò che Mosè non poteva essere il più grande dei profeti, poiché aveva dovuto ottenere consiglio da Jethro. Ciò portò ad ulteriori indagini sui progenitori di Jeshu e venne scoperto, tramite Shimeon ben Shetah, che era il figlio illegittimo di Giuseppe Pandera. Miriam lo ammise. Quando ciò divenne noto, Jeshu dovette fuggire in Alta Galilea.
Dopo re Ianneo sua moglie Elena
 regnò su tutto Israele [in realtà la moglie di Alessandro Ianneo, che gli successe sul trono come vedova, fu Salomè Alessandra; vi è probabilmente una sovrapposizione con la figura della regina Elena di Adiabene; vedi più avanti].
Nel Tempio si trovava la Pietra della Fondazione, sulla quale erano intagliate le lettere del Nome Ineffabile di Dio. Chiunque avesse imparato il segreto del Nome ed il suo uso sarebbe stato in grado di fare tutto quello che desiderava. Perciò i Dottori si preoccuparono affinché nessuno potesse ottenere tale conoscenza. Leoni di bronzo furono legati alle due colonne di ferro del cancello dell’altare dei sacrifici. Se qualcuno fosse entrato e avesse imparato il Nome, all’uscita i leoni avrebbero ruggito e il prezioso segreto sarebbe stato immediatamente dimenticato.
Jeshu entrò e imparò le lettere del Nome; le scrisse su una pergamena che mise in un taglio aperto nella sua coscia e poi piegò la carne sopra la pergamena. Quando uscì, i leoni ruggirono e lui dimenticò il segreto. Ma quando arrivò nella sua casa, riaperse la ferita con un coltello e ne tirò fuori lo scritto. Allora ricordò e ottenne l’uso delle lettere.
Raccolse intorno a sé 310 giovani di Israele e accusò chi parlava male della sua nascita di essere gente che desiderava grandezza e potere per sé. Jeshu proclamava: “Io sono il Messia; e a proposito di me Isaia profetizzò e disse, ‘Guardate, una vergine concepirà, e partorirà un figlio e lo chiamerà Emmanuele’”. Insistendo, citava altri testi messianici, dicendo: “Davide, mio antenato, profetizzò su di me: ‘Il Signore mi disse, tu sei mio figlio, oggi ti ho generato’“.
I ribelli che erano con lui risposero che, se Jeshu era il Messia, doveva dare loro un segno che li convincesse. Perciò portarono davanti a lui un paralitico, che non aveva mai camminato. Jeshu pronunciò sull’uomo le lettere del Nome Ineffabile e il lebbroso fu guarito. Dopo di che, lo adorarono come il Messia, Figlio dell’Altissimo.
Quando la notizia di questi avvenimenti giunse a Gerusalemme, Il Sinedrio decise la cattura di Jeshu. Mandarono dei messaggeri, Annanui e Achazia, che, fingendo di essere suoi discepoli, dissero che gli portavano un invito dei capi di Gerusalemme perché li visitasse. Jeshu acconsentì, a condizione che i membri del Sinedrio lo ricevessero come Signore. Si diresse a Gerusalemme e, giunto a Knob, comprò un asino sul quale entrare cavalcando in Gerusalemme, perché si adempisse la profezia di Zaccaria.
I Dottori lo legarono e lo condussero davanti alla regina Elena, con l’accusa: “Quest’uomo è uno stregone e seduce il popolo”. Jeshu replicò: “Già da molto tempo i profeti predissero la mia venuta: ‘E ci sarà un virgulto dal germoglio di Jesse’ e sono io; ma quanto a loro, la Scrittura dice: ‘Benedetto colui che non cammina nel consiglio del maligno’“.
La regina Elena chiese ai Dottori: “Quello che dice è nella vostra Legge?” Quelli replicarono: “E’ nella nostra legge, ma non si applica a lui, poiché sta scritto: ‘E quel profeta che pretenderà di dire una parola in mio nome che io non gli avrò comandato di dire o che parlerà in nome di altri dei, anche quel profeta dovrà morire.’ Egli non ha adempiuto i segni e le condizioni del Messia.”
