il PD e il cavallo morto: il partito senza popolo e il popolo democratico senza partito – 105

Stavamo frustando un cavallo morto.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Paul Remark (nome che lui cambiò come scrittore in Erich Maria Remarque, tornando alla forma originaria del cognome di famiglia).

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Quando scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la migliore cosa da fare è scendere.

proverbio dakota

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in Italia c’è un cavallo morto, che si chiama Partito Democratico; anzi a guardare meglio è un mulo sterile, nato dal matrimonio tra un clericalismo cattolico socialmente attento, sopravvissuto all’implosione della Democrazia Cristiana, e una sinistra post-comunista che si vergognava del suo passato di lotte per il lavoro.

occorrerebbe applicare il proverbio dakota.

. . .

le alternative sono:

comperare una frusta più forte.

creare un gruppo di lavoro per studiare il cavallo, e invitare i giornalisti democratici per primi a farlo, preferibilmente su Repubblica.

aspettare che il gruppo di studio riclassifichi il cavallo morto come “diversamente vivo”. 

aspettare che il gruppo di studio abbassi lo standard minimo di funzionamento dei cavalli, in modo tale da potervi far rientrare anche i cavalli morti.

dichiarare che il cavallo morto, siccome consuma di meno, presenta minori costi di gestione e pertanto è più funzionale che i cavalli vivi.

cambiare il cavaliere, e magari fare anche delle primarie per scegliere quello nuovo.

verificare se un cavaliere più leggero potrebbe aumentarne le performance. del cavallo.

. . .

il popolo democratico in Italia è ancora vivo e vegeto, a differenza del suo cavallo: lo si è visto ieri a Milano.

è un popolo frammentato e plurale, ma questa è la sua forza, non la sua debolezza.

questo popolo deve liberarsi del cavallo morto, ma forse di ogni tipo di cavallo: è forse giunto il momento che prenda in leasing un’auto elettrica…

. . .

in tutto il  mondo i partiti democratici ridefiniscono i propri obiettivi: lotta per l’ambiente, contro le diseguaglianze e i razzismi, per la democrazia.

anche in Italia il popolo democratico lo sta faticosamente facendo, ma da solo.

quello che dovrebbe essere il suo partito no, è altrove: neppure discute delle cose da fare: ben poco sa di sostegno alla povertà, salario minimo, lotte per salvare l’ambiente e la natura, rifiuto di ogni discriminazione etnica, sociale, sessuale, fra gli esseri umani.

Renzi, Martina, Giachetti, Calenda, Zingaretti; sono piccoli e deprimenti burocrati che si parlano addosso, interessati soltanto al loro potere che si scioglie e a non mollare il cavallo che hanno fatto morire.

e ogni tanto buttano fuori qualche parodia di parolina di sinistra per non perdere i clienti.

. . .

prima o poi qualche veterinario certificherà la morte del cavallo?

Contadino-con-cavallo-caduto-Giovanni-Fattori-2

Contadino con cavallo caduto, Giovanni-Fattori


12 risposte a "il PD e il cavallo morto: il partito senza popolo e il popolo democratico senza partito – 105"

  1. L’altro giorno ho letto del patrocinio della Presidenza del Consiglio ad un convegno di Forza Nuova e Alba Dorata. La cosa, superando il pessimismo della ragione, mi ha convinto a a) partecipare alla manifestazione di ieri – piena di gente, associazioni, giovani che aspettano solo di essere organizzati e condividere le lotte sugli obiettivi che indica i b) vincere la sensazione di sottopormi volontariamente all’ennesima presa per il c… andando a votare, sfruttando le regole delle primarie che per me sono una boiata veltronian-parisiana, per il fratello di Montalbano. Ho fatto la parte del Catarella, insomma… Buona domenica!

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    1. hai certamente fatto bene per la lettera a).

      quanto a b), credo sia stato piuttosto un errore per i motivi che ho spiegato nel post, ma chi può dirlo? ammetto il dubbio.

      però sono stato tra i fondatori nel 2007 del Partito Democratico a Stuttgart nel 2007; ne sono uscito di corsa dopo la prima assemblea nella quale mi trovai davanti i peggiori malversatori e truffatori dello stato contro i quali stavo combattendo la mia solitaria battaglia da Don Chisciotte dall’ufficio del consolato che dirigevo.

      io a questo partito, dei De Luca e dei Renzi, non posso più credere.

      anche se ho votato Gori alle Regionali, non avrei votato Sala sindaco di Milano, anche se alla prova dei fatti sta andando meglio di quanto prevedessi: chissà quale delle due volte ho sbagliato…

