piantare alberi- 117

una strana coerenza si sta impadronendo di me: come un nuovo Voltaire alla fine della sua esistenza, mi sta passando la voglia di predicare sul blog che occuparsi del proprio giardino è la conclusione coerente di una vita da filosofo; e piuttosto pianto semplicemente alberi.

. . .

è un gesto che risveglia in me la mia infanzia: ho imparato la bellezza di farlo, da bambino, alla scuola, dai maestri: c’era la Festa degli Alberi, a quei tempi (ma mi dicono che qui tra i monti si usa ancora); si piantava un albero nel giardino della scuola elementare, in fondo, vicino al muro.

e io rifacevo più avanti quel gesto che mi era sembrato così pieno di significato, piantando un platano a casa nel frammento di orto che era a disposizione di ogni famiglia nella grande casa degli ufficiali degli alpini.

sono tornato a cercarlo negli anni quell’albero, che avevo visto crescere i suoi primi rami quasi adulti, prima di lasciare, anche io adolescente, la conca della mia Merano, sotto le alte punte del Tschigatt e della Cima Cervina, e lo avevo visto già diventato alberello, prima di scoprire l’ultima volta, che era sparito nella completa distruzione di quel casone un po’ tetro, sostituito da condominietti un poco fighetti, più adatti alle nuove gerarchie militari, che mi sarebbero rimasti estranei come un gesto nemico.

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prima, a febbraio, approfittando del clima decisamente già un po’ troppo caldo, e aiutato da Silvano, il commentatore poeta di questo blog, c’erano già stati gli innesti.

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innestare o piantare alberi è un gesto altrettanto contraddittorio come scrivere per dire che scrivere non serve: esprime la speranza che la catastrofe risparmi almeno loro.

vi è la stessa vitale incoerenza nel propagare la vita sentendo quanto è precaria, ma è proprio per questo che ha bisogno della nostra speranza.

piantare alberi significa scommettere che ci sarà un futuro che neppure loro potranno vedere, perché sono alberi, ma potranno almeno sentire con le loro fibre sensibili, che sono radici che cammineranno sotto terra, vero sistema nervoso del loro sistema vivente, e fronde, che immagino verdi e ondeggianti nel vento, a succhiare un’aria ancora respirabile.

e forse tanto più respirabili per loro, siccità prevedibile a parte, quanto meno vitale per noi, perché densa di anidride carbonica.

ma questo gesto di semplice e disarmata, irragionevole e puerile speranza, piantare alberi, è anche una forma di ribellione minima che allontana la catastrofe d’un battito d’ali della farfalla di Borges.

com’è simbolico tutto questo: sperare, la speranza fragile e inconsistente, è già un modo piccolo di ribellarsi, e questo semplice gesto allontana il male di un niente senza nessun potere.

. . .

i miei nuovi alberi sono da frutta: due peschi, due alberi di albicocche, un pero soltanto (perché altri ne esistono già nel campo, e spero solo si riprendano grazie a potature, innesti e lotta all’edera), due castagni che immagino possano diventare secolari, nodosi, contorti, come quelli che riempiono da ottobre la strada in salita che porta al paese di sopra.

non sono sicuro di raccoglierne i frutti: il fico piantato tre anni fa, anche se sopravvissuto ad un grave errore di impianto, il concime in fondo alla buca alla base delle radici, cresce lento, anche se risulta già promettente di gemme, e per ora non ha ancora raggiunto la sua vegetale pubertà e si accontenta di guardarsi attorno curioso dal ciglio della costa in cima al quale l’ho collocato: i due alberi di cachi si sono seccati forse perché troppo esposti anche loro, a sovrastare la strada che scende verso il fondo della valle e si apre sulla Conca d’Oro: una gelata tardiva; ma si sono poi ripresi dalla base e ora il loro fragile nuovo getto del fusto attende un trapianto di marze, cioè un innesto: ma occorrerà vedere gli effetti di questo trauma che ha ferito quasi a morte la loro infanzia.

