la mia Lisbona: poesia, murales ed India [Portugal 2.9] – 187

il resto della giornata di sabato scorso a Lisbona lo dedico al disegno un po’ folle di raggiungere a piedi la seconda meta prevista, il museo…, che mi è stato consigliato dallo stesso amico che mi ha spinto al favoloso museo de la Madre de Deus; però fate conto che già questo si trova a circa 5 km dal mio punto di partenza in centro e che quest’altro si trova all’estremità nord della città interna, e dunque a 6-7 km da dove sono io; ma del resto, la mia principale terapia contro il diabete non sarebbe di farmi 10 km a piedi al giorno? non mi farà male, mi dico, se recupero qualche giorno di pigrizia o di pioggia.

ma prima fatemi sedere a quella trattorietta che ho già adocchiato nell’arrivare: quattro solenni e saporite sardine immerse in una ricca verdura: niente a che fare con le tre stitiche con contorno di patatine che, per un prezzo maggiore, mi hanno servito ieri sera al solito ristorantaccio vicino alla stazione, con vista sullo spaccio, dove ho avuto la malaugurata idea di volerle sostituire alla orata squisita ed economica della sera prima.

la signora che serve è una prosperosa ostessa da fiabe, gli avventori rustici, e c’è anche una famigliola al completo: i tavoli tutti occupati nel locale stipato testimoniano della bontà di quel che si mangia; alla fine nessuno scontrino, ma un obrigada squillante, la formula ricorrente per ringraziare e la prima parola di portoghese che impari venendo qui.

. . .

il percorso più semplice prevederebbe i vicoli dell’Alfama, ma non vorrei rifarli dopo averli già assaggiati l’anno scorso e averli trovati carini, ma turistici: vorrei esplorare una Lisbona meno consumata dai complimenti e meno attraente, nell’illusione di carpirle qualche segreto.

così eccomi nel saliscendi di strade né troppo antiche né troppo moderne, né troppo belle né troppo brutte, tra macchine che svoltano indolenti nel silenzio pomeridiano di una giornata ancora grigia, ma dove ha smesso di piovere.

qualche dettaglio inutile attira il mio occhio fotografico, ma non sempre così significativo da poter finire qui: sono scritte sui muri, a volte poetiche, a volte feroci, oppure dettagli architettonici particolarmente felici da strappare un’emozione.

una foto la dedico invece ai marciapiedi di Lisbona, formati, nella parte storica della città, da cubetti irregolari di pietra candida, che sembrano una lontana eredità dell’opus reticulatum con cui i romani costruivano i muri dei loro monumenti e qui sono invece distesi in orizzontale.

non lo metto per niente, adesso, ma mi riservo di spiegare meglio il motivo più avanti, se qualcuno non lo intuisce già.

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. . .

ma qui un’altra foto mi fa ricordare di una poesia che trovo dipinta su un muro: pare che, senza accorgermene, infatti, io sia finito nel Passaje letterario de Graca, e questo è il nome del quartiere che lo ospita.

ora, per scrivere il post, mi informo meglio: su queste possibilità che offre, internet resta meravigliosa, per quanto male io possa parlare dei social; l’Ebano Collective ha creato murales dedicati agli scrittori portoghesi che sono vissuti nel quartiere, e io qui incontro Sophia de Mello Breyner Anderson.

ma mi ci vuole tempo, fantasia e traduttore automatico per interpretare la sua poesia, che più che altro ricreo un poco arbitrariamente, visto che dice bene quello che provo in questo momento che la guardo:

Il grido della cicala innalza il pomeriggio
al suo vertice e il profumo di origano
invade la felicità. Ho perso la mia
capacità di ricordare la morte,
la mancanza, il divario, il disastro.
L’onnipotenza del sole regge
la mia vita, in quanto
ricomincio me stessa in ogni cosa.

sì, Lisbona appare la patria dell’arte di strada, della poesia diffusa: ritorno alla percezione della saudade, che è una malinconia così dolce da essere quasi pienezza di vita, e tutto questo mi dice così bene, in questo momento.

. . .

mi affaccio a questo punto ad un nuovo mirador, o punto panoramico, dopo quello di ieri, ma più interno, con la vista del castello di san Giorgio: lo riconosco dall’anno scorso, trabocca di turisti e di foto, di cui anche le mie sono solo una modesta variante individuale.

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ma la novità di quest’anno sta nel parco sottostante che scendo ad esplorare, o meglio nell’uscita dal parco.

la lunga scalinata è completamente ricoperta di murales: eccone un piccolo assaggio:

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è un vero nuovo poema con altro tipo di versi, che continua anche nella strada sottostante:

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ma questa non poteva essere che l’introduzione al quartiere indiano di Lisbona!

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colori ed odori in una specie di ghetto miserabile e cascante, che a loro, gli immigrati del subcontinente, che qui si sentono a casa, con i loro negozi e i loro accenti, non deve certo fare impressione.

