visita di Milano 1 settembre 2018: materiali illustrativi

pubblicato originariamente sul blog bortocal.

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A Mediolanum ogni cosa è degna di ammirazione, vi sono grandi ricchezze e numerose sono le case nobili. La popolazione è di grande capacità, eloquenza ed affabile. La città si è ingrandita ed è circondata da una duplice cerchia di mura. Vi sono il circo, dove il popolo gode degli spettacoli, il teatro con le gradinate a cuneo, i templi, la rocca del palazzo imperiale, la zecca, il quartiere che prende il nome dalle terme Erculee. I cortili colonnati sono adornati di statue di marmo, le mura sono circondate da una cinta di argini fortificati. Le sue costruzioni sono una più imponente dell’altra, come se fossero tra loro rivali, e non ne diminuisce la loro grandezza neppure la vicinanza a Roma.

Ausonio, poeta latino del IV secolo, Ordo urbium nobilium, VII

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che Milano sia stata anche una importante citta` romana non e` certo ignoto a chi ha partecipato alla precedente visita del 28 febbraio e alla visita alla basilica di san Lorenzo, con l’antico colonnato antistante, del II o III secolo dopo Cristo, trasportate qui da un tempio pagano che era nell’attuale piazza Santa Maria Beltrade, all’inizio del V secolo, quando fu costruita per la prima volta la basilica, utilizzando per le fondamenta blocchi di pietra del vicino anfiteatro, demolito nel 401.

le colonne servivano allora come fronte di un ampio quadriportico, oggi scomparso, che occupava tutto lo spazio della piazza ricavata nel 1935 demolendo un insieme di case che lo aveva occupato nei secoli; e probabilmente la basilica faceva parte allora, come chiesa palatina, parte cioe` del palazzo imperiale.

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sfuggite fortunosamente nei secoli a varie proposte di demolizione, oggi le colonne sono il simbolo stesso, anche se non certo l’unico monumento, della ilano romana, cioe` della Milano imperiale.

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un po’ meno noto, infatti, e` che Milano e` stata per oltre un secolo capitale dell’impero romano, sia pure soltanto della sua parte d’Occidente, dopo la riorganizzazione voluta dall’imperatore Diocleziano, a partire dal 286 d.C. – e dal 295 condividendo questo ruolo con Treviri, in Germania – e fino al 402 quando la capitale venne portata a Ravenna, durante l’assedio subito a Milano da Alarico e dai Visigoti, per motivi di migliore difendibilita` e per i piu` facili collegamenti marittimi con Costantinopoli.

ma la storia della Milano imperiale si confonde inestricabilmente con la storia della Milano paleocristiana e difficilmente puo` essere sottovalutato il ruolo della citta` nella storia del cristianesimo del IV secolo.

l’Editto di Costantino del 313 col quale l’imperatore legittimava la religione cristiana fu emesso infatti a Milano, cioe` la storia della progressiva integrazione del cristianesimo nell’impero romano parte proprio da Milano.

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ma prima di affrontare questo aspetto vorrei provare a rispondere ad una domanda che certamente qualcuno si sta ponendo assieme a me: se Milano fu per oltre un secolo la capitale prima dell’impero roano d’Occidente e poi di una sua parte, come mai le tracce di questa presenza romana sono tutto sommato abbastanza modeste rispetto a quelle delle altre capitali, Roma o Costantinopoli, che condivise questo ruolo con la citta` lombarda, oltretutto nello stesso periodo?

per non dire del confronto con due citta` tutto sommato minori, come Brixia e soprattutto Verona, dove tuttavia le testimonianze dell’antico passato romano sono addirittura piu` significative, anche se forse meno diffuse.

non e` facile trovare una risposta.

