se Natale era Natale anche nel 1968 – 480

indubbiamente Natale e` un  giorno speciale e per questo ce lo ricordiamo meglio di altre giornate, anche a cinquant’anni di distanza, e soprattutto se per qualche motivo si stacca dalla solite routine.

ad esempio, del Natale 1967 mi ricordo bene che era luminosissimo e quasi primaverile: addirittura nel pomeriggio scoppio` un temporale con lampi e tuoni; ma non c’era ancora l’effetto serra, tutto sembrava soltanto una variazione occasionale del tempo che fa e la giornata trascorse tutto sommato senza preoccupazioni particolari, almeno per questo aspetto.

certo eravamo tutti tesi e depressi per un altro motivo: da luglio sapevamo che i dolori al braccio sinistro che tormentavano mio padre dalla primavera non erano una ripetizione dell’artrite reumatoide che a quarant’anni aveva colpito mia madre e che le era stata diagnosticata da poco, dopo un ricovero in ospedale; anche mio padre si era fatto i suoi dieci giorni di ospedale all’inizio dell’estate ed era tornato a casa con una diagnosi astrusa, almeno per lui: sindrome di Pancoast.

lui pero` era andato subito a cercare, una volta a casa, una sera sul dizionario enciclopedico Treccani, e aveva chiamato in disparte mia madre per dirle, mostrandole la pagina: hai visto che cos’ho? e lei non aveva risposto nulla.

caratterizzata da dolori a carico della spalla irradiati all’arto corrispondente per compressione del simpatico cervicale da parte di tumori dell’apice polmonare.

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ecco, lo vedete lassu` in cima a sinistra? anche le radiografie di mio padre erano cosi`.

. . .

questo cancro, oltre alla tosse con striature di sangue, provoca un tipico abbassamento della palpebra del lato interessato, un restringimento della pupilla e un infossamento dell’occhio; ma soprattutto provoca dei dolori atroci, insopportabili.

sembra che anche Marchionne, di recente, abbia avuto la stessa malattia: tipica dei grandi fumatori: non lo invidio proprio.

su mio padre, al momento di dirci la diagnosi e nel dirci che il tumore era inoperabile, il viceprimario di oncologia era stato drastico: il paziente ne avra` per tre mesi, ci disse; ci mettessimo dunque il cuore in pace e ci preparassimo al nuovo scenario con le scelte adeguate (ma non sapeva della massa enorme di debiti fatti da poco per mettere in piedi i capannoni per l’allevamento industriale di polli e vitelli).

e poco dopo quel medico apparentemente mite, ma saccente e arrogante, sarebbe venuto ad abitare proprio in una nuova villa costruita di fianco al nostro condominio sul Ronchettino, il nuovo quartiere elegante di Brescia, che si andava urbanizzando in quegli anni, come per tenerci viva l’eco delle sue profezie.

. . .

invece era giunto il Natale del 1967, erano passati gia` cinque mesi e mio padre era ancora tra noi, anche se stravolto dai dolori insopportabili, rimediabili soltanto con la morfina, allora, ma per qualche bella coincidenza non in quella santa giornata di festa: cosi` strana, beffardamente luminosa e attraversata da quel temporale.

in cui pranzammo, guardando la citta` stesa ai nostri piedi, e ci pareva un’immagine senza tempo:

e infatti ancora cosi` e`, appunto, nella mia testa.

eravamo convinti tutti che quello sarebbe stato il suo ultimo Natale, per questo ce lo stampavamo bene nella memoria; ma ci sbagliavamo.

. . .

il Natale dell’anno dopo, altrettanto indimenticabile, arrivo` alla fine di un anno di rivolta sociale e di tensioni:

ci pensate? il Natale del 1968, mezzo secolo esatto fa, e lo ricordo tuttora quasi minuto per minuto…

solo a novembre io mi ero trovato in piazza della Vittoria a parlare a un microfono buttatomi in mano da non so chi davanti a diecimila studenti in sciopero; le agitazioni nelle scuole si susseguivano dalla primavera in cui io avevo inziato le mie prime supplenze e in quell’inizio di anno scolastico; a gennaio vi era stata l’offensiva del Tet nel Vietnam, che aveva quasi travolto le forze militari americane di occupazione del Sud del paese, che si erano riprese le posizioni soltanto con difficolta`:

noi volevamo la fine della guerra, ma anche una nuova politica sociale, difendevamo la condizione operaia dalle incredibili condizioni di sfruttamento che erano state la chiave di volta del miracolo economico degli anni Cinquanta e che sembrava oramai esaurito; chiedevamo una nuova liberta` dal moralismo cattolico e una democrazia piu` avanzata:

stavamo cambiando il mondo in nome di una rivoluzione impossibile, e non sapevamo ne` l’una ne` l’altra cosa, intendo che il mondo si sarebbe servito di noi per cambiare, come noi non volevamo e senza nessuna mitologica rivoluzione.