. . .

il resto della camminata, l’altra metà circa di quella fatta nella giornata, si disperde in una lunghissima e contorta ricerca di quel famoso museo del miliardario armeno, a qualche km di distanza, che alla fine trovo e visito piuttosto svogliato.

per fortuna il cellulare ha esaurito la carica e non ci sono foto: ho con me la fotocamera, vero, ma ho dimenticato di inserirvi la batteria, e dunque resta soltanto affidata alla mia precaria memoria interna  questa esibizione di un cattivo gusto vagamente berlusconiano ante litteram, dalla raccolta di mirabilia di vario genere, senza nessun gusto personale, dai tappeti ai mobilastri, dalle ceramiche ai quadri d’autore (con cinque o sei capolavori effettivi, che varrebbe la pena di vedere in un altro contesto, ma cascati lì dentro a caso).

e comunque ve le avrei risparmiate lo stesso, le foto: lo spreco delle strutture ipermoderne di cemento, già in via di degrado, i percorsi artificiosamente contorti e mal segnalati nel parco, la raccolta in una prima metà del museo di una sconsolante rassegna di come l’arte figurativa contemporanea abbia dimenticato il motivo per cui sta al mondo: forse saranno state soltanto le vesciche ai piedi che cominciano a farsi sentire, ma ecco qualcosa da dimenticare.

(capito adesso a che cosa serviva la foto dei marciapiedi a cubetti?)

. . .

potrei tornare col metrò, ma a questo punto fare gli ultimi cinque o sei km camminando a passo spedita nella sera che cala è una sfida a me stesso: del resto sono per la maggior parte nel verde, prima in un parco, e poi nelle grandi aiuole che costeggiano la via che è considerata un po’ come gli Champs Elisees di Lisbona.

e tanta costanza alla fine è premiata, all’arrivo al centro del centro, dalla scoperta di un localino dove per modico prezzo si mangia a buffet a volontà, e dove recupero le calorie disperse, in barba ad ogni dieta; bevo perfino una birra intera, per sfida, e per la prima volta non mi fa nulla.

eccomi al rientro all’ostello, e la giornata potrebbe considerarsi conclusa.

invece è proprio l’ostello che apre un capitolo nuovo di questo viaggio, e prepara un nuovo post, ma datemi il tempo di scriverlo.

 


8 risposte a "la mia Lisbona: poesia, murales ed India [Portugal 2.9] – 187"

  1. commento ricevuto via mail:

    alla fine trovo più comodo scriverti così….
    il tuo ultimo post su Lisbona mi è piaciuto, mi sono riconosciuto in questo andare e anche nei particolari catturati, nel cibo, nel selciato e nella ricerca di percorsi personali dentro alle maglie rigide e quasi obbligate della città dei turisti…
    la poesia poi è davvero stupenda, me la sono trascritta e imparata perchè vorrei che fosse davvero una specie di messaggio da ricordare sempre!
    te ne resterai in città o pensi di muoverti?

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    1. risposta mia, sempre via mail:

      insisti con i commenti sul blog, che sono un modo per farti conoscere anche alla ristretta cerchia dei miei lettori abituali (uno è di Verona!): devi soltanto riuscire a postare il primo inserendo la tua mail, poi ogni altro ingresso per commentare avverrà in automatico.

      ho già lasciato Lisbona da qualche giorno: Setubal, Evora e da ieri a Faro, e domani ho già il rientro; ma sono molto indietro con i resoconti, avendo scelto questa strada piuttosto analitica e quindi anche necessariamente supportata dalle foto, con le quali spero che tu ti stia almeno in parte riconciliando: a proposito, anche quel medico di Verona preferirebbe che non ci fossero…

      la mia traduzione della poesia temo non sia fedele, del resto quale traduzione lo è? in particolare ho dovuto inventarmi una parola che il traduttore automatico mi rendeva come posatoio oppure, a scelta, carpa!!!

      e io ho fatto la sintesi dei due significati e ho scritto divario!!!

      un abbraccio e a presto!

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    1. complimento e critica al tempo stesso: mi prendo il complimento e ringrazio commosso, la critica la dimentico.

      del resto, per fare simili racconti, dovrei avere la possibilità di viaggiare più spesso e, giuro, non è la voglia che mi manca.

      domani mattina all’alba riparto per le mie montagne: credi che non mi dispiaccia?

      – il post comunque ha riscosso consensi, ne sono contento, ma pensa che non mi convinceva molto…

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        1. tutti fanno politica anche quando respirano, visto che esistono diversi modi di respirare, tutti politici; e fino a qui niente di nuovo, per me è semplice fedeltà convinta al Sessantotto: il personale è politico.

          ma la maggior parte non lo sa, o perché non lo vuole sapere (non gli conviene) oppure perché è un concetto troppo astratto che esige concentrazione.

          la nostra particolarità è di saperlo, e in un secondo momento di essere anche così ingenui da esprimerlo. 🙂

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