Agostino a Pavia, la crisi climatica e il rifiuto cristiano del consumismo. – 167

Agostino, esempio modernissimo di rifiuto di una vita consumistica: appunti per una visita a Pavia.

Agostino detto di Ippona, ma in realtà nato nella più piccola e vicina città di Tagaste, ma che a Ippona fu vescovo fino alla morte, vissuto dal 354 al 430 e sepolto a Pavia nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, è stato uno dei più grandi geni della storia umana; autore di una massa sterminata di opere e di due testi fondamentali nella cultura occidentale, Le confessioni e La città di Dio, che hanno introdotto due modi nuovi di guardare a se stessi nella propria interiorità e di cercare un senso complessivo nella storia (senza Agostino non sarebbero stati possibili né Hegel né Marx): protagonista di una vita ricca di aspetti contraddittori e per molti versi tumultuosa ed eterogenea, riassume in maniera esemplare il momento storico della crisi della cultura antica e pone le basi della civiltà del Medioevo europeo.

Questo per dire che, di fronte ai marmi, peraltro splendidamente elaborati, che contengono le sue spoglie, non è fuori luogo emozionarsi.

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Ma ora un piccola divagazione su questa tomba, fatta per celebrare la sua importanza fondamentale nella storia del cristianesimo nel modo tipico del Medioevo che abbiamo già imparato a conoscere, e cioè attraverso la venerazione delle sue spoglie mortali.
Possedere i resti di Agostino per la città che aveva l’onore di ospitarli era dunque un segno di alto prestigio, e non solo, per i poteri quasi magici che venivano attribuiti alle reliquie dei santi, e, proprio per questo, la città era tenuta a dare loro il contorno di una sistemazione allo stesso tempo solenne e densa di significati simbolici.
Agostino era morto a Ippona, dove era tornato definitivamente dopo i diversi soggiorni in varie località dell’impero, anche a Roma e Milano, nel 395 per diventarne vescovo in seguito; 35 anni dopo, nel 430, era in corso l’invasione dell’Africa settentrionale da parte dei Vandali e, quando morì, Ippona era sotto assedio da parte loro.
Fu Fulgenzio di Theleste, nell’attuale Tunisia, vissuto qualche decennio dopo di lui, tra il 462 e il 527, a trasferire il suo corpo a Cagliari, dove lui era stato relegato dai Vandali ariani, in quanto cattolico.
Per alcuni secoli i resti di Agostino vennero venerati in quella città, ma nel 718 il re longobardo Liutprando ne decise lo spostamento nella sua capitale, Pavia.
Noi consideriamo oggi Pavia una città provinciale minore della Lombardia, ma per tutto l’alto Medioevo fu Pavia e non Milano la capitale della Longobardia: questo centro così opportunamente vicino alla confluenza fra il Ticino e il Po, in un’epoca nella quale le strade erano dissestate e pericolose e i pochi commerci si svolgevano preferibilmente lungo le vie d’acqua, aveva sostituito Milano – che era stata capitale dell’impero romano d’Occidente – come nuova capitale del regno longobardo.
E ancora nel Trecento, all’epoca della costruzione di questa tomba, la contesa tra le due città per il predominio, poteva considerarsi aperta.
L’opera, completata nel 1362, è rimasta anonima, ma è probabilmente da attribuire a Giovanni di Balduccio, per le evidenti analogie con la tomba di san Pietro Martire che abbiamo già visto a Sant’Eustorgio di Milano.
Ma tra le due tombe, che possiamo pensare opera dello stesso autore, si stabilisce una specie di competizione su quale sia la più solenne e prestigiosa.

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Milano, tomba di san Pietro Martire, Sant’Eustor

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Pavia, tomba di sant’Agostino, San Michele in Ciel d’Oro

. . .