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intanto occorre ricordare che la fortuna di Milano nell’impero romano e` relativamente tarda.

in tutta la fase iniziale della costruzione dell’imperium, prima ancora che lo stato assumesse la forma monarchica e quando erano vive ancora le istituzioni repubblicane a Roma, il rapporto di Milano con questa fu piuttosto conflittuale: gli Insubri, la tribu` celtica che aveva fondato Medhelan, come si chiamava allora probabilmente in quella lingua, su una specie di lingua di terra asciutta, in mezzo alle paludi determinate dalla successione dei fontanili, e a partire da un santuario nella zona attuale di piazza della Scala, fu nemica dei romani, a differenzia dei Cenomani della parte orientale e di Brixia, che ne furono i igliori alleati in Val Padana.

avevano appena subito ripetute sconfitte dai Romani e dai loro alleati Cenoani, quando nel 218 a.C. Annibale arrivo` in Italia settentrionale attraversando le Alpi, e non persero ovviamente l’occasione di allearsi con lui.

solo dopo la sua sconfitta accettarono prima l’alleanza con Roma e poi l’integrazione nell’imperium, ricevendo il diritto di cittadinanza da Cesare nel 49 a.C.; ma l’ascesa della citta` fu graduale, essendo inizialmente preferita dai Romani Brixia, per la lunga fedelta`.

ma quando la necessita` di controllare i confini settentrionali dell’impero si fece impellente, ​la posizione geografica alla lunga favori` Milano che veniva a trovarsi allo sbocco di tre importanti vie di comunicazione col mondo germanico: quella della Valtellina e dello Spluga, quella del Gottardo e quella del Sempione; e lo spostamento della capitale stessa in questa zona strategica rispecchia la centralita` di una funzione difensiva.

in poche parole, Milano diventa capitale in una fase storica che e` gia` di decadenza imperiale, e questo spiega la minore importanza della sua vita architettonica in una fase che vede diminuire lo slancio costruttivo.

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ma questo stesso motivo spiega al contrario la centralita` assoluta di Milano dal punto di vista culturale nel periodo che vede l’impero romano cristianizzarsi nel tentativo di resistere alla sua crisi, e dunque consegna a Milano il ruolo storico di plasmare il cristianesimo come ponte tra il mondo antico che finisce e la futura Europa che non era ancora nata.

questa eccezionalita` di Milano e` sancita, prima ancora che dalla grandezza di alcune figure centrali sia nella sua storia che in quella del cristianesimo, da una straordinaria particolarita` che riguarda le modalita` stesse della vita religiosa, cioe` la sopravvivenza del cosiddetto rito ambrosiano, che – senza entrare nei diversi dettagli e nel loro significato – consiste in alcune particolarita` del calendario liturgico, ma anche in alcune varianti nelle modalita` della celebrazione della messa, fino alla liturgia delle ore e perfino al modo di suonare le campane.

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ma la centralita` culturale della Milano del IV secolo ruota attorno a due figure eccezionali, Ambrogio ed Agostino, e al loro rapporto.

e` a Milano che si reca l’africano Agostino nel 383, anche per conoscere Ambrogio, ed e` proprio in un giardino di Milano che Agostino si converte al cristianesimo, nel settembre del 386:

