il vecchietto del West e i motivi di un silenzio che avanza – 79

cominciate ascoltandovi questa canzone, spiegherò meglio perché.

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qualcuno, sia qui, sia nella vita reale, mi ha chiesto i motivi di questo mio silenzio blog, abbastanza lungo; chi ha domandato se mi ero rimesso in viaggio, qualcuno si è perfino preoccupato, talmente ho abituato la cerchia dei miei amici a questo appuntamento quasi sempre quotidiano.

come spesso succede nelle vite un poco speciali (e per ciascuno di noi la nostra lo è), nella mia qui si sono confuse tra loro motivazioni diverse in una tipica costellazione che chiamiamo a volte coincidenze, o serendipity, se vogliamo darci un tono saputo, a volte destino:

il blackout contemporaneo di tutti gli strumenti informatici di casa, salvo il cellulare, su cui mi rifiuto di scrivere, e una storia di acquisto sostitutivo alquanto complessa, col guasto immediato anche del netbook appena preso, ma soprattutto una crisi di motivazioni, dato che – per come sono fatto – piccole inceppature di questo genere non potrebbero fermarmi.

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questa crisi di motivazioni ha cause sia interne a me stesso, per il riflesso di quanto mi sta accadendo intorno, sia interne allo strumento blog, e forse perfino alla scrittura: cosa che sarebbe davvero grave.

sono cause che perdurano ancora, quindi aspettatevi nuovi silenzi possibili.

fra tutte, esplicito questa: la paura di essere diventato vecchio senza accorgermene, paura che del resto dovrebbe risultare ben documentata e fondata dal punto di vista anagrafico, e di essere finito in quella che a me viene di chiamare la sindrome del vecchietto del West.

image079

ecco, vedete? questa immagine stessa è così datata! chi potrebbe ricordarsi, nelle generazioni più recenti del vecchietto collerico e bizzoso dei vecchi western in bianco e nero? brontolava nel saloon contro il mondo intero, facendo sorridere tutti i presenti, e anche il pubblico in sala.

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c’è un tempo soggettivo per tutte le cose, ci dice la riflessione interiore:

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Qoèlet, 1

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il Qoèlet è un libro bellissimo e straordinario, misteriosamente entrato a far parte della Bibbia ebraica, e dunque anche cristiana, anche se basta da solo a demolire il senso di tutti gli altri libri del canone.

lascio la parola a Voltaire:

Chi parla, in quest’opera, è un uomo disingannato dalle illusioni di grandezza, stanco dei piaceri e disgustato della scienza. È un filosofo epicureo, che ripete ad ogni pagina che il giusto e l’empio sono soggetti agli stessi accidenti; che l’uomo non ha niente in più della bestia; che sarebbe meglio non esser nati, che non c’è un’altra vita, e che non c’è niente di buono né di ragionevole se non il godere in pace il frutto delle proprie fatiche assieme alla donna amata. L’intera opera è di un materialista a un tempo sensuale e disgustato. […] Quel che sbalordisce è che quest’opera empia sia stata consacrata fra i libri canonici. Se si dovesse stabilire oggi il canone della Bibbia, non ci si includerebbe certo l’Ecclesiaste.

in realtà questo inserimento si comprende meglio alla luce dell’evoluzione della cultura ebraica dopo il rientro in Palestina dall’esilio a Babilonia della sua classe dirigente, e questo modo di vedere la vita corrisponde all’affermazione della corrente dei sadducei come egemone: rappresentavano coloro che intendevano aprire l’ebraismo alla cultura ellenistica e che più tardi accettarono il dominio romano, opponendosi ai vari movimenti del messianismo teocratico da cui nacque anche il cristianesimo.

questo spiega anche l’effettiva vicinanza al pensiero laico greco, in particolare con lo scetticismo e col movimento cinico, e l’aperto materialismo, che rifiuta la fede nell’immortalità dell’anima e l’idea di una ricompensa dopo la morte.

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Qohèlet, noto come l’Ecclesiaste, deriva dal participio presente femminile del verbo qahal, che significa “radunare in assemblea”.

Letteralmente dovremmo tradurre Qohèlet con l’animante, nel senso di colei che anima il discorso, l’animatrice.

io la intenderei e la tradurrei come Invito alla discussione.