. . .

per mio padre, fervente fascista fin da ragazzo, dovettero essere dei mesi orribili, con questo figlio che si era fatto crescere la barba e si definiva comunista, ma di un comunismo piu` autentico di quello del Partito, e magari perfino cinese:

ma non c’era neppure piu` tempo e modo di litigare, padre e figlio: tutto per lui si mescolava alla morfina sempre piu` massiccia nelle dosi e meno efficace nei risultati, che non riusciva piu` ad impedire le sue urla viscerali di dolore giorno e notte.

la sua sorprendente resistenza aveva indotto i medici da ultimo a provare una operazione di resezione dei nervi della sensibilita` del braccio, che da quel momento lui poteva muovere ancora, ma soltanto quasi come un corpo estraneo, senza sentirlo piu`.

non ci dissero che per farlo avevano anche segato via tre mezze vertebre,

ma l’effetto era stato nullo nelle prime settimane; soltanto da ultimo, proprio verso il Natale del 1968, quei dolori orribili erano scomparsi: mio padre adesso camminava incerto, quasi tremolante, appoggiandosi ai mobili, ma era uscito dal letto, e soprattutto non urlava piu`, non piangeva piu` come un bambino invocando la morte.

. . .

cosi` il 22 dicembre aveva voluto arrivare al soggiorno, davanti alla televisione: ecco lo spettacolo emozionante dell’Apollo 8, lanciato verso la Luna, per volarle attorno, con  tre cosmonauti a bordo.

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fu allora che per la prima volta fu fotografata e trasmessa a terra l’immagine famosa della la Terra vista dal cosmo: ma non la vedemmo certo, allora, ne` tantomeno a colori: la televisione era in bianco e nero.

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immerso nella grande poltrona giallastra a conchiglia del soggiorno, mio padre aveva seguito la cronaca dalla NASA, con la prima trasmissione fatta dal modulo nello spazio, a 31 ore dall’inizio della missione: era domenica.

ma gli astronauti non riuscirono a mettere a fuoco quel giorno, con disappunto, l’immagine della Terra vista dallo spazio: quindi mio padre non la vide mai.

ne` tanto meno nessuno di noi arrivo` a vedere la seconda trasmissione, il giorno dopo.

. . .

forse mio padre rimase deluso, o forse la malattia gli aveva fatto subentrare il bisogno di tornare a letto e ci aveva chiamato ad aiutarlo ad alzarsi, prima che finisse il collegamento con la NASA.

ma non ci riuscimmo: le gambe non lo reggevano piu`, non era piu` in grado di muoverle: era paralizzato dalla vita in giu`!

in quei pochi minuti, evidentemente, il tumore, penetrato nella colonna vertebrale aperta, aveva finito di recidere le sue terminazioni nervose e con la fine degli impulsi dolorosi gli aveva tolto anche la possibilita` di comandare alle sue gambe di muoversi.

disperati, mia madre ed io non potevamo alzarlo da soli dalla poltrona e c’era il rischio che ci scivolasse dalle mani, facendosi male: dovemmo chiamare un vicino ad aiutarci, per sollevarlo di peso e stenderlo sul letto.

poi arrivo` il medico a constatare la situazione, il povero e generoso dottor Acerboni che sarebbe morto di li` a poco, prima dei quarant’anni, per una malformazione cardiaca che aveva tenuto nascosta a tutti; e dispose per un ricovero l’indomani mattina presto: anche lo stimolo della minzione era venuto meno e io padre non urinava piu`, c’era il pericolo che la  vescica scoppiasse.

. . .

ecco dunque il lunedi` mattina del 23 dicembre con l’ambulanza venuta a prenderlo, gli infermieri che lo legano alla barella e cercano di sollevarlo di morale con qualche battuta, ma mio padre che si lascia trasportare e uscendo dalla porta di casa dice: Addio Collefiorito, non ti vedro` mai piu`.

noi ci contavamo ancora, invece; appena arrivato in ospedale, un catetere infilato attraverso il pene aveva raggiunta la vescica e l’aveva svuotata, i dolori erano scomparsi; e la vigilia di Natale il solito vice-primario ci aveva messo in guardia dalle piaghe di decubito, in vista del ritorno a casa, ma ci aveva rassicurato: Ne avra` ancora per sei mesi, disse.