Jeshu disse: “Signora, io sono il Messia e risuscito i morti.” Venne portato un cadavere; egli pronunciò le lettere del Nome ineffabile ed il cadavere tornò in vita. La regina fu grandemente impressionata e disse: “Questo è un segno.” Ella rimproverò i Dottori e li mandò via umiliati dalla sua presenza. I seguaci di Jeshu aumentarono di numero e ci fu discordia in Israele.
Jeshu si recò in Alta Galilea. I Dottori si presentarono alla regina, lamentando che Gesù praticava la magia e conduceva tutti in errore. Perciò mandarono a prenderlo Annanui e Acazia.
Lo trovarono in Alta Galilea, che si proclamava figlio di Dio. Quando cercarono di catturarlo ci fu una lotta, ma Jeshu disse agli uomini dell’Alta Galilea: “Non combattete”. Egli si sarebbe fatto riconoscere per mezzo del potere che gli derivava da suo Padre nei cieli. Pronunciò il Nome ineffabile sugli uccelli di creta ed essi volarono nell’aria. Pronunciò le stesse lettere su una pietra da mulino che era stata piazzata sulle acque. Vi salì e quella galleggiò come una barca. Quando vide ciò, la gente si meravigliò. Ad un ordine di Jeshu, gli emissari se ne andarono e riportarono questi miracoli alla regina. Ella tremò di sbigottimento.
Allora i Dottori scelsero un uomo di nome Giuda Iscarioto e lo portarono al Tempio dove egli imparò le lettere del Nome ineffabile, come aveva fatto Jeshu.
Quando Jeshu fu convocato davanti alla regina, erano presente anche i Dottori e Iscarioto. Gesù Jeshu disse: “E’ scritto di me: ‘Io ascenderò al cielo’“. Allargò le braccia come le ali di un aquila e volò a mezz’aria tra cielo e terra, tra lo stupore di ognuno. Gli anziani chiesero ad Iscarioto di fare lo stesso. Egli lo fece, e volò verso il cielo. Iscarioto cercò di costringere Jeshu a ritornare a terra, ma nessuno dei due riusciva a prevalere, poiché entrambi conoscevano l’uso del Nome ineffabile. Tuttavia, Iscarioto contaminò Jeshu, cosicché ambedue persero il loro potere e caddero a terra, e nel loro stato di contaminazione le lettere del nome ineffabile sfuggirono da loro. A causa di questa impresa di Giuda piangono alla vigilia della nascita di Gesù. Gesù fu catturato. La sua testa fu coperta con un cencio e lui fu colpito con canne di melograno; ma non potè fare niente, poiché non possedeva più il nome ineffabile.
Jeshu fu imprigionato e portato nella sinagoga di Tiberiade e lì lo legarono ad un pilastro. Per placare la sua sete gli diedero da bere aceto. Sul capo gli posero una corona di spine. Ci furono contrasti e lotte tra i Dottori e gli scatenati discepoli di Jeshu, e in seguito a ciò i discepoli fuggirono con Jeshu nella regione di Antiochia 
[in una variante: “per l’Egitto”]; lì Jeshu rimase fino alla vigilia della Pasqua.
Jeshu poi decise di recarsi al tempio per riacquistare il segreto del Nome. Quell’anno la Pasqua cadeva di sabato. Alla vigilia di Pasqua Jeshu entrò in Gerusalemme cavalcando su un asino, seguito dai discepoli. Molti gli si inchinavano. Entrò nel tempo con i suoi trecentodieci seguaci. Uno di essi, Giuda Iscarioto, informò i Dottori che Jeshu si trovava nel Tempio, che i discepoli avevano fatto voto per i Dieci Comandamenti di non rivelare la sua identità, ma che egli lo avrebbe indicato inchinandosi davanti a lui. Così avvenne e Jeshu fu catturato. Richiesto del suo nome, rispose alla domanda diverse volte dando i nomi Mattai, Nakki, Buni, Netzer, ogni volta citando un versetto, mentre i Dottori citavano un controversetto.