2. 3. Feci visita dunque a Simpliciano, padre per la grazia, che aveva ricevuto da lui, del vescovo di allora Ambrogio e amato da Ambrogio proprio come un padre. Quando, nel descrivergli la tortuosità dei miei errori, accennai alla lettura da me fatta di alcune opere dei filosofi platonici, tradotte in latino da Vittorino, già retore a Roma e morto, a quanto avevo udito, da cristiano, si rallegrò con me per non essermi imbattuto negli scritti di altri filosofi, ove pullulavano menzogne e inganni secondo i princìpi di questo mondo . Nei platonici invece s’insinua per molti modi l’idea di Dio e del suo Verbo. Per esortarmi poi all’umiltà di Cristo, celata ai sapienti e rivelata ai piccoli, evocò i suoi ricordi di Vittorino, appunto, da lui conosciuto intimamente durante il suo soggiorno a Roma. […] 5. 10. Comunque, allorché il tuo servo Simpliciano mi ebbe narrata la storia di Vittorino, mi sentii ardere dal desiderio d’imitarlo, che era poi lo scopo per il quale Simpliciano me l’aveva narrata.  […] 6. 13. Ebbene, ora narrerò come tu mi abbia liberato dalla catena del desiderio dell’unione carnale, che mi teneva legato così strettamente, e dalla schiavitù degli affari secolari.  […] 6. 14. Un certo giorno ecco viene a trovarci, Alipio e me, […] un certo Ponticiano, nostro compatriota in quanto africano, che ricopriva una carica cospicua a palazzo. Ignoro cosa volesse da noi. Ci sedemmo per conversare e casualmente notò sopra un tavolo da gioco che ci stava davanti un libro. Lo prese, l’aprì e con sua grande meraviglia vi trovò le lettere dell’apostolo Paolo […]. Allora mi guardò sorridendo e si congratulò con me, dicendosi sorpreso di aver improvvisamente scoperto davanti ai miei occhi quel testo e quello solo. Dirò che era cristiano e battezzato […]. Io gli spiegai che riservavo la massima attenzione a quegli scritti, e così si avviò il discorso. Ci raccontò la storia di Antonio, un monaco egiziano […] 6. 15. Di qui il suo discorso si spostò sulle greggi dei monaci, sulla loro vita, che t’invia soavi profumi, e sulla solitudine feconda dell’eremo, di cui noi nulla conoscevamo. A Milano stessa fuori dalle mura della città esisteva un monastero popolato da buoni fratelli con la pastura di Ambrogio senza che noi lo sapessimo. Ponticiano infervorandosi continuò a parlare per un pezzo, e noi ad ascoltarlo in fervido silenzio. Così venne a dire che un giorno, non so quando ma certamente a Treviri, mentre l’imperatore era trattenuto dallo spettacolo pomeridiano nel circo, egli era uscito a passeggiare con tre suoi camerati nei giardini contigui alle mura della città. Lì, mentre camminavano accoppiati a caso, lui con uno degli amici per proprio conto e gli altri due ugualmente per proprio conto, si persero di vista. Ma questi ultimi, vagando, entrarono in una capanna abitata da alcuni tuoi servitori poveri di spirito, di quelli cui appartiene il regno dei cieli, e vi trovarono un libro ov’era scritta la vita di Antonio. Uno dei due cominciò a leggerla e ne restò ammirato, infuocato. Durante la lettura si formò in lui il pensiero di abbracciare quella vita e abbandonare il servizio del secolo per votarsi al tuo. Erano in verità di quei funzionari, che chiamano agenti amministrativi.  […] Nel delirio del parto di una nuova vita tornò con gli occhi sulle pagine. A mano a mano che leggeva un mutamento avveniva nel suo intimo […]. Nel leggere, in quel rimescolarsi dei flutti del suo cuore, a un tratto ebbe un fremito, riconobbe la soluzione migliore e risolse per quella. Ormai tuo, disse all’amico suo: “Io ormai ho rotto con quelle nostre ambizioni. Ho deciso di servire Dio, e questo da quest’ora. Comincerò in questo luogo. Se a te rincresce d’imitarmi, tralascia d’ostacolarmi”. L’altro rispose che lo seguiva per condividere con lui l’alta ricompensa di così alto servizio. […]. Gli amici si felicitarono piamente e si raccomandarono alle loro preghiere, per poi tornare a palazzo […]., mentre essi rimasero nella capanna fissando il cuore in cielo. Entrambi erano fidanzati; quando le spose seppero l’accaduto, consacrarono anch’esse la loro verginità a te. 7. 16. Questo il racconto di Ponticiano. […] 8. 19. Allora, […] nel mio cuore, sconvolto il viso quanto la mente, mi precipito da Alipio esclamando: “Cosa facciamo? cosa significa ciò? cosa hai udito?”  […] 12. 28. […]  Sentendomene ancora trattenuto, lanciavo grida disperate: “Per quanto tempo, per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?”. 12. 29. Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. […]  Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze” 108. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono. 12. 30. Chiuso il libro, tenendovi all’interno il dito o forse un altro segno, già rasserenato in volto, rivelai ad Alipio l’accaduto. Ma egli mi rivelò allo stesso modo ciò che a mia insaputa accadeva in lui. Chiese di vedere il testo che avevo letto. Glielo porsi, e portò gli occhi anche oltre il punto ove mi ero arrestato io, ignaro del seguito. Il seguito diceva: “E accogliete chi è debole nella fede”. Lo riferì a se stesso, e me lo disse. In ogni caso l’ammonimento rafforzò dentro di lui una decisione e un proposito onesto, pienamente conforme alla sua condotta, che l’aveva portato già da tempo ben lontano da me e più innanzi sulla via del bene. Senza turbamento o esitazione si unì a me. Immediatamente ci rechiamo da mia madre e le riveliamo la decisione presa: ne gioisce; le raccontiamo lo svolgimento dei fatti: esulta e trionfa. E cominciò a benedirti perché puoi fare più di quanto chiediamo e comprendiamo. Vedeva che le avevi concesso a mio riguardo molto più di quanto ti aveva chiesto con tutti i suoi gemiti e le sue lacrime pietose.