Ma veniamo al tema centrale, dopo questa divagazione sulla storia delle spoglie di Agostino.
E quindi a quella quaresima del 387 quando Agostino si converte al cristianesimo, ricevendo il battesimo dalle mani di Ambrogio, dopo una giovinezza tormentata e piena di passioni:
«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»
(Confessioni X, 27.38)

Il successo come letterato, il lungo concubinato con una donna che gli dà un figlio, Adeodato, la professione di insegnante, il lungo periodo di adesione al manicheismo, e poi alla filosofia neoplatonica, tutto viene cancellato da una scelta esistenziale di rottura.
Nella visita a Sant’Ambrogio a Milano avevamo già visto l’episodio cardine di questa conversione, quando Agostino, nel settembre del 386, in un giardino della città, viene spinto ad aprire a caso le Lettere di san Paolo da una bambina che canta una filastrocca infantile: Tolle et lege, Prendi e leggi, e trova in quel testo la risposta alle sue domande esistenziali.
Ma qui ci interessa sottolineare che cosa avviene dopo che questa conversione viene confermata dal battesimo: Agostino, che si era già dimesso dall’insegnamento e si era ritirato, con madre, figlio e amici, in un fondo di campagna per dedicarsi a letture e discussioni filosofiche, decide di ritornare in Africa, nei luoghi nei quali è nato, e realizza il progetto nel 388, alla fine di un soggiorno a Roma e dopo che la madre Monica è morta a Ostia.
Rientrato a Tagaste, per prima cosa vende tutti i suoi beni e dà il ricavato ai poveri; un appezzamento di terreno, che ha ceduto, gli viene tuttavia lasciato a disposizione, e lì si ritira con i suoi amici per condurre una vita comune in povertà, in preghiera, e nello studio dei testi cristiani.
Il libro De diversis quaestionibus octoginta tribus, 83 questioni diverse, è il frutto delle riunioni tenute durante questo ritiro.
Ma qui ritroviamo in Agostino un comportamento che avevamo già visto in Ambrogio: Agostino non voleva diventare sacerdote né tantomeno vescovo e, per paura di essere eletto tale, scappava dalle città dove si liberava una sede episcopale. Un giorno, chiamato a Ippona da un amico, stava pregando in una chiesa quando un gruppo di persone improvvisamente lo circondò e costrinsero Valerio, il vescovo, a nominarlo sacerdote; era il 391 e Agostino considerò la sua ordinazione come una ragione in più per riprendere la sua vita religiosa a Tagaste; a questo punto il vescovo Valerio gli mise a disposizione alcune proprietà della chiesa, perché fondasse un monastero.

Anche se la tradizione ha attribuito direttamente a sant’Agostino la fondazione dell’ordine degli Agostiniani, questo risale al 1244 e l’insieme dei testi che ne costituiscono le regole interne di funzionamento, la cosiddetta Regola di sant’Agostino, non è attribuibile a lui, ma sono quasi tutti molto più tardi; e tuttavia la critica riconosce tra questi un nucleo originale, composto secondo i diversi studiosi tra il 391 e il 427, e intitolato Regula ad servos Dei, Regola rivolta ai servi di Dio, e oggi definita Regula tertia.
Siamo di fronte ad una regolamentazione della scelta monastica, che precede di oltre un secolo la Regola Benedettina, emanata da san Benedetto di Norcia nel 534, e al superamento in senso comunitario della tradizionale figura del monaco eremita, cioè forse all’atto stesso di fondazione dell’idea di una condivisione monastica delle scelte della povertà, dell’obbedienza, della castità.
Non è questa la sede per discutere dei rapporti tra questa regola e altre simili di quel periodo (la Regula monasterii Tarnantensis, la Regula Pauli et Stephani, la Regula Quattuor Patrum), o con la successiva vita monastica di San Fulgenzio di Thelepte, già ricordato sopra, e con le varie forme di monachesimo femminile in Spagna; basterà sottolineare la nuova interpretazione data da Agostino al concetto stesso di monachesimo: il monachos, come si sa, visto il rapporto con la parola greca monos, cioè solo, era colui che sceglieva una vita da solitario; ma la Regula di Agostino pone la parola invece in relazione col detto apostolico “un sol cuore e un’anima sola” (Atti 4,32).
Ma ecco almeno lo schema degli argomenti trattati dalla Regula di Agostino:
I: Carità e povertà
II: La preghiera
III: Le forme di ascesi
IV: Castità e custodia reciproca
V: Non considerare nulla come proprio, neppure se stessi
VI: Il perdono delle offese
VII: L’autorità e l’obbedienza
VIII: Esortazione all’osservanza della regola

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Sant’Agostino nella interpretazione di Piero della Francesca, al Museo Nazionale di Arte Antica di Lisbona

. . .