Jeshu fu messo a morte all’ora sesta della vigilia della Pasqua e del Sabbath. Quando cercarono di appenderlo ad un albero, questo si ruppe, poiché quando aveva a disposizione il potere aveva comandato per il Nome ineffabile che nessun albero avrebbe dovuto portarlo.  Aveva dimenticato di pronunciare il divieto sul carrubo, poiché era una pianta più che un albero e là fu appeso fino all’ora della preghiera pomeridiana, poiché sta scritto: “il suo corpo non rimarrà per tutta la notte sull’albero”. Lo seppellirono fuori città.
Il primo giorno della settimana i suoi seguaci andarono impudentemente dalla regina Elena con la notizia che colui che era stato ucciso era veramente il Messia e che non era nel sepolcro; era asceso al cielo, come aveva profetizzato. Venne cercato con diligenza e non si trovò nel sepolcro in cui era stato sepolto. Un giardiniere lo aveva tolto dalla tomba e lo aveva portato nel suo giardino e sepolto nella sabbia, dove l’acqua scorreva all’interno del giardino.
La regina Elena pretese, minacciando pene severe, che il corpo di Jeshu le venisse mostrato entro tre giorni. Ne nacque grande angoscia. Quando il giardiniere vide Rabbi Tanhuma che camminava nel campo lamentandosi dell’ultimatum della regina, il giardiniere raccontò cosa aveva fatto, affinché i seguaci di Jeshu non rubassero il corpo e poi pretendessero che fosse asceso al cielo. I Dottori presero il corpo, lo legarono alla coda di un cavallo e lo portarono alla regina, con le parole: “Ecco Jeshu, che si dice che sia asceso al cielo.” Comprendendo che Jeshu era un falso profeta, che seduceva e fuorviava il popolo, ella derise i suoi seguaci ma lodò i Dottori.
I discepoli se ne andarono tra le genti – tre andarono sui monti di Ararat, tre a Roma e tre presso il mare. Essi illudevano il popolo, ma alla fine vennero uccisi.
I seguaci indotti in errore in Israele dicevano: “Avete ucciso il Messia del Signore”. Gli Israeliti rispondevano: “Avete creduto in un falso profeta”. Ci furono lotte e infinite discordie per trent’anni.
I Dottori desideravano separare da Israele quelli che continuavano a proclamare che Jeshu era il Messia e si rivolsero ad un uomo molto dotto, Simeone Cefa, perché li aiutasse. Simeone si recò ad Antiochia, principale città dei Nazareni, e dichiarò loro: “Sono discepolo di Jeshu. Egli mi ha mandato per mostrarvi la via. Vi darò un segno come fece Jeshu”. Simeone, avendo ottenuto il segreto del Nome ineffabile, guarì grazie ad esso un lebbroso ed un paralitico e venne accettato come un vero discepolo. Disse loro che Jeshu era in cielo, seduto alla destra del padre, in adempimento del Salmo 11:1. Aggiunse che Jeshu desiderava che si separassero dai Giudei e non seguissero più i loro costumi, come aveva detto Isaia: “La mia anima aborrisce i vostri mesi e le vostre festività”. Ora avrebbero dovuto osservare il primo giorno della settimana anziché il settimo, la resurrezione invece della Pasqua, l’Ascensione al cielo invece della festa delle settimane, il ritrovamento della Croce invece del Nuovo Anno, la festa della Circoncisione invece del giorno dell’Espiazione, l’Anno nuovo invece di Chanukah; avrebbero dovuto mostrarsi indifferenti rispetto alla circoncisione ed alle prescrizioni alimentari. Inoltre avrebbero dovuto seguire l’insegnamento di porgere la destra se colpiti sulla sinistra e di accettare mitemente la sofferenza. Tutti questi insegnamenti che Simeone Cefa (o Paolo, come era noto ai Nazareni) impose loro erano volti in realtà a separare questi Nazareni dal popolo di Israele e mettere fine alle discordie interne.

