il tempo non ritrovato – 421

se sabato mi sono ritrovato invitato a una cena di classe di miei alunni di 45 anni fa, ieri ero al funerale laico del mio primo preside di quando diventai insegnante di ruolo, e lo ero di quegli stessi alunni: lui morto a 96 anni, col rimpianto dell’ultimo libro non finito di scrivere.

insomma sono stati giorni proustiani del tempo perduto, ma non più ritrovato.

. . .

perduto, il tempo della vita mi è apparso, davanti a quel viso consunto nella bara, perché la rarefazione del vissuto che lo riduce a filigrana non ha bisogno del break della fine fisica per diventare evidente.

lo dicono per primi i discorsi amici, in lode al defunto, che ha avuto vita piena e ha fatto belle cose, e gli tolgono il chiaroscuro degli errori inevitabili, delle miserie e degli scarti che accompagnano ogni nostra azione;

e dunque già il ricordo pubblico che si sforza di salvare il passato è il segno più evidente della sua stilizzazione, che è l’unica misera forma nella quale riusciamo a salvarne qualcosa.

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ma più ancora lo dice la foschia della memoria che si corrode, mentre mi aggiro fra visi che dovrebbero essermi noti e sono soltanto risonanze confuse. che la mente non riesce a riconoscere bene.

ci sono visi che sembrano salvarsi dal tempo, ma a prezzo del disfacimento mal mascherato di tutto il resto del corpo; altri che sopravvivono come se fossero incisi nel marmo del monumento a qualche indicibile disgrazia:

ecco qui Anna – che io confondo con un’altra, perché il suo viso si è troppo prosciugato -, il cui marito non tornò a casa una sera, e si era sparato su una panchina del parco del Castello per i troppo debiti fatti per l’amante (ma quest’ultimo dettaglio è probabilmente soltanto un pettegolezzo malevolo che ho ricevuto allora);

ecco Giuseppe ed Anna (un’altra) che hanno perso l’unico figlio per una crisi cardiaca mentre giocava una partita, anni fa, e ora dedicano la loro vita alla distribuzione di defibrillatori nelle scuole, per tenerne vivo il nome, Gianluca.

manca il viso di Iside, la candida, la dolcissima alunna, morta improvvisamente a 28 anni, ed ora che so come, sono ancora più turbato: al sesto mese di gravidanza, assieme al figlio che portava, per la rottura di un aneurisma addominale, che non sapeva di avere, e nessuno sforzo riuscì a salvarli.

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mi aggiro, mezzo fantasma anche io, e a volte malriconosciuto a mia volta, tra questo labirinto di coetanei, a volte giovanili, a volte cadenti.

mi suggerisco degli alibi per questa smemoratezza reciproca, come il mio distacco da questo mondo quindici anni fa, per andare in Germania, poi il ritorno ma in scuole diverse, e infine il mio trapianto in montagna del 2015, e in mezzo un giro del mondo di quasi cinque mesi: un avvicendamento in quattro micromondi diversi nel giro di tre lustri; basterà a spiegare questi vuoti di memoria?

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abbiamo vissuto in parallelo, ci siamo voluti bene, con alcuni, e odiati con altri, ma senza separare mai bene del tutto un sentimento dall’altro, almeno io; abbiamo mescolato passioni e risentimenti, ma ora il mondo non è più nostro, e mi accorgo di non sapere rispondere bene a chi mi chiede: ho saputo della tua scelta della montagna, come passi il tuo tempo?

cosa devo dire? che è lui che sta prendendo il sopravvento e ha preso in mano la mia vita?

che sembra già tanto stamattina vincere i dolori dell’artrosi cervicale che ieri erano insopportabili e dolorosi come quei ricordi e oggi invece sembrano attenuati?

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la bara chiara di Gino è sormontata da una foto sorridente, amici si avvicendano a raccontare:

una vecchia cugina la giovinezza dalmata,

un agitatore politico cinquantenne i suoi rapporti spesso conflittuali con lui quand’era preside,

qualcuno c’è ancora che lo ha avuto come insegnante di filosofia,

né manca l’onnipresente ex-sindaco ed ex-deputato PD a raccontarlo come collega consigliere sui banchi del Consiglio Comunale,

oppure chi lo ricorda come presidente, fino all’ultimo giorno, del Circolo dei Pensionati.

c’è chi si trascina, come Carlo, sulle gambe malferme, a rievocare le sue lotte per una scuola pubblica di qualità e gli innovativi progetti di sperimentazione

(che poi toccò a me salvare dall’ondata successiva di normalizzazione, quando presi il suo posto, a 41 anni, nel più grande e importante liceo della provincia: con successo, ma con adattamenti necessari, che da alcuni non mi vennero mai perdonati, e da lui per primo).

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infatti noi due abbiamo avuto un rapporto di stima, ma anche conflittuale: resto sempre convinto – opinione minoritaria – che persone che si stimano davvero devono anche scontrarsi su qualcosa e che dove non c’è il contrasto delle opinioni non c’è stima vera, ma ipocrisia.

tengo per me il ricordo degli errori suoi inevitabilmente connessi al fare – e metto pure Rifondazione Comunista fra questi -, ben consapevole che moltissimi ne hanno da rinfacciare a me forse di peggiori, e per la stessa ragione:

che soltanto chi non fa non sbaglia, e che chi fa, sbaglia sempre, o tanto o poco che sia.

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ma preferisco ricordare adesso che chi parla, per ricordarlo, si appoggia spesso amichevolmente alla bara di questa cerimonia funebre senza preti, come lui ha voluto.

solo a un tratto appare il cappellano di questa clinica dove Gino ha passato i suoi ultimi giorni di 96enne, cercando ancora di votare al referendum per l’acqua pubblica di domenica, e ha detto a Giovanni, quando non c’è riuscito: ehi, ma qui si muore.

e infatti….

. . .

la confidenza con la morte, che quanto più si avvicina tanto meno spaura, ed è il premio senza angoscia di chi ha ben vissuto.

spero abbia guardato bene noi amici riuniti nella memoria quel prete, per imparare qualcosa:

qui ieri abbiamo recitato i riti di una minoritaria religione laica dei senza dio e senza fantasie di futuro oltre la tomba, ma non senza speranza.

 

 

 


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