. . .

cosi` quella mattina di Natale, il mercoledi`, verso le dieci, ero andato io solo a trovarlo in ospedale, mentre a casa mia madre preparava quel triste pranzo doveroso.

ma mio padre stava male, era molto depresso e poco propenso a parlare, respirava con difficolta` e aveva la febbre; e dopo avermi informato di tutto questo, mi aveva detto di andarmene pure a casa e si era girato verso la parete, come per confermarmi che non aveva altro da dirmi e ripetermi l’ordine di andare via: avevo chiamato le infermiere, mi dissero di andare pure, era tutto sotto controllo, comunque.

. . .

ero arrivato a casa con un peso sul cuore, nonostante tutto, e avevo avvisato mia madre (non c’erano i telefonini allora): le dissi che vedevo papa` molto male e che secondo me dovevamo tornare subito da lui; ma lei non dette peso alla cosa o forse aveva paura, comunque non mi ascolto`: il pranzo di Natale veniva prima e doveva svolgersi lo stesso.

non saprei dire oggi in che stato d’animo lo vissi, se non con quel senso di soffocamento e quello spirito di ribellione repressa che mi spingeva anche alla protesta sociale.

mia madre lascio` passare tutto il tempo che giudico` necessario, mentre io pensavo a mio padre in preda alla febbre che si era voltato contro il muro come un personaggio di Verga che sapeva di dover morire: temevo che lo scenario fosse lo stesso e smaniavo dalla voglia di correre da lui.

ma ci muovemmo da casa, mia madre, mia sorella ed io, che erano gia` le quattro e stava calando il tramonto: non era orario di visita parenti, ma ci fecero passare.

. . .

quando entramo nella cameretta e lo vedemmo sul letto, ci rendemmo conto che la situazione era precipitata.

era attaccato a una flebo, supino, con la testa rovesciata sul cuscino, la bocca spalancata rantolante per rubare l’aria, i capelli grigi madidi di sudore e scomposti, gli occhi chiusi in uno sforzo supremo.

li apri` per guardarci un attimo al rumore fatto entrando, e poi li rinchiuse subito come per disapprovare che potessimo vederlo in quelle condizioni.

non era piu` in grado di comunicare con noi in altro modo, la lotta per la respirazione assorbiva tutte le sue energie, ma non c’era palesemente piu` nessuna speranza: ci venne detto che era subentrata una polmonite (a volerla chiamare cosi`) e che stava semplicemente morendo.

. . .

non ricordo precisamente che cosa facevano mia madre e ia sorella; ho una vaga immagine di loro sedute compunte ai piedi del letto, ma forse e` una fantasia; io mi sedetti vicino a lui, invece e gli presi la mano.

era attraversata da piccole vibrazioni, da una specie di tremito, e mi stringeva con forza crescente: era come uno spasimo che entrava anche nelle mie fibre sconvolgendomi la mente; poi verso le cinque, ecco una stretta piu` forte, e poi l’abbandono: lo dico con le lacrime agli occhi tuttora: era stato il suo addio, mio padre mi aveva molto amato.

. . .

rimasi ancora per un poco con quella mano inerte nella mia, non vennero altri segni di vita che quel rantolo vicino via via sempre piu` soffocato.

capii che aveva perso conoscenza e non l’avrebbe riacquistata mai piu`: era morto, praticamente, anche se il suo corpo continuava il suo dovere stupido di cercare di respirare, per un impulso meccanico che non si era spento ancora.

mi alzai: era dunque tutto finito cosi`? mi muovevo nervoso ai piedi di quel letto di metallo dove il suo corpo non era ancora riuscito a raggiungere l’inerzia finale;

non restava che ascoltare quel rantolo che pian piano andava spegnendosi, che diventata un sibilo sempre piu` sottile, poi interrotto e ripreso, poi interrotto per sempre, mentre ogni colore spariva dal volto.

era le 21 e 35 del 25 dicembre 1968, o del giorno di Natale, se preferite dire cosi`.

aveva sessant’anni, io venti.

anni dopo, notai che alla stessa ora esatta nel 2005 mori` papa Wojtyla, ed era allora la vigilia di Pasqua.