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Alessandro Ianneo fu fratello e successore di Aristobulo, che aveva assunto il titolo di re, della dinastia degli Asmonei, e governò dal 103 al 76 d.C.; ne parla Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche, XIII 320-404 (XII-XV).

nel fronteggiare una violenta opposizione del suo popolo, capeggiata dai farisei, che gli rinfacciavano di essere indegno del regno, in quanto non discendente da Davide, usò forme di estrema ferocia per stroncare la rivolta:

a Gerusalemme […] compì un’azione di una crudeltà senza pari: mentre egli se ne stava banchettando in luogo aperto con le sue concubine, ordinò che fossero crocifissi circa ottocento Giudei e, mentre quegli infelici erano ancora vivi, davanti ai loro occhi fece trucidare i figli e le mogli. XIII, 380

succedendogli nel 76 a.C., Alessandra si riconciliò con i Farisei, per ristabilire la pace nel regno, e in pratica lo lasciò gestire a loro, come spiega Giuseppe Flavio nella stessa opera (XIII, 405-432, XVI); morì nel 67 a.C., mentre il figlio Aristobulo le si era ribellato, per succederle nel potere.

mi sono soffermato su questi dati storici per dimostrare l’assoluta incoerenza della narrazione citata sopra: se questo Jeshu di Betlemme era nato nel 90 a.C. ed era stato ucciso sotto la regina Alessandra Salomé (se sotto il nome di Elena dobbiamo intendere lei, morta nel 76 d.C.), allora non avrebbe potuto avere più di 14 anni al momento dell’esecuzione.

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ma il nome Elena rimanda piuttosto alla figura della regina di Adiabene ed Edessa, in Armenia, che fu moglie di suo fratello Monobaz I e poi di Abgar V, oltre che madre dei suoi due successori; Elena apparteva ad una famiglia dedita al culto di Zoroastro, i cui sacerdoti erano detti magi, e morì tra il 50 e il 56 d.C., dopo essersi convertita all’ebraismo attorno all’anno 30, facendolo diventare la religione del regno; si era trasferita a Gerusalemme, dove aveva un palazzo, recentemente scoperto, e dove venne sepolta in una piramide, per un voto fatto per la salvezza di un figlio in battaglia, e lì visse per 21 anni come una nazirita.

in questo racconto viene rappresentata in maniera totalmente antistorica come signora della città.

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la tomba della regina Elena al museo di Gerusalemme

la Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, 1,13, riporta come vera la notizia di una presunta lettera di Jeshu al re Abgar V, il secondo marito della regina Elena; il re aveva chiesto aiuto in quanto malato, ma, secondo le leggende locali, solo dopo la morte di Jeshu a Edessa si sarebberebbe recato suo fratello gemello Giuda, detto Tommaso, facendo convertire il re dal discepolo Taddeo.

secondo una leggenda, questi avrebbe portato il mandylion o sindon, immagine di Jeshu miracolosa non dipinta, alla cui vista il re sarebbe guarito

ad Edessa, del resto, dal sesto secolo è effettivamente attestata l’esistenza di un telo simile, poi trasferito a Costantinonopoli e sparito durante la quarta crociata, che vide la conquista e il saccheggio della città.

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è comunque evidente anche la connessione dei racconti della regina Elena e del re Abgar V con la leggenda evangelica dei re magi.