Qoèlet, 3:

15 Ciò che è storto non si può raddrizzare
e quel che manca non si può contare. […]

18 Molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.

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grande importanza ha avuto il Qoèlet nella nostra storia culturale:

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, 1, 12-14

ed ecco una straordinaria esecuzione nel 2012 di una canzone ispirata all’inizio del terzo capitolo del Qoèlet, da parte dell’allora novantatreenne Pete Seeger: Turn turn turn, composta negli anni Cinquanta (giusto per restare in qualche modo in argomento):

ma a queste parole si sono ispirati anche autori di musica classica.

ecco Schumann, che vi dedica il primo dei 5 Pezzi in Stile Popolare op. 102 per violoncello e pianoforte, Vanitas vanitatum, precisando che va eseguito Mit Humor, con umorismo.

e non fu da meno Brahms,  che fu suo giovane amico e innamorato di sua moglie, a cui rimase legato tutta la vita, dopo l’impazzimento e la morte di Schumann, e che l’anno prima di morire compose questi Vier ernste Gesaenge (Quattro canti seri) op. 121 – anche troppo seri.

ma è Brahms.

ma si aggiunge anche Branduardi, che vi ho invitato ad ascoltare all’inizio.

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ed ecco anche il vostro umile blogger, che ha saccheggiato una voce di wikipedia, scritta peraltro malissimo, per darvi un ulteriore esempio del suo modo di scrivere un poco pedante e antiquato.

è questo mio giudizio autocritico che agisce come un freno e mi distoglie via via dal continuare qui…   

 


7 risposte a "il vecchietto del West e i motivi di un silenzio che avanza – 79"

  1. Sono tra quelli che si sono preoccupati… e tra coloro che hanno amato alla follia il Qoelet. Amo pure Branduardi e, insomma, se devi prenderti qualche altra settimana per scrivere un altro post così, fai pure. Basta che c’avverti.

    P.S.: non scrivo col telefono nemmeno io.

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    1. rimprovero meritato: due righe per dire “torno appena possibile” potevo provare a scriverle. in fondo sarebbe bastato che mi fossi ricordato la password per accedere al sito – cosa praticamente impossibile, visto che sono diversi blog e altrettante caselle mail, che sono costretto a cambiarle con una certa frequenza, e sono salvate sui netbook andati in malora; ora le segnerò anche altrove, mi serva di lezione.

      potevo scriverlo in un commento, allora. ma sarebbe servito a qualcosa?

      e tutto questo a promemoria che il Qoelet non riguarda soltanto gli esseri umani, ma anche i blog… 😉

      grazie dell’apprezzamento, ovviamente; e anche della preoccupazione…

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  2. Bello il tuo post, compresi i brani musicali che conoscevo solo in parte. Spesso, rileggendo Hikmet, mi colpisce la sua mancanza di paura verso il tempo che scorre, anche se ha trascorso molti anni in prigione. Cosi, senza insegnare niente a nessuno, ti mando una delle sue poesie, profonde come la vita, ma anche leggere. ….(Però quel vecchietto è un po pestifero… meglio disarmarlo 🙂 ciao! )

    ALLA VITA  di Nazim Hikmet

    La vita non è uno scherzo.
    Prendila sul serio
    come fa lo scoiattolo, ad esempio,
    senza aspettarti nulla
    dal di fuori o nell’aldilà.
    Non avrai altro da fare che vivere.

    La vita non è uno scherzo
    prendila sul serio
    ma sul serio a tal punto
    che messo contro un muro, le mani legate,
    o dentro un laboratorio
    col camice bianco e grandi occhiali,
    tu muoia affinchè vivano gli uomini
    gli uomini di cui tu non conosci la faccia,
    e morrai sapendo
    che nulla è più bello, più vero della vita.

    Prendila sul serio
    ma sul serio a tal punto
    che a settant’anni, pianterai degli ulivi
    non perchè restino ai tuoi figli
    ma perchè non crederai alla morte
    pur temendola,
    e la vita peserà di più sulla bilancia.
                                                                    N.Hikmet

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    1. bellissima poesia, ho appena compiuto appunto settant’anni e sto piantando appunto mandorli, castagni, peri, albicocchi, peschi, anche olivi, vorrei…

      quel vecchietto pestifero è appunto a chi non si vorrebbe somigliare.. 🙂

      grazie del bel commento.

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