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      1. Eh lo so, sono scettico anch’io, se non altro Zingaretti non è spocchioso come Renzi… è che in qualche modo dall’altra parte bisogna arginarli, perché ogni giorno che passa si dimostrano sempre di più per quello che sono… su Sala confesso: anch’io non ero contento ma adesso l’ho rivalutato, quando c’era da prendere posizione l’ha presa, e secondo me sta facendo bene. Alle regionali non me la sono sentita di votare Gori, certo sarebbe stato meglio lui di Fontana sicuramente… la vera rivoluzione in Lombardia sarebbe togliere di mano la regione ai lego-ciellini…

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        1. bella questa verifica incrociata, e perdipiù nella stessa regione, quindi molto ravvicinata.

          arginare va bene, e qualche volta bisogna anche ingoiare qualche boccone amaro per farlo, ma non si possono ingoiare sempre tutti i bocconi proprio, e a volte occorre anche porsi il problema di arginare nel modo giusto.

          su Sala vedo che abbiamo dato valutazioni simili, su Gori invece no: secondo me arginare lì era proprio prioritario, e a Bergamo Gori ha fatto forse anche meglio che Sala a Milano. la tua valutazione negativa da dove veniva, allora? giusto per capire meglio, ovviamente…

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          1. Una valutazione superficiale perché ammetto di non essermi sbattuto troppo per conoscerlo: Il suo background in Mediaset, la troppa vicinanza a Renzi e anche la presa di posizione a favore del referendum sull’autonomia regionale. Sarebbe forse stato il minore dei mali, ma di minori dei mali mi sono un po’ rotto le scatole…

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            1. anche io, soprattutto da quando il male minore è così poco diverso dal male maggiore; ma Zingaretti allora?

              con la differenza che con Gori si era davvero vicini a strappare la regione a Lega + CL (l’unico motivo valido per accettare il male minore, semmai), mentre con Zingaretti viviamo sempre nel regno delle nuvole del partito a vocazione maggioritaria che o gli dai la maggioranza o ciccia, anche se il sistema elettorale è proporzionale.

              comunque siamo sempre nel campo delle opinioni (sconsolate).

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              1. Se Zingaretti darà retta a chi lo ha votato dovrà prima di tutto dire: mai con la destra di Salvini e dei suoi alleati. Ha cominciato dal Tav quasi a dire “mai con i 5S” ma se si è in tre con qualcuno bisognerà pur mettersi… se poi si perde per strada Giachetti, pazienza.

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                1. direi che dal contratto di governo Lega-5Stelle si dovrebbe avere almeno capito che non ha nessun senso dire prima con chi ci si vuole alleare o non alleare; è l’errore fatto l’anno scorso.

                  occorre invece partire dal programma e da alcuni punti non negoziabili: chi ci sta sui punti non negoziabili va bene, fosse pure il diavolo (cioè in pura teoria) Salvini.

                  per esempio: il global compact non è negoziabile, l’Europa non è negoziabile, il SALARIO di cittadinanza non è negoziabile; chi ci sta? se qualcuno ci sta, si tratta sul resto. esplicitando il tutto all’opinione pubblica e ai propri elettori.

                  altrimenti siamo ancora a Renzi e stiamo in platea a mangiare i popcorn in attesa della mitica maggioranza assoluta da soli: che sarebbe poi il ritorno al PCI degli anni Cinquanta, all’opposizione per vocazione, visto che questa maggioranza non ci sarà mai.

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                  1. Indubbiamente ci vogliono dei punti fermi, che non diventino però devono essere ideali, no lo stucchevole Tav/no Tav. Sinceramente a me che il Tav lo facciano va bene, che non lo facciano va bene lo stesso: ci sono mille ragioni per farlo e mille per non farlo, e non mi si venga a dire che è di sinistra chi tiene per il Tav o viceversa, è un tunnel punto e basta, che forse servirà e forse no. Dunque, come prima mossa andare da Chiamparino non è che mi sia piaciuta troppo… poi… la politica è (anche) negoziare il negoziabile e portare a casa il più possibile: l’errore con la Lega è già stato fatto ai tempi di Bossi ed a portato a partorire l’obbrobrio simil-federalista delle Regioni-satrapie: con Salvini nemmeno un caffè, per favore…

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                    1. se il Partito Democratico non la pianta di discutere del noiosissimo politichese delle alleanze e degli schieramenti e non ritrova i suoi contenuti, nessuna rifondazione può riuscire.

                      a me la mossa di andare da Chiamparino, invece, è piaciuta moltissimo, dato che il legittimo e controverso dibattito sulla TAV è finito nel momento in cui si sono firmati gli impegni internazionali a farla. ma purtroppo è stata l’unica cosa che ho trovato positiva nella prima giornata di Zingaretti.

                      l’obbrobrio della riforma regionalista della Costituzione fu partorito da D’Alema, che fece passare la riforma della Costituzione con 4 voti di maggioranza: un regalo alla Lega del tutto gratuito, dato che stava all’opposizione.

                      ma i veri fessi siamo stati noi, che l’abbiamo confermato al successivo referendum costituzionale: ma sono questi gli errori che ti aprono gli occhi.

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