. . .

non è semplice piantare alberi e mi si potrà perdonare se ho trascurato per due giorni lo scrivere qui inutili cose nuove, per farlo (anche se ho l’impressione che piuttosto ci si debba scusare non tanto se si scrive, ma se si pretende quasi che qualcuno legga quel che si scrive).

occorre raccogliere informazioni, prima di piantare, per darsi qualche conoscenza di base, e non pensate subito ad internet: in questo campo vale di più l’esperienza locale della gente del posto, oppure di qualche amico che ha già fatto l’esperienza prima di me.

poi programmare il tipo e la collocazione delle piante: ancora troppo casuale, temo, e poco legata alle diverse personalità vegetali: che tipo di ombra o di sole richiede l’albicocco? e tentare anche col pesco, che tutti dicono molto difficile e ne sconsigliano l’impianto, perché pare che il clima locale ne renda molto arrischiata la sopravvivenza? eppure quei fiori rosa che vedo, passato il paese, nella grande curva che scende, non sono forse chiaramente di un alberello di pesco?

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ho dimenticato il mandorlo, mi accorgo, quest’anno: e vorrei ricreare quello che si vedeva, quasi addosso alla casa, nella mia nuova che era in collina a Brescia; e morì perché i condomini impazienti sentivano il fastidio dei suoi rami troppo prossimi, ma del resto si stava esaurendo per l’errore da me compiuto di innestargli quasi ai piedi un nespolo giapponese, vigoroso come un samurai, che cresceva impetuoso e cominciò a fargli ombra,

devo dunque un risarcimento al mondo dei mandorli e al mio sogno di tornare a vedere dalla finestra i loro fiori bianchi, che sono i primi a sbocciare, a primavera (se si trascurano le infiorescenze opache e pendule del nocciolo o i fiori giallastri, ma discreti, del corniolo).

sarà per l’anno prossimo, assieme agli ulivi, che il riscaldamento globale vede affacciarsi anche qui.

. . .

si devono, dopo, preparare le buche, grazie al vicino che mette a disposizione una ruspetta veloce (a mano sarebbe una fatica disumana e per me insuperabile): a me è restato l’onere di colmarle con la terra di riporto, a badilate e rastrello, una volta collocate le piante e i pali di supporto, che le aiuteranno a reggere al vento nei loro primi passi.

passi, ho detto? sì anche le piante e si spostano: noi non lo sappiamo vedere perché loro lo fanno per tempi molto più lunghi dei nostri e soprattutto camminano come specie e non per individui come noi del regno animale.

ma prima, ovviamente, si deve scendere al vivaio, scegliere le giovani piante, contando sul fatto che siano già un poco ambientate all’aria locale, anzi sperando che, togliendole dalla troppo vicinanza nel fondovalle all’inquinamento delle ferriere, concepiscano come una piacevole villeggiatura salutare il trapianto qualche centinaio di metri più in alto e lontano da quei fumi, anche se in una temperatura un poco più bassa: ma di questi tempi in cui si comincia a patire il caldo già a fine febbraio, non dovrebbe essere un sollievo anche per loro, piuttosto?

e poi solo un mese fa non era possibile averle ancora, perché il terreno in cui stavano erano ancora congelato, prova vivente che in montagna le pendici sono spesso più calde del fondovalle, se orientate verso il sole.

.  .  .

comprare, caricare sull’auto quasi troppo piccola, trasportare, piantare, ricoprire le radici di terra e bagnare: acqua, acqua, acqua, ha raccomandato il vivaista, il marito della Mara: e per ora l’acqua c’è.

ma in futuro l’acqua sarà una guerra averla, lo sappiamo; qui arriverà, di risorgiva, fino a che durerà un po’ di ghiaccio sull’Adamello.

facciamo conto di essere tra gli ultimi a restarne senza; poi speriamo anche che non arrivino altre furie di vento autunnale a sradicare tutto come l’ottobre scorso.


19 risposte a "piantare alberi- 117"

  1. L’altro giorno, in un parossismo di ottimismo come quando si compera un biglietto della lotteria, ho seminato delle ghiande di quercia in una ciotola. La tengo in ufficio e la bagno ogni giorno,

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  2. com’è simbolico tutto questo: sperare, la speranza fragile e inconsistente, è già un modo piccolo di ribellarsi, e questo semplice gesto allontana il male di un niente senza nessun potere.

    profonda emozionante Poesia.

    sheraBuonViaggio🌱🌻🥀

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  3. 1501
    MELE E NOCI

    Sarai solo al tuo andare per monti,
    non ti aiuterò a raccogliere
    pietre adatte a riparare il muro a secco.

