ritorno pasquale a una casa chiamata blog – bortoblog 19

il ritorno a casa (questa volta dal Portogallo, ma i resoconti continuano) per un viaggiatore è sempre ambivalente: sollievo e frustrazione.

per prenderne il meglio, occorre considerarlo come una tregua per ritemprarsi il corpo, che per altro sembra reso più scattante dagli strapazzi, e rasserenare la mente negli affetti fisicamente ritrovati.

parte della mia casa negli ultimi anni è diventato anche il blog, con la sua rete di commenti, che aiutano a non sentirsi un vecchio tronco trascinato dalla piena di un fiume.

dove altro chiedere aiuto? leggo, per esempio, al risveglio che Basta poco per rendere la propria anima un poco più bella, ma anche che gli intellettuali chic devono imparare a diventare più cattivi, e mi pare proprio che le due frasi siano sullo stesso sito online.

dev’essere l’amore per il vogliamoci tanto male, cioè lo spirito dei tempi, che nell’immediato dovrebbero essere pasquali, ma senza insisterci troppo, e sulla media distanza semplicemente catastrofali.

ma forse il primo messaggio era la pubblicità di un make up.

. . .

ma per disobbedire all’intimazione cattivista riportata sopra,  ecco uno stralcio da un mio post scritto in occasione della Pasqua di dieci anni fa, che ricorda un suicidio più doloroso del solito avvenuto all’inizio di quelle feste.

il paese orribile. cor-pus 109 – 12 aprile 2009 – 442
non c’è molto per ancorare la speranza, diciamo pure che c’è meno di niente.
la cronaca nera racconta, senza un filo di pietà, senza un filo di riflessione, di un ragazzino di 12 anni che si impicca alla periferia di Napoli perché non ne può più.
il primo giorno di vacanza da scuola, lui che si alza tardi, la madre che esce per fare la spesa, la chat sul computer.
quel pensiero che gira per la testa da giorni e la voglia di dirlo, almeno lì, almeno su Messenger.
“Caro papà, me ne vado, non ti scoccio più”.
un figlio ribelle, succede.
un figlio che si oppone al padre, normale.
e non gli resta che impiccarsi per dire di no.
succede.
– quando lui penzola dal cappio che gli ha chiuso il respiro e lo ha immerso nella grande pacifica luce bianca che accoglie coloro che muoiono soffocati il computer è ancora acceso.
il suo annuncio di suicidio non ha trovato di là qualcuno capace di chiamare subito la polizia postale per tentare almeno di impedirlo.
tanti messaggi, la solita crudeltà inconsapevole che colpisce chi non ce l’ha fatta.
“Veramente ti vuoi ammazzare?”
non sembra, ma questa è un’ultima sfida che non lascia scampo.
e adesso sta a veder che qualcuno dirà ancora che l’egoista era lui.
– un bigliettino sul tavolo:
“Addio a tutti quelli che mi hanno voluto bene,
Non a papà”.

il papà è un boss di camorra, col suo primo omicidio compiuto a 18 anni sulle spalle: è un boss di camorra fuori dal carcere, naturalmente, e non lo si sottolinea neppure, è naturale.
un grande quotidiano nazionale ne traccia la sconcertante, ma normale biografia criminale di uomo libero, in Italia:
Era stato nella Nco di Raffaele Cutolo, e alla fine degli anni ottanta era entrato in forze ai Casalesi, passando prima con il boss Tambaro e infine con il feroce Francesco Bidognetti, “Cicciotto ‘e mezzanotte”.
Il fratello del suicida quattro anni fa, a 14 anni, era stato ammazzato per uno sgarro: su una moto rubata aveva tentato di rapinare un ragazzo di una banda rivale, che aveva chiamato i suoi compari.
Un inseguimento in una strada deserta e poi l’esecuzione.

– un figlio che non vuole essere camorrista.
succede perfino questo.
e non gli resta che impiccarsi per dire di no.
succede in questo paese.
un ragazzino di 12 anni che dovrebbe essere considerato una vittima della camorra, dovrebbero ricordarlo con una manifestazione, intitolargli una strada per non lasciarne disperdere la memoria.
invece il suo gesto straziante viene relegato a uno di quei racconti mal compitati di cronaca nera, che si affidano spesso a qualche praticante che si sta facendo le ossa.
o all’omaggio postumo di un post come questo, scritto con la voglia soltanto di credere che quel gesto abbia avuto un senso.
e non lo ha, in un paese dove nessuno lo vede, quel senso.
– buona Pasqua di resurrezione.

per chi ha voglia di crederci, naturalmente: io so bene che quel ragazzino non tornerà più e che il suo stesso ricordo è dimenticato.

. . .

pian piano riprenderò a registrare in questo post una parte del gioco dei commenti che mi riguardano o mi coinvolgono, quella che si svolge fuori di questo blog, momentaneamente quasi del tutto sospesa durante il viaggio; saranno dunque registrati soprattutto quelli nuovi, nei prossimi giorni, e, come al solito, in ordine cronologico inverso.

ma datemi tempo, prendetevi tempo.

se ci rimane sempre meno tempo, proprio per questo è ancora più bello, il tempo che resta, buttarlo via.

il-vecchio-padre-tempo-portando-la-sua-falce-incisione-1883-d9dm3g a

. . .

https://suprasaturalanx.wordpress.com/2019/04/25/questione-di-scala/

bortocal15 April 25, 2019 at 6:49 am
per una strana coincidenza, proprio ierisera, ben prima di leggere questo blog, la stessa domanda è emersa alla cena di famiglia con cui si festeggiava il mio 71esimo compleanno: che cos’è la vita? e scoprivamo che nessuno sapeva facilmente rispondere.
più facile dire che cosa non è la vita: ad esempio, noi umani tendiamo irresistibilmente a identificare la vita con la coscienza, che non sono certamente la stessa cosa.
ad esempio poco fa io ero ancora addormentato: ancora vivo, sicuramente, ma altrettanto sicuramente non cosciente o non del tutto: diciamo cosciente in una misura tale che noi non la consideriamo sufficiente; ero probabilmente regredito al livello di coscienza di un lombrico, il lombrico primordiale che abbiamo dentro di noi, e che è pur sempre vivo.
è abbastanza evidente che, se la nostra prospettiva diventasse ad un certo momento quella di VIVERE perennemente in uno stato di sonno profondo, questa vita non dovrebbe parerci meritevole di essere difesa, e forse neppure l’occasionale apparizione di sogni anche coinvolgenti e coloratissimi riuscirebbe a farci cambiare opinione.
insomma, tutti coloro che parlano di DIFESA DELLA VITA dovrebbero parlare invece di DIFESA DELLA COSCIENZA, che è una cosa ben diversa.
naturalmente noi difendiamo il diritto alla vita del corpo addormentato solo perché pensiamo che possa risvegliarsi, altrimenti questa difesa ci parrebbe inutile; cioè difendiamo il diritto potenziale alla coscienza; e il principio si allarga anche ad altre situazioni, ovviamente, e resta da vedere con quali limiti obiettivi.
non che la coscienza sia poi molto più chiara, come concetto, della vita stessa; e lasciamo