. . .

ma ecco le infermiere che entrano, spogliano il corpo di mio padre, lo intravedo un attimo nudo mentre lo lavano con degli asciugamani umidi, poi gli legano una benda attorno alla testa e gliela annodano sotto il mento per chiudergli la bocca: servira` fino a domani mattina, quando la rigidita` cadaverica subentrata la rendera` superflua e mio padre restera` nelle braccia di una dignitosa putrefazione senza eccessi scenografici, tipica di una morte invernale.

e` gia` notte, adesso: i riti della preparazione del cadavere sono conclusi, ora lo trasportano alla camera mortuaria, bisogna andare a casa a prendere l’abito con cui seppellirlo, arriveranno le pompe funebri, si scegliera` la tomba al cimitero di san Bartolomeo, occorrera` aspettare il 27 per la sepoltura, in un rito semideserto, e mia madre che abbandona la tomba appena infilata la cassa, senza neppure un attimo di concentrazione nel pensiero dell’addio.

. . .

25 dicembre 1968: il giorno di Natale che persi mio padre e diventai capofamiglia al suo posto:

se volete, in questo senso, ma in queso senso soltanto, fu davvero un giorno Natale per me, ma per la nascita di una vita che non avrei voluto.

e per lui? c’e` qualcuno che crede fra chi mi ha letto in questo racconto terribilmente inopportuno per l’occasiona natalizia delle convenzioni sociali?

qualcuno pensa che quello fu davvero il giorno della nascita di mio padre alla vita eterna?

e poi qualcuno si meraviglia se sono diventato ateo (ma gia` prima) e non festeggio il Natale.

 

 

 


5 risposte a "se Natale era Natale anche nel 1968 – 480"

  1. Storia commovente, mi ha colpito molto, per diversi motivi… il principale è quell’ultima parola detta quasi per scherzo, il capofamiglia… che ora e’ solo una espressione burocratica, ma allora era sostanza… e forse il ’68 fu anche contro un certo modo di intendere “quel” capofamiglia. Poi ho ripensato a mio padre, rimasto orfano a 16 anni per conseguenza della guerra, e diventato anche lui suo malgrado capofamiglia… con un senso del dovere e del sacrificio che non l’ha mai abbandonato. Sulla fede non sono abbastanza attrezzato… Spero di si e temo di no. Nel dubbio faccio come se. Se poi non ci sarà più niente, pazienza, spero nel frattempo di non aver fatto troppi danni. Se invece c’è, spero che i dubbi mi vengano perdonati…

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    1. ognuno cerca, e dunque anche trova, in quel che legge quel che “gli serve”, che puo` entrare nel suo personale percorso di vita, e` naturale.

      diventare capifamiglia cosi` giovani – tu suggerisci – sviluppa senso del dovere e del sacrificio; e` vero, e comunque, nella mia generazione, come in quella di tuo padre, che poi forse non e` neppure troppo lontana dalla mia, eravamo ben allenati.

      dev’essere anche per questo che ora che i figli sono grandi e non posso piu` considerarmi capo di nessuna famiglia, altro che di me stesso, e` subentrata una certa estraneita`, per non dire un vero e proprio rifiuto, di quel senso della responsabilita` che mi sono portato avanti per sette lunghi decenni, e oggi sono quell’adolescente libero e poco responsabile che non sono mai stato prima.

      ci sarebbe altro da dire sul tuo rapporto con la fede, che tu descrivi con uno “spero di si` e temo di no” e per quanto mi riguarda descriverei con un “temerei di si, se non fossi sicuro di no”… 😉 – ma non disturbiamo troppo il clima ancora natalizio.

      grazie del commento e auguri. 🙂

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  2. Ho messo mi piace, perché altri strumenti WordPress non me li offre. Ma ti assicuro, bortocal, che mi sono commosso, e non è una cosa che mi capita spesso. Anche perché, poco più giovane di te, ho vissuto un’esperienza simile, nella notte di pasqua, con un nonno burbero chr negli ultimi mesi avevo imparato ad amare. E come te odiai, odio ancora (anche se so che avevano ragione) quelle persone che, oggi, sono i miei colleghi.

    Dio santo, quante ne sono accadute su quella microscopica, insignificante biglia azzurra che in quei giorni fu fotografata per la prima volta, e che è l’unica cosa che davvero abbiamo.

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    1. ho scritto questo post ad occhi asciutti, ma non sono passato indenne alla rilettura per la correzione, che – come sempre, per sfizio, faccio soltanto al primo commento che ricevo, perche` solo allora sono sicuro che ne valga la pena.

      bella la frase finale, ma non abbiamo neppure – come veramente nostro, intendo – neppure il nostro pianeta azzurro: lo ricorda Piavoli con una citazione del poeta latino Lucrezio all’inizio del suo bellissimo film omonimo: non ci e` stato regalato, lo abbiamo soltanto in prestito.

      e dovremmo lasciarlo in prestito a nostra volta a chi prendera` il nostro posto.

      grazie, Gaber.

      Piace a 1 persona

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