Insomma, è del tutto evidente che io adesso devo rispondere alla domanda che mi è stata posta per sollecitare questa mia riflessione, cioè di illustrare la modernità del pensiero di Agostino e i suoi riflessi sul comportamento salutare anticonsumistico attuale.
Non mi piace rispondere con discorsi troppo complessi: ho preferito fare riferimento ai fatti e alle scelte di vita, per mettere in evidenza il significato che assunsero non solo gli scritti sterminati, ma anche i comportamenti concreti di questo Tolstoj dell’antichità.
Con Agostino la scelta della povertà smette di essere testimonianza individuale un poco bizzarra per diventare scelta di vita condivisa e regola di una convivenza comunitaria; con questo si trasforma da gesto isolato di protesta a fondazione di una cellula di una possibile vita diversa condivisa.
Agostino non credo conoscesse le comunità degli esseni che prima della grande rivolta ebraica del 66-72 d.C. avevano vissuto in modi simili sulle rive del Mar Morto, secondo quanto ci racconta Giuseppe Flavio e quanto ci hanno, forse, restituito, gli scavi archeologici moderni.
Certo, resterebbe molto stupito di pensare di poter essere stato un anticipatore di certe comuni di contestatori sessantottini che della sua regola rispettavano certamente quella della povertà, ma non le altre.

Ma ancora più stupiti possiamo restare noi se cogliamo la straordinaria modernità di questa sua proposta alla luce di un aspetto della situazione di quei tempi che i libri di storia trascurano, ma che ci riporta con evidenza drammatica ai problemi del nostro tempo, giusto per ricordare che mai nulla di integralmente nuovo nasce sotto il sole.

Erano anni di violente migrazioni di popoli, che allora avvenivano sotto forma di invasioni e saccheggi e non in forma pacifica come oggi, per ora, e di crisi politica ed economica generalizzata: siamo nei decenni che vedono la crisi progressiva dell’impero romano e da secoli ci si interroga su quali possano essere state le cause della fine della civiltà antica.
Non pretendo certo di essere io oggi a dare questa riposta, ma un elemento di riflessione lo abbiamo sotto gli occhi, a saperlo cogliere, e ce lo confermano gli studi recenti di storia del clima, come può essere ricostruita a partire dall’analisi degli anelli di accrescimento degli alberi nei diversi periodi storici.

Devi sapere che è invecchiato già questo mondo: non ha più le forze che prima lo reggevano. […] Lo stesso mondo già parla di sé e coi fatti stessi documenta il suo tramonto e il suo crollo. D’inverno non c’è più abbondanza di piogge per le sementi, d’estate non più il solito calore per maturarle, né la primavera è lieta del suo clima, né è fecondo di prodotti l’autunno. […] Viene a mancare l’agricoltore nei campi. […] Così nel suo tramonto il sole manda raggi meno luminosi e infuocati […] e l’albero che prima era stato fertile e verde, inaridendosi i rami, diventa sterile e deforma per la vecchiaia. […] Quanto alla frequenza maggiore delle guerre, all’aggravarsi delle preoccupazioni per il sopravvenire di carestie e sterilità, all’infierire di malattie che rovinano la salute, alla devastazione che la peste opera in mezzo agli uomini, anche ciò, sappilo, fu predetto.
Cipriano, A Demetriano, 5

Cipriano, altro santo africano vissuto circa 150 anni prima di Agostino, difende qui i cristiani dall’accusa di essere responsabili della peste che si diffonde nell’impero, ma traccia con precisione i contorni di una crisi climatica, in quel caso di raffreddamento, che si sviluppa negli ultimi secoli di vita dell’impero romano e che gli studi recenti confermano.
Questa determina un grave disordine della vita civile, la crisi dei valori, l’invasione dell’impero da parte di popoli costretti ad abbandonare le loro terre diventate invivibili, la diffusione di fame e malattie, oltre che di isteriche forme di superstizione con cui un’umanità disperata cerca come può delle risposte ad una crisi quasi mortale.

