Lisbona, da mezzogiorno alle quattro (dell’altroieri) [Portugal 2.5] – 179

lasciamo dunque che il tram 28, lento e sferragliante, ci trasporti sulle altalenanti strade di Lisbona (siamo ancora al resoconto dell’altroieri, attorno alle 11, ricordate?): il caso ci ha incolonnato dietro un’altra vettura stracolma, sulla quale la gente si accalca, mentre questa è quasi vuota: il comportamento mi appare all’inizio assurdo, c’è perfino chi si avvicina a questa e sta per salire dalla porta davanti e poi ci ripensa andando a spingere per la porta di dietro dell’altro tram! fino a che non capisco che è per non pagare il biglietto: 3 euro! – ma si dice o non si dice portoghesi, no?

la città che il tram percorre è la Lisbona rinata dalla totale distruzione del terremoto del 1755, 1 novembre, tra gli 8,5 e i 8,7 della scala Richter; durò sei minuti, con tsunami successivo alto 15 metri:  morì circa un terzo della popolazione: tra 60.000 e 90.000 dei 275.000 abitanti di allora; lo chiamiamo terremoto di Lisbona, ma distrusse anche Algeri, ma in parte anche le città storiche del Marocco, e fu di una potenza tale che fu sentito fino in Italia.

fu il più grave evento sismico della storia europea moderna e provocò anche una crisi nel pensiero collettivo: quasi tutte le chiese di Lisbona vennero distrutte il giorno stesso della festa di tutti i Santi a cui erano dedicate: come spiegarlo? come credere alla Provvidenza divina?

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Lisbona venne ricostruita con la crudeltà di questa domanda nel cuore, e io non riesco ad attraversarla senza sentire la scissione mentale che da allora attraversa il suo cuore: tra chi rese ancora più rigida e ostinata la sua fede e ricostruì le sue chiese barocche e tornò a riempirle dell’oro del Brasile, segnando di fanatismo architettonico clericale questi luoghi stupendi, e chi invece si lasciò andare ad un pessimismo senza fondo, ma anche senza volontà di opposizione.

è una frattura che anche visivamente Lisbona esprime, tra la sua collocazione meravigliosa tra acqua e terra e la sua architettura che quando non è quella dei frammenti della fantasiosa e libera città precedente sente l’oppressione di un bigottismo cieco e disperato, con qualche guizzo ostinato di fantasia trasgressiva.

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e infatti, quando il tram ci fa scendere nella piazza centrale di Rossio e io mi avvio verso largo Camoes, arrivo ben presto a questo slargo dove in grandezza naturale, in bronzo, esposto agli sberleffi inconsapevoli che decine di turisti gli fanno sotto forma di selfie, accalcandoglisi in braccio, sta ancora seduto, magro ma ora eternamente sobrio, l’alcoolizzato Pessoa, che diede voce al pessimismo senza fondo e senza via di fuga in nessuna delle sue personalità letterarie multiple: un nichilismo reazionario di mostruosa intelligenza e di lucida disperazione.

lui che è la voce più vera di Lisbona e che disse la sua tragedia quasi duecento anni dopo e senza averla vissuta, anzi senza parlarne mai: eppure continuò a sentirla mentre guardava camminare inconsapevole la gente per le strade dall’alto del suo ufficio di inutile contabile commerciale.

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ma non mi resta che ripartire, lasciando la piazza illuminata da un sole meraviglioso, per arrivare alla mia meta successiva che è la Basilica di Estrella, che non ho visto l’anno scorso.

passo davanti al Parlamento, arrivandoci per vicoli che me lo fanno scoprire dall’alto in uno scorcio quasi napoletano.

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di vicolo in vicolo, di scorcio in scorcio, una foto dietro l’altra,

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ho comperato un panino, intanto: davanti alla basilica c’è un bel giardino con alberi che mi ricordano Palermo: lì finisco di saziarmi e mi faccio anche una bella pennichella su una panchina seminascosta sotto i rami imponenti di un baniano.

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. . .

ma, a proposito: l’ora della colazione è giunta, e io sento benissimo che, per quando cerchi di stringere i resoconti, la mia lotta contro il tempo è vana:

occorre sperare in una giornata di pioggia che mi costringa a restare in questo ostello così accogliente famigliare, col suo vecchio pavimento di legno e la finestra che dà direttamente su un campanile barocco,

ed io mi posso sentire un poco Pessoa, un poco Trabucchi, mentre vi scrivo, ostinatamente, da una Lisbona vitalissima, invece.

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2 risposte a "Lisbona, da mezzogiorno alle quattro (dell’altroieri) [Portugal 2.5] – 179"

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