settembre, lasciarsi andare – 329

dev’essere settembre, con i suoi colori autunnali in gestazione e i tramonti che anticipano visibilmente di giorno in giorno, e tra un poco il cielo si soffermera` idealmente nel sospiro invisibile dell’equinozio…

dev’essere il tempo Allegro di settembre che mi insegna finalmente a vivere, lasciandomi andare, senza i giuramenti interiori al rispetto di chissa` quali doveri;

e` bello essere arrivati ad un’eta` nella quale il dovere principale diventa quello di vivere e basta;

ed e` gia`, ad ogni anno che passa, un risultato da premiare, se ti volti indietro a ricordare i tanti migliori di te che sono gia` ritornati al grembo della terra, o ti giri intorno a guardare i visi dei tuoi coetanei, che le rughe hanno cominciato a scavare in maniera perfino piu` impietosa del tuo.

. . .

settembre: anche per gli orti inzia il rito lungo degli abbandoni, dopo una stagione controversa e bizzarra: oggi ho sradicato gli ultimi girasoli e cominciato a staccare i semi dalle grandi corolle secche; raccolti in un barattolo finiranno nei minestroni dell’inverno, in attesa che mi studi il modo per farmi l’olio in casa a freddo.

sono gia` state strappate anche le piante di pomodoro, precocemente seccate per la vampata di caldo di inizio agosto; ma alcune, sopravvissute allo strappo, al rinfrescarsi di settembre, hanno dato segno di volere gettare di nuovo;

anche quelle dei cetrioli e degli zucchini sono in esaurimento, ma stanno crescendo rapidamente quelle di seconda semina; rimane solo incerto se faranno in tempo a produrre qualcosa.

le melanzane invece sono ancora nel pieno rigoglio e i peperoni stanno fiorendo ancora,  con i frutti tardivi che ancora cercano di crescere.

le patate, cresciute quasi come piante infestanti, attendono solo di essere estratte tutte: a decine di chili, e sembrano non finire mai.

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ma il meglio a settembre lo danno i frutti degli alberi: le mele che cadono finalente rosseggianti, i grappoli cresciuti sulle grandi storiche viti di uva fragola arrampicate attorno alla casa, che si sono salvate in due dalla ristrutturazione, e solo una terza, quella dell’uva bianca, e` seccata, anche se i suoi getti hanno dato vita a un piccolo filare secondario piantato sul bordo del prato.

ma sono le noci adesso a cadere, quest’anno finalmente sane e pulite; mentre le more hanno finito il loro ciclo e ne restano solo alcune oramai secche, per la gioia effimera degli uccelli, visto che da oggi si e` aperta la caccia.

i meloni sono stati la vera sorpresa della stagione: piantati quasi a dispetto e in ritardo, sono maturati velocemente nel campo disordinato loro destinato, e si producono nelle variazioni del cantalupo, oppure a pelle liscia o reticolata, gialli carico oppure pallido o decisamente arancioni: sono quasi tutti troppo poco saporiti, e alcuni marciscono in loco prima che si riesca a raccoglierli, ma garantiranno il raccolto dell’anno prossimo; altri premiano a sorpresa l’improvvisato contadino con un profumo intensissimo e un gusto che stordisce quasi.

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solo la quinoa, nata a suo piacimento, visto che avevo trascurato di seminarla, per la fatica della trebbiatura a mano dell’anno scorso, tarda all’appello: e ha ancora foglie verdissime, con le grandi spighe ancora lontane dal pieno sviluppo, a volte violacee come il cielo del tramonto.

ecco, devo uscire a irrigare ancora, la giornata e` stata asciutta: cammino sul bordo di quello sparpagliato quadro dell’Arcimboldi che e` il mio campo e sento addormentarsi la valle ai miei piedi in un incredibile stato di serenita`.

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e non sembra proprio il lago d’Idro quello rappresentato presumibilmente da Antonio Rasio nell’Autunno della Pinacoteca di Brescia?

 

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viene da Verolanuova la tela, la terza delle Quattro stagioni e i conti Gambara ne pagarono nel 1592 appunto quattro sullo stesso tema per il loro palazzo di quel paese della Bassa, simili forse; ma gli eruditi hanno notato la presenza nei dipinti di frutti diffusi da Venezia nelle campagne di terraferma dopo la peste del 1630 e anche le cornici sono piu` tarde, per cui e` tramontata l’ipotesi che ne fosse autore proprio l’Arcimboldo, vissuto nel secolo precedente.

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ci sono striature nel cielo, e lontano il cupo di una nuvolaglia che avanza…

ma non sto parlando del quadro, sto parlando dello stesso cielo, che pero` vedo dalla mia finestra in questo momento.

fatemi guardare le previsioni, forse posso risparmiarmi la canna dell’acqua, ma non la passeggiata all’imbrunire, che sarebbe la mia quasi preghiera buddista nel respiro del vento.

no, se piovera` sara` soltanto domani pomeriggio: e allora vado ad abbeverare le carote, i cavoli, la lattuga, le verze, che si raccoglieranno piu` avanti, assieme alle zucche che crescono silenziose preparando il raccolto di Halloween.

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noi individualmente, nel ciclo della nostra vita, il momento del settembre a scavalco fra due stagioni lo abbiamo superato da un pezzo e viviamo un nostro novembre magico, godendoci la serenita` del rallentato respiro della macchina del corpo – che ancora funziona nel suo insieme, nonostante i cigolii sospetti o il logoramento interno che rimane invisibile.

non fosse per quella macchiolina che ritorna, per la terza volta, sulla punta del naso, e bisognera` bruciarla di nuovo: ma in fondo, mi dico che sono stato fortunato ad avere il mio tumorino maligno questa volta nel punto piu` visibile del corpo, che basta toglierlo di mezzo ogni volta che ritorna, ed e` cosi` gentile da avere scelto una malignita` stanziale, senza previsione di metastasi, e dunque quasi senza pericolo, se non fosse per questa maledetta ostinazione, del resto cosi` simile alla mia.

quella che settembre porta ad abbandoinare…

. . .

vado, meglio chiudere con questo post senza significato, che e` servito soltanto come preparazione interiore al rito dell’innaffio, sotto la montagna, contro il cielo che si annera sopra la valle.


4 risposte a "settembre, lasciarsi andare – 329"

    1. : -)

      manca il numero! scommetto che l’hai scritta adesso. 😉

      e poi che lettore strano questo autunno: noi non le strappiamo affatto le pagine dei libri che leggiamo…

      il tempo, devastatore
      tanto quanto e` creatore,
      dice d’essere lettore.

      ma i libri li legge come
      soltanto il bruco, che pagina
      dopo pagina consuma.

      da questo si comprende
      che il tempo analfabeta
      neppure da se stesso

      impara; e` solo stupido,
      e il sapere, lo cancella,
      il tempo, strisciando muto.

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