In questo contesto, nel quale oltretutto la riduzione dei consumi era diventato un imperativo vitale, visse Agostino e ci diede questo straordinario esempio di rifiuto del consumismo di allora, come risposta a questa crisi, opposta nelle forme, ma così simile a quella del mondo attuale che stiamo vivendo noi.
E forse anche noi siamo chiamati da scelte simili, se vogliamo sopravvivere non solo come individui, ma anche come società.

 


18 risposte a "Agostino a Pavia, la crisi climatica e il rifiuto cristiano del consumismo. – 167"

  1. Mi sento ignorante, sono di origini proletarie e aimè, ho fatto le scuole tecniche. Di Agostino ricordo solo la spassosissima biografia che ne fece Bertrand Russel e poco altro. Eppure capisco da questo tuo testo che in nome della modernità e del bussinnes abbiamo buttato troppo presto alle ortiche lo studio di queste nostre radici anche spirituali. Oggi lo scibile umano è esageratamente vasto ed in costante crescita. Quasi impossibile conoscere Agostino e Parmenide ed il funzionamento del IPv6 o altri tecnicismi. Non è che la conoscenza di Agostino ci potrebbe salvare da scelte scellerate – anzi, credo che chi ha fatto il classico sieda con buona probabilità nei board delle banche e delle grandi aziende – ma almeno una qualche riflessione in più ce la può stimolare.

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    1. a questo punto sento quasi di dovermi giustificare.

      naturalmente non tutto quello che ho scritto nel post appartiene al deposito delle mie informazioni ginnasiali o del liceo classico, soltanto alcune e in una parte modesta; tuttavia mi sono servito di quello che ricordavo come base per impostare il discorso, e poi ho fatto ampio ricorso a ricerche in internet, che oggi permettono di raccogliere molto rapidamente notizie, immagini, citazioni.

      come giustamente dici tu, del resto, oggi per chiunque è impossibile conoscere in modo approfondito poco più che qualche campo.

      aggiungo, a mia vergogna, che non conosco la biografia di Agostino scritta da Russell, vedi?

      allora quello che l’istruzione ci può dare è sopratutto il metodo per cercare e per organizzare quello che troviamo: ma questa capacità, per fortuna, non è esclusivamente data dalla scuola.

      ad ogni buon conto, se può consolare, ho fatto il classico, ma non sono mai stato nei board delle banche e delle grandi aziende 😉 , ma una modesta vita da insegnante e poi da preside, senza particolari onori né glorie…

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      1. Voglio correggermi,
        … ho fatto aihmè, SOLO, l’istituto tecnico..
        Non rinnego affatto la mia formazione tecnica che anzi rivendico come fondante della mia cultura. E’ solo che per anni ci è stata “nascosta” una parte importante della storia del pensiero che ho tardivamente cercato di recuperare in autonomia.

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        1. come vedrai dall’altro commento a te, scritto prima di leggere questo, posso dire di me la stessa cosa, rispetto alla cultura scientifica, avendo fatto studi umanistici in campo classico; e anche io ho cercato di recuperare con le letture successive.

          non dico altrettanto dell’aspetto tecnico, perché questo mi resterà per sempre negato, forse anche per scarse attitudini personali.

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  2. Molto interessante. Ho due riflessioni, se me le consenti:
    1. su Agostino come fondatore del monachesimo di comunità: mi sembra che Agostino rappresenti, in questo senso, la transizione tra le due fasi “classiche” dell’anarchia: quella della ribellione (gli eremiti) e quella dell’autogestione;
    2. sulle motivazioni climatiche delle invasioni barbariche: la storia si ripete, nel senso che i migranti climatici stanno aumentando ed aumenteranno sempre più. Ci sono però due differenze: quella dei tempi nostri non è un’invasione, e le modificazioni del clima siamo stati noi a provocarle.

    P.S.: risponderò prima o poi anche al tuo testo sulla patente…

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    1. non c’è nessuna fretta, e neppure nessun dovere di rispondere…

      grazie intanto del commento qui, che sento non come una correzione, ma come una integrazione, oppure direi addirittura come una esplicitazione di cose lasciate nel non detto.

      non sono proprio sicuro che sia Agostino il fondatore del monachesimo di comunità, ma certamente è quello che gli ha dato più visibilità: ho voluto sottolinearlo perché di solito si preferisce attribuirne il merito all’europeo Benedetto piuttosto che all’africano Agostino…

      (a proposito, dice niente che di papi Benedetto ce ne siano stati sedici e di Agostino nessuno?)

      variazioni climatiche e migrazioni sono inseparabili, ma di più: l’uomo è un animale essenzialmente migrante, non esisterebbe civiltà umana se non fossero esistite le migrazioni che hanno fatto conquistare i continenti: la specie umana moderna è nata in Africa, come è noto.