la citazione in cui si imbatte Agostino e` la Lettera ai Romani, 13, 13-14

io ho riassunto come ho potuto l’intero libro VIII delle Confessioni dove Agostino di Ippona racconta in toni altamente drammatici questa sua vicenda.

e a Milano, nel 387, nella veglia pasquale, Agostino viene battezzato da Ambrogio; l’anno dopo, dopo la morte della madre, ritorno` in Africa, vendendo tutti i suoi beni e dando il ricavato ai poveri. Poi lui e i suoi amici si ritirarono in un suo appezzamento di terreno, che già era stato alienato, per condurre una vita comune in povertà, in preghiera.

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ma chi era Ambrogio, allora?

Ambrogio, nato da una famiglia romana a Treviri, la seconda capitale dell’impero romano d’Occidente, nell’attuale Germania, nel 339 circa, e` di circa una generazione piu` vecchio di Agostino, e assieme a lui e` considerato uno dei quattro massimi dottori della chiesa cattolica.

e`, in origine, un funzionario dell’impero, neppure cristiano, e nel 370, verso i trent’anni e` mandato a Milano, con la carica di console, come governatore della provincia Aemilia et Liguria; qui divenne una figura di rilievo nella corte dell’imperatore Valentiniano I per la sua abilità nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici.

quel che succede dopo ha del romanzesco: ma lascio la parola a Paolino, che scrisse la Vita di Ambrogio, su sollecitazione proprio di Agostino:

