gli imperi del male, la conferenza di Katowice e il paradosso di Fermi – 463

un asse guidato da Usa, Russia, Australia, Arabia Saudita, e credo che occorre aggiungerci anche il Brasile…

stiamo parlando del piu` grande problema che l’umanita` si trova ad affrontare in questo secolo: il riscaldamento globale, e questi sono gli imperi del male che si battono contro la sopravvivenza della civilta` umana.

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si sta svolgendo a Katowice in Polonia la Conferenza Onu per concordare fra tutti i paesi del pianeta delle azioni comuni che diano sostanza al fragilissimo accordo di Parigi sul clima di tre anni fa, per fermare l’aumento delle temperature globali entro il limite di due gradi a fine secolo, che del resto appare oramai puramente imaginario.

i paesi citati all’inizio sono quelli che hanno formato un blocco per stoppare ogni decisione condivisa:

una alleanza fra produttori di petrolio, che non vogliono vedere nessuna diminuzione dei loro profitti, sui quali del resto vivono popoli interi, e governi populisti, che non intendono perdere consenso per imporre a popolazioni recalcitranti decisioni limitative dei consumi, in particolare delle energie fossili.

la conferenza corre dunque verso un prevedibile naufragio, che verra` ufficialmente dichiarato presumibilmente domani.

. . .

intanto Arcelormittal, il maggior produttore mondiale di acciaio, grande consumatore di carbone, che e` l’inquinatore principe e perfino peggiore del petrolio, organizza una propria conferenza a Parigi dove lancia una nuova, interessata ma interessante proposta, che riguarda l’Europa.

l’Europa oggi appare l’unica vera ridotta mondiale di una sia pur fragile lotta ecologica: entro il 2021 qui, in base ad una Direttiva dell’Unione,  le acciaierie dovranno ridurre del 43 per cento le proprie emissioni di gas serra, con un aggravio di costi del 30 per cento (e` la siderurgia l’industria che ne produce di più). 

quale sara` allora il futuro della siderurgia in Europa, visto che nel resto del mondo queste regole non verranno applicate, e dunque ci si trovera` a confrontarsi con la concorrenza di acciaio prodotto a ben piu` basso prezzo, in particolare con quello proveniente dagli Stati Uniti?

l’Europa già sta aumentando le proprie importazioni di acciaio al ritmo di 26 milioni di tonnellate l’anno, e ne importerà sempre di più, dato che quello cinese, canadese, brasiliano e perfino americano costa di meno.

. . .

la direttiva Ue, di fatto,  rischia non di cambiare “come” viene prodotto l’acciaio, ma solo “dove”;

e dunque di essere soltanto autolesionistica dal punto di vista economico e inefficace dal punto di vista ecologico,

anzi addirittura peggiorativa, perche` alle emissioni necessarie per produrre l’acciaio altrove alle solite condizioni si aggiungerebbero i costi energetici del suo trasporto in Europa.

ecco allora la proposta che viene dal piu` grande produttore europeo di acciaio citato sopra: dei dazi ; cosi` di moda oramai al momento attuale…

“dazi verdi” alle frontiere: dazi sull’acciaio che non viene prodotto secondo le regole ecologiche sulle emissioni che l’Unione Europea ha adottato al proprio interno.

non sembra una buona idea? dopotutto l’Europa rappresenta la principale area economica del pianeta e una sua decisione compatta e` in grado di esercitare una forte pressione ovunque perche` anche altrove i produttori si adeguino alla riduzione delle emissioni, se vogliono conservare quote di mercato da noi.

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no, non e` un’idea completamente buona come sembra, ha le sue controindicazioni.

non soltanto perche` per l’Unione Europea ci sono trattati internazionali (da ultimo quello col Giappone) che garantiscono una libera circolazione di merci, ma per un motivo ancora piu` stringente, che ovviamente i produttori di acciaio in Europa non hanno alcun interesse a evidenziare.

i dazi sull’acciaio, come del resto tutti i dazi in generale, consentono alla produzione locale di vendere i propri prodotti a prezzi piu` elevati, sottraendosi alla concorrenza; ma questo necessariamente produce un aumento dei costi di tutti i prodotti secondari derivati.

e` vero che i dazi possono difendere i posti di lavoro, ma in cambio producono un aumento dei prezzi e indeboliscono il potere d’acquisto reale dei salari.

quindi imporre dei dazi su prodotti che fanno nel mercato europeo una concorrenza in qualche modo sleale producendo con un minore rispetto degli standars ambientali e di sicurezza non e` una idea completamente sbagliata, ma si deve sapere ben chiaro che la tutela dell’ambiente costa e provoca un aumento dei prezzi e cioe` un impoverimento relativo: e non e detto che questo sia molto popolare.

. . .

con questa ultima osservazione arriviamo al cuore del problema ecologico: la difesa dall’effetto serra comporta comunque una riduzione degli standard di vita attuali.

non occorre scomodare la fumosa e infelice teoria della decrescita infelice, basta convincersi – e non e` affatto difficile – che proteggere l’ambiente ha un costo aggiuntivo e sottrae risorse ad altri tipi di consumo.

il che significa che non e` facile fare approvare questa scelta da comunita` oramai avvelenate psicologicamente da certi modelli di vita, ed e` molto piu` facile proseguire sulla strada di uno sviluppo suicida e drogato in tutti i sensi.

e` amaro dirlo, ma l’ecologia non e`, per sua natura, democratica.

si aggiunga che soltanto chi vive in ambienti naturali ha la percezione immediata e diretta, quotidiana, delle alterazioni spaventose in corso; per le grandi masse urbane, che hanno modi di vita oramai del tutto alienati dai ritmi naturali, l’alterazione climatica in corso, pur se comunque impressionante, si presenta in forme addirittura quasi gradevoli.

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insomma, forse il problema dell’alterazione del clima di origine umana e` irrisolvibile, forse abbiamo trovato la risposta al paradosso di Fermi sulle civilta` aliene.

quando il grande fisico si chiedeva: se l’universo pullula di civilta` intelligenti, dove sono finite tutte?, la risposta potrebbe essere (anche) che, se su un pianeta arriva a formarsi una civilta` intelligente, questa esige un tale dispendio energetico da consumare rapidamente le risorse ecologiche di quel pianeta e da autodistruggersi necessariamente quasi immediatamente.

la natura non ammetterebbe alternative tra una vita mediocre e inconsapevole entro un equilibrio ecologico dato e un dispendioso e autodistruttivo sussulto di consapevolezza tecnologica, destinato a durare pochi attimi in termini geologici prima di spegnersi.

. . .

ma questo dubbio pessimistico, probabilmente fondato, ci lascia soltanto davanti a due scelte possibili:

cercare comunque di evitare l’impatto con la catastrofe finale della civilta` umana e del pianeta Terra consapevole,

oppure ritirarsi cercando di vivere in pace per se` ​gli ultimi anni di benessere possibile e prolungarlo il piu` possibile per coloro che ci sopravviveranno.

non dovrebbero esserci dubbi su quale sia la scelta piu` giusta,

ma siccome la decisione non e` astratta, occorre valutare con attenzione se lo sforzo richiesto dalla prima non sia superiore alle possibilita`, vano e frustrante, e in ultima analisi autodistruttivo a sua volta:

in questo caso non rimane altra scelta lucida e amara se non la seconda:

cercare di sfangarsela nel migliore dei modi e pacificamente fino a che si puo`.

 


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