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        1. ahaha, vedi malizia della domanda.

          no, non ci sono ancora stato, e forse non ci sarò neppure, ma ho preparato, come da tempo mi viene chiesto di fare, una piccola presentazione della figura di Agostino in vista di una escursione di diabetici della Val Sabbia, che sotto la guida eccezionale del diabetologo locale, mio ex-alunno, oltre che medico curante, realizza periodicamente iniziative per uno stile di vita salutare con robuste camminate nelle principali città dell’Italia del Nord, unendo attività fisica e cultura, si spera non troppo accademica.

          in ogni caso, rispondendo al sottofondo, devo ammettere di avere un debole, pur del tutto laico, per la figura di sant’Agostino.

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            1. Agostino: odi et amo.

              odioso, fazioso, fanatico, ossessionato dall’idea del peccato, megalomane e grafomane, insopportabilmente retorico, anche.

              ma anche onesto, capace di trasformare le sue posizioni e di darne sempre conto, aperto come una pagina scritta o migliaia di pagine scritte, attraverso le quali possiamo ripercorrere l’autobiografia più densa e particolareggiata dell’antichità, premessa del medioevo, ma anticipatore della modernità: ha anche scritto cose insuperabili sul tempo (e sulla vita) e ha posto le premesse di Kant: il tempo come esperienza interiore, come categoria della mente umana.

              un genio pieno di ombre e di mostruosi difetti, come tutti i geni peraltro; ma possiamo rinunciare ai geni?

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  3. Interessante questo tuo articolo su Agostino Anch’io ho scritto dei post su di lui ma più sul filosofico. Anche Pavia meriterebbe dei post, ci sono passato due anni fa proponendomi di tornarci con calma purtroppo oggi vive troppo all’ombra di Milano. C’è anche la tomba di Boezio

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    1. grazie della notizia sulla tomba di Boezio, non lo sapevo: e quasi quasi sarebbe da aggiornare il post.

      di spingermi troppo sul filosofico non me la sono sentita; del resto questa è la traccia di una chiacchierata con un gruppo di visitatori da non tediare troppo… 😉

      vedo se riesco a trovare il tuo post. :-), non mi hai dato il link…

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    2. eccolo (ripubblicato):

      https://opinioniweb.blog/2018/08/28/agostino-dippona-dubitare-per-credere/

      vedo che abbiamo citato lo stesso passo delle Confessioni!

      quanto alla cosiddetta prova ontologica dell’esistenza di Dio di sant’Anselmo, possiamo ammettere che QUALCUNO che pensa all’idea di Dio lo pensi come esistente, ma naturalmente non possiamo ammettere che questo sia assolutamente necessario: qualcuno può pensare a Dio anche come non esistente nel senso comune del termine esistere.

      insomma la “prova” di Anselmo è tale solo per chi crede già, e l’idea che il pensiero umano abbia una potenza tale da determinare la realtà in fondo fa semplicemente sorridere al tempo della fisica quantistica.

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      1. Essendo io parmenideo (come ben sai) non posso che pensare Dio come necessariamente esistente. E la prova anselmiana non la considero una dimostrazione logico-formale ma semplicemente credo che evidenzi ciò che è alla base di ogni atto d’intelligenza, quella luce o idea grandiosa che precede e genera l’esistenza ed ogni senso. Ma se questa sia fede o intuizione sinceramente non so dimostrarlo né lo voglio

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        1. da antiparmenideo convinto e quasi maniacale, ti rispondo che la tua è fede, me lo confermi,
          ma va bene così; la fede non si discute (tranne quando dimostri palesemente di fare grosso danno, e non mi pare questo il caso… 😉 )

          la prova ontologica di Anselmo dimostra perfettamente: 1) che Dio esiste; 2) che Dio è un fatto linguistico.

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Rispondi a opinioniweb - Roberto Nicolini Annulla risposta

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