6. In quel tempo era morto Aussenzio, vescovo della setta eretica degli ariani […]. Poiché il popolo suscitava tumulti nel richiedere il nuovo vescovo, Ambrogio che si dava cura di sedare il tumulto […], andò in chiesa. Mentre lì parlava al popolo, si dice che all’improvviso la voce di un bambino acclamò, in mezzo al popolo, Ambrogio vescovo. Tutto il popolo si volse verso questa voce e acclamò vescovo Ambrogio. Così coloro che prima discordavano fra loro nel più grande disordine, perché sia gli ariani sia i cattolici desideravano che fosse ordinato un vescovo della loro parte, cercando di superarsi a vicenda, improvvisamente si trovarono d’accordo su questo nome con meravigliosa e incredibile concordia. 7. Vista questa situazione, Ambrogio uscì dalla chiesa e si fece preparare il tribunale:  […] contro la sua consuetudine, fece mettere di proposito alcune persone alla tortura. Nonostante ciò il popolo gridava: “Il tuo peccato ricada sopra di noi.”  […] Sapendolo catecumeno, con voce di fede gli promettevano la remissione di tutti i peccati mercè la grazia del battesimo. Allora Ambrogio, tornato a casa turbato,  […]  apertamente fece entrare in casa sua alcune prostitute, in modo che il popolo, a tale vista, abbandonasse il suo proposito. Ma il popolo insisteva e gridava: “Il tuo peccato ricada sopra di noi.” 8. Allora Ambrogio, vedendo che non riusciva a realizzare il suo proposito, preparò la fuga: uscito di notte dalla città, mentre credeva di dirigersi al Ticino, la mattina fu trovato presso la porta di Milano detta Romana. Infatti Dio […]  impedì la sua fuga. Trovato e vigilato dal popolo, fu mandata una richiesta al clementissimo imperatore, che allora era Valentiniano I, il quale accettò con gran gioia che un giudice da lui inviato fosse richiesto per l’episcopato.  […] 9. Mentre era in corso la richiesta, Ambrogio cercò di fuggire una seconda volta e per qualche tempo restò nascosto in una proprietà di Leonzio, un uomo dell’alta società. Ma quando giunse la risposta alla richiesta, egli fu consegnato proprio da Leonzio. Il vicario infatti aveva ricevuto l’ordine di concludere quell’affare e così, per eseguire l’ordine, con un editto aveva avvisato tutti che, se volevano provvedere da sè e alle proprie cose, dovevano consegnare Ambrogio. Portato a Milano, comprendendo di non potere più a lungo resistere alla volontà di Dio verso di lui, chiese di non essere battezzato se non da un vescovo cattolico.  […]  Una volta battezzato, dicono che adempì a tutti i doveri ecclesiastici e otto giorni dopo fu ordinato vescovo con sommo consenso e gioia di tutti. 

la versione di Ambrogio, scritta poco prima della morte, e` piu` sintetica:
«Quale resistenza opposi per non essere ordinato! Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l’ordinazione fosse ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami.»
Lettera ai Vercellesi, 65

anche lui adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti.

fu autore di diversi inni, che si tramandano ed eseguono ancora:

“Dicono che io abbia ammaliato il popolo con i versi dei miei inni. Non voglio certo negarlo. Grande canto magico questo e niente v’è di più possente”.

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ed ora, dalle musiche e dalle parole di Ambrogio, vi propongo un salto audace a 1.500 anni dopo.

E pensare che c’era il pensiero – Giorgio Gaber

è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.
Dovunque c’è, un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate
affermazioni che ci fanno bene e siam contenti
un mare di parole
un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.

Il secolo che sta morendo
diventa sempre più allarmante
a causa della gran pigrizia della mente.
E l’uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione
per il vero, che non ha coscienza del suo stato
un mare di parole
un mare di parole
è, come un animale ben pasciuto.

E pensare che c’era il pensiero
che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.
Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute.
Va’ pensiero su l’ali dorate
va’ pensiero su l’ali dorate.

Nel secolo che sta morendo
si inventano demagogie
e questa confusione è il mondo delle idee.
A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire
o rinventare un Cartesio nuovo e un po’ ribelle
un mare di parole
un mare di parole
io penso dunque sono un imbecille.

Il secolo che sta morendo
che sembra a chi non guarda bene
il secolo del gran trionfo dell’azione
nel senso di una situazione molto urgente, dove non succede
proprio niente, dove si rimanda ogni problema
un mare di parole
un mare di parole
e anch’io sono più stupido di prima.

E pensare che c’era il pensiero
era un po’ che sembrava malato, ma ormai sta morendo.
In un tempo che tutto rovescia si parte da zero
e si senton le noti dolenti di un coro che sta cantando.

Vieni azione coi piedi di piombo vieni azione coi piedi di piombo.

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anche Giorgio Gaber, in realta` Giorgio Gaberščik, la famiglia era di origine slovena (1939-2003), si trova ricordato nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, che riporta, in tre fasce i milanesi illustri, intendendo per milanesi tutti coloro che vissero almeno un periodo significativo della loro vita qui, e dunque rappresenta una specie di compendio della storia culturale di questa citta`: e ogni anno , il 2 novembre, vengono aggiunti personaggi eccellenti da poco scomparsi.