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ma ecco il testo della presunta lettera di Jeshu riportata da Eusebio di Cesarea come documento degli archivi reali di Edessa:

10. “Beato sei tu, per aver creduto in me, pur non avendomi visto.
Giacché è scritto di me che coloro che mi hanno visto non crederanno in me, perché coloro che non mi hanno visto possano credere e vivere.
Quanto a ciò che tu mi scrivi, di venire da te, bisogna che io compia quaggiù tutto ciò per cui sono stato mandato e dopo averlo così compiuto, torni da colui che mi ha inviato.
E quando sarò stato assunto in cielo, ti invierò uno dei miei discepoli per guarirti della tua sofferenza e dare la vita a te e ai tuoi”.

falsario davvero sprovveduto quel che fa citare dallo Jeshu ancora vivente quello che è scritto di lui; e il tono della citazione ricorda il Vangelo secondo Giovanni: Chi è di Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. […] Chi custodisce la mia parola, non vedrà la morte in eterno (9, 47 51)evidentemente la verosimiglianza dell’invenzione non era tra le preoccupazioni principali di chi componeva queste storie scatenate.

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non che ce ne fosse bisogno, ma tutto questo conferma il carattere del tutto leggendario dei fatti raccontati in quel testo: siamo in un contesto miracolistico e semi-favoloso, non troppo dissimile da quello testimoniato dalle narrazioni evangeliche, anzi appartenente alla stessa forma mentis, anche se non proprio allo stesso ambiente culturale.

ma è proprio questo che le rende interessanti: siamo nel quadro di una religione diversa, quella ebraica, siamo davanti alla versione ebraica delle narrazioni leggendarie della vita di Jeshu…

già, ma di quale Jeshu? lo stesso dei vangeli oppure un altro ancora, vissuto quasi un secolo prima? morto sotto la regina Alessandra Salomè, appeso a un albero, oppure crocifisso, assieme ad altri ottocento oppositori, sotto suo marito Alessandro Ianneo, qualche anno prima?

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il testo citato è una del centinaio di versioni del Toledath Jeshu, Racconti su su Jeshu, la versione ebraica della vita di Jeshu, rimasta a lungo occulta e conosciuta nel mondo cristiano molto tardi nella sua versione scritta, ma risalente certamente a tradizioni almeno del II secolo, quindi coeve sostanzialmente ai racconti altrettanto favolosi della tradizione evangelica cristiana.

il racconto, ripreso poi con contenuti simili anche nel Talmud, si dice comunemente che sia  intessuto di riferimenti polemici ai vangeli, quindi si dà per scontato che sia successivo; ma questa potrebbe essere soltanto una deformazione della nostra prospettiva:

è altrettanto legittimo pensare, anzi è perfino più logico, che possa essere vero, almeno in parte, anche il contrario, e ad esempio, che le storie relative all’infanzia di Jeshu, entrate così tardi a fare parte della tradizione evangelica, siano invece una rielaborazione cristiana delle notizie su Jeshun prodottesi nel mondo ebraico, per correggerle e contrastarle;

in altri casi, invece, come nell’anticipo di un secolo della vita di Jeshu, non se ne vede neppure il significato polemico; anzi, è una datazione che crea problemi rispetto al racconto successivo, che coinvolge la figura della regina Elena; quindi deve essere notizia che ha un suo fondamento autonomo.

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ma questo significa che nel mondo ebraico si aveva notizia di un altro Jeshu, oppure comunque di un maestro ebraico, ucciso, vissuto quasi un secolo prima dei quello narrato dai vangeli?

è possibile, l’ipotesi non la sto facendo io per la prima volta: la propose per primo G.R.S. Mead nel 1903.

io aggiungo soltanto che anche questo sarebbe a sua volta confluito nella immagine composita dello Jeshu cristiano.

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segnalo due indizi favorevoli:

la violenza della polemica di Jeshu contro i farisei risulterebbe molto più giustificata se risalisse al tempo della regina Alessandra Salomè, quando i farisei esercitavano di fatto il potere di governo su Gerusalemme.

il ricordo di un maestro di giustizia vissuto all’incirca in quel periodo, a quel che si può capire, e giustiziato, è trasmesso anche dai rotoli del Mar Morto, attribuiti alla presunta comunità degli esseni di Qumran.

ma qui arriviamo al nodo praticamente insolubile del maestro di giustizia venerato dagli Esseni come fondatore del loro movimento e del suo rapporto con lo Jeshu cristiano.

e qui mi fermo, per il momento.


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