    Raccoglierai però
    mele e noci dagli alberi che ho piantato.
    Anche i tuoi figli ne mangeranno.

    1494
    L’ALBERO DENTRO

    L’albero cresciuto dentro la mia mente

    con le radici assorbe il sudore delle fatiche,
    con la linfa nutre i desideri,
    con il tronco regge la gravità dei cieli,

    con la corteccia difende dal gelo delle notti,
    con i rami colma il vuoto dei tempi,
    con le foglie cattura la luce dei giorni,

    con i fiori ospita le farfalle dei sogni,
    con le fronde imbriglia il soffio degli anni,
    con la cima paventa l’infinito delle stelle.

    Il suo seme è la speranza.

    1500
    IRRAGIUNGIBILE

    La parola
    non può,
    non è strumento
    per tradurre l’accadere.

    Non sa dipingere la sfumatura di un colore,
    né descrivere il crescere muto dell’erba,
    Mai sarà in grado di raccontare il turbinare imprevedibile della neve
    né l’emozione di un bimbo.

    L’esistente è oceano
    infinito e sfuggente,
    troppo povere le parole che il suono trasporta,
    approssimate quelle impresse nel foglio bianco dei pensieri.

    Limitata la mente,
    vaga la parola,
    monco il dire,
    irraggiungibile il reale.

    Piace a 1 persona

    1. quasi una completa antologia… 🙂

      … sperando che la prima non ti sia stata ispirata dal muretto da me recentemente fatto rifare, che si vede sullo sfondo della foto di copertina del post… 😉 comunque ce la siamo cavata lo stesso, anche perché le pietre erano già sul posto… 😉

      l’albero dentro è bellissima.

      la terza, secondo me, sempre bella, ma coglie soltanto un lato della contraddizione (dialettica, avrebbero detto Hegel e Marx): perché è vero, come dici, che la parola è vaga, povera e inadeguata a dire, però è anche vero che l’accadere si costituisce soltanto attraverso la parola e la memoria: togli queste, e l’accadere stesso si dissolve in puro istantaneo nulla.

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      1. L’accadere certo si dissolve con la morte della memoria individuale, il mondo scompare, ma resta per chi resta,
        per gli animali, per gli alberi, per le pietre, insomma nella relazione sempre in fieri tra energia e materia.
        Non siamo noi che produciamo l’accadere, quel che accadrà, accadrà per davvero…
        Devo dire però che non sono certo ferrato in questi temi…

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        1. 1474
          LA MIA FINE DEL MONDO

          Dopo la mia morte

          gli orologi si fermeranno,
          secondi, minuti ed ore
          smetteranno il loro giro.

          Il melo non metterà
          né foglie, né frutto
          e l’ape non uscirà della sua cella.

          La rondine fuggirà il cielo,
          la farfalla scanserà i fiori
          perché vuoti di profumo.

          La pioggia si farà secca,
          l’acqua
          sarà di solo ghiaccio.

          Una dopo l’altra, nere,
          si spegneranno,
          le stelle.

          Il sole non darà più luce,
          le notti cieche di luna
          saranno di nero buio.

          Sarà la fine del mio mondo.
          La vita sulla terra
          sarà dunque privata di scopo?

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          1. risposta collettiva al commento e alla poesia.

            viviamo in una cultura, quella occidentale, con le due radici cristiane, a quel che dicono, che si caratterizza per l’ombrosa prevalenza data all’io individuale.

            il linguaggio attraverso cui si costituisce la realtà umana non è un fatto individuale, ma collettivo: la morte del singolo non lo turba più di tanto, è soltanto una variazione, lo spruzzo di un’onda particolare nel movimento del mare.

            la morte ci libera dal sovrappeso dell’io e ci restituisce alla giusta dimensione del nostro essere semplice parte di qualche tutto ben più grande di noi: ci toglierà soltanto quella presuntuosa pretesa di esclusiva sul mondo, se sappiamo viverla bene e con serenità.

            lo scopo della nostra vita non era il nostro io, e per questo la morte non può togliere scopo alla nostra vita.

            semplicemente metterà in primo piano lo scopo e ridimensionerà l’io che era soltanto uno dei tanti strumenti per realizzarlo.

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