Lo spazio centrale, il più importante, è tutto dedicato alla tomba di Alessandro Manzoni: nel 1958 il suo sarcofago è stato innalzato su una base decorata da angeli neri in rilievo, realizzati dalla scultore Giannino Castiglioni: non ne parlero` piu`, perche` ci ha gia` accompagnato in due delle visite precedenti.

Sulle pareti in alto si trovano i nomi di cittadini eccellenti vissuti tra il IV secolo e la metà del XVIII, tra questi Sant’Ambrogio, in realta` romano di nascita, come abbiamo visto,  Sant’Agostino, africano, Leonardo Da Vinci, fiorentino, Francesco Sforza, Lodovico il Moro, San Carlo Borromeo.

Nella parte sottostante sono riportati i nomi degli illustri dal 1750 al 1850.

La parte inferiore è dedicata ai personaggi morti dal 1850 a oggi: Eugenio Montale, Luchino Visconti, Enzo Biagi, Dino Buzzati, Dario Fo.

Nella cripta sono sepolti insigni cittadini vissuti tra la metà del XVIII secolo e oggi come Francesco Hayez, Giorgio Gaber, Alda Merini, Guido Crepax.

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non trovo citato Giuseppe Verdi, ma mi pare un’assenza incomprensibile, considerando che l’intera carriera musicale di Versi si svolge in uno stretto rapporto con la Scala, che Verdi divenne il simbolo stesso del movimento risorgimentale che ebbe in Milano indubbiamente la sua capitale, e che a Milano Verdi visse lungamente e mori`: i suoi funerali furono indubbiamente una delle piu` imponenti manifestazioni della storia della citta`, all’inizio stesso del nuovo secolo, nel 1901.

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parlare diffusamente di loro sarebbe impossibile; mi accontentero` di citarne per ciascuno un’opera.

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Francesco Hayez, il piu` importante pittore del primo Ottocento italiano: il maestro del romanticismo nella pittura.

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tre versioni del suo quadro piu` celebre, Il bacio, di impronta risorgimentale.

ma a Brescia abbiamo un suo altro straordinario capolavoro, Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria, dedicato ai profughi di quella citta: profughi, avete capito bene: anche all’inizio dell’Ottocento le guerre spingevano alla fuga intere popolazioni.

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Il quadro e` ispirato al poema omonimo di Giovanni Berchet, un altro milanese: scritto nel 1821-23, si riferisce ad un episodio della guerra greco-turca, la distruzione da parte dei Turchi della città di Parga, citta` albanese che dopo il 1815 era rimasta sotto la protezione inglese, ma nel 1819 venne ceduta al pascià di Gianina.

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Eugenio Montale, genovese di nascita (1895-1981), premio Nobel per la letteratura 1975), collaboratore per anni del Corriere della Sera.

I
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più d’un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono, più liberi di lui.

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Luchino Visconti (1906-1976), discendente addirittura dalla nobile famiglia, grande regista che qui ricorderemo per il piu` milanese dei suoi film, Rocco e i suoi fratelli.

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il film e` ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di un altro grande milanese, Giovanni Testori (1923-1993), lo scrittore delle periferie milanesi, credente e apertamente omosessuale.

„Quando ho detto che sono nato nel 1923, a Novate, cioè a dire alla periferia di Milano, dove da allora ho sempre vissuto e dove spero di poter vivere sino alla fine, ho detto tutto.“

„L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome; privata, cioè, di Dio. Dunque, d’una realtà irreale”.

T’ho amato con pietà
con furia T’ho adorato.
T’ho violato, sconciato,
bestemmiato.

Tutto puoi dire di me
tranne che T’ho evitato.

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Enzo Biagi (1920-2007), giornalista e uomo saggio:

Qualche volta è scomodo sentirsi fratelli, ma è grave considerarsi figli unici.

La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.

Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.

È difficile non desiderare la donna d’altri, dato che quelle di nessuno di solito sono poco attraenti.

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Dino  Buzzati, scrittore e giornalista (1906-1972), bellunese di nascita, l’autore del Deserto dei Tartari, soprannominato il Kafka italiano.

“Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”

“La pace regnava sul mondo, le sentinelle non davano l’allarme, nulla lasciava presagire che l’esistenza sarebbe potuta cambiare.”

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Dario Fo (1926-2016) e` il secondo premio Nobel per la letteratura milanese, nel 1997; difficile definirlo, come dice lui stesso:

Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l’autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l’attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi. 

“Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti.”

“Ancora non si è capito che soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale.”

“La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune, anzi è più vero o, almeno, più credibile.”

“In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste.”

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Fo lavora anche con Enzo Jannacci (1935-2013), medico, cabarettista e cantautore, pugliese di nascita, da famiglia di origine macedone, che si defini` “fratello” di Giorgio Gaber, col quale aveva collaborato a lungo.

ma qui entriamo nel vivo di una Milano musicale alternativa, vitale e contestataria, che collega Fo a Cochi e Renato e arriva fino a Celentano.

qui l’arte si confonde col Sessantotto milanese.

Ho visto un re, forse il maggiore successo di Jannacci, testo di dario Fo

Dai dai, conta su…ah be, si` be…. 
– Ho visto un re. 
– Sa l’ha vist cus’e`? 
– Ha visto un re! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Un re che piangeva seduto sulla sella 
piangeva tante lacrime, ma tante che 
bagnava anche il cavallo! 
– Povero re! 
– E povero anche il cavallo! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Ú l’imperatore che gli ha portato via 
un bel castello… 
– Ohi che baloss! 
– …di trentadue che lui ne ha. 
– Povero re! 
– E povero anche il cavallo! 
– Ah, beh; sì, beh. 
– Ho visto un vesc… 
– Sa l’ha vist cus’e`? 
– Ha visto un vescovo! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Anche lui, lui, piangeva, faceva 
un gran baccano, mordeva anche una mano. 
– La mano di chi? 
– La mano del sacrestano! 
– Povero vescovo! 
– E povero anche il sacrista! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– e` il cardinale che gli ha portato via 
un’abbazia… 
– Oh poer crist! 
– …di trentadue che lui ce ne ha. 
– Povero vescovo! 
– E povero anche il sacrista! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Ho visto un ric… 
– Sa l’ha vist cus’e`? 
– Ha visto un ricco! Un sciur! 
– S’…Ah, beh; si`, beh. 
– Il tapino lacrimava su un calice di vino 
ed ogni go, ed ogni goccia andava… 
– Deren’t al vin? 
– Si`, che tutto l’annacquava! 
– Pover tapin! 
– E povero anche il vin! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Il vescovo, il re, l’imperatore 
l’han mezzo rovinato 
gli han portato via 
tre case e un caseggiato 
di trentadue che lui ce ne ha. 
– Pover tapin! 
– E povero anche il vin! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Ho vist un villan. 
– Sa l’ha vist cus’e`? 
– Un contadino! 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Il vescovo, il re, il ricco, l’imperatore, 
persino il cardinale, l’han mezzo rovinato 
gli han portato via: 
la casa 
il cascinale 
la mucca 
il violino 
la scatola di kaki 
la radio a transistor 
i dischi di Little Tony 
la moglie! 
– E po`, cus’e`? 
– Un figlio militare 
gli hanno ammazzato anche il maiale… 
– Pover purscel! 
– Nel senso del maiale… 
– Ah, beh; si`, beh. 
– Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava! 
Ah! Ah! Ah! 
– Ma sa l’e`, matt? 
– No! 
– Il fatto e` che noi villan… 
Noi villan…

E sempre allegri bisogna stare 
che il nostro piangere fa male al re 
fa male al ricco e al cardinale 
diventan tristi se noi piangiam, 
e sempre allegri bisogna stare 
che il nostro piangere fa male al re 
fa male al ricco e al cardinale 
diventan tristi se noi piangiam!

https://video.repubblica.it/dossier/addio-enzo-jannacci/jannacci-con-fo-e-gaber-nel-1968–ho-visto-un-re/123954/122441

. . .

Guido Crepax (1933-2003), fumettista erotico, l’inventore del personaggio di Valentina.

A1W15N9iFCL

. . .

Alda Merini (1931-2009), la pazza della porta accanto, come fu definita, grande autrice di poesia, che trascorse ampie parti della sua vita negli ospedale psichiatrici.

Ebbe un successo difficile e tardo, ma fu quasi imposta dal pubblico.

Ieri ho sofferto il dolore 

Ieri ho sofferto il dolore,
non sapevo che avesse una faccia sanguigna,
le labbra di metallo dure,
una mancanza netta d’orizzonti.
Il dolore è senza domani,
è un muso di cavallo che blocca
i garretti possenti,
ma ieri sono caduta in basso,
le mie labbra si sono chiuse
e lo spavento è entrato nel mio petto
con un sibilo fondo
e le fontane hanno cessato di fiorire,
la loro tenera acqua
era soltanto un mare di dolore
in cui naufragavo dormendo,
ma anche allora avevo paura
degli angeli eterni.
Ma se sono così dolci e costanti,
perchè l’immobilità mi fa terrore?

Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita.

. . .

insomma, forse e` proprio nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, che si coglie l’enorme ricchezza della vita culturale milanese degli ultimi due secoli almeno.

ma e` anche qui che si smentisce l’immagine tradizionale dei Sepolcri di Foscolo:
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne dei forti

davvero?

c’e` da dubitarne: dov’e` finita quella ricchissima vita culturale? e dove sono coloro che ne traggono ispirazione oggi?

. . .

commenti:

amleta 31 agosto 2018 alle 12:51
Milano mi piaceva molto, anche se rispetto a Londra era piccola per me, e amavo gli after hour e le serate gay e tutto quello che offre una città.
Certo amavo meno le gang che avevano iniziato a terrorizzare i nottambuli e ho saputo che a Londra adesso è pure così.

bortocal 2 settembre 2018 alle 9:11
ciao amleta, bentornata.
mi fai venire in mente una vecchia canzone: il mondo e` troppo piccolo per me… 🙂
e che ci facevi tu alle serate gay di Londra? troppo curiosa, eh!
certo, nel mio eremo da Cincinnato sui monti, io di gang di nottambuli qui non ne ho proprio (se escludiamo i gatti): a volte, pensa, mi addormento con la porta di casa spalancata: sono sempre stato piuttosto distratto, in effetti! 🙂
un abbraccio.

amleta 2 settembre 2018 alle 11:17
Sono bisex dovresti ricordarlo, e ho sempre avuto amici gay sia quando stavo ancora al Sud che a Londra.
Sì un posto così dove dormi con le porte aperte… wow!!!

bortocal15 2 settembre 2018 alle 18:36
non so bene perche` non ho registrato nella mia mente quel che mi rimproveri di avere dimenticato, o forse l’ho considerato un aspetto tutto sommato secondario e non cosi` importante della tua personalita` poliedrica, che invece mi e` ben chiara… 🙂
andando verso l’inverno, indubbiamente diventero` piu` attento anche alla chiusura delle porte di casa, se non altro per impedire ai gatti di circolare troppo di notte in casa mia, ahahah. 😉
un nuovo abbraccio

amleta 2 settembre 2018 alle 18:43
Perdonato 😊
Non ti preoccupare al limite te li ritrovi sul letto i gatti che leccano i tuoi di baffi 😊😉😆
Bè d’inverno a meno che non vuoi gelare certo che le devi chiudere….

bortocal15 2 settembre 2018 alle 19:19
🙂 🙂 🙂
certo, ma non occorre neppure aspettare l’inverno: con le temperature che ci sono gia` oggi qui, che quasi bisogna gia` accendere la stufa, il promemoria degli spifferi e` gia` arrivato e il giro di chiusura delle porte di casa e` gia` stato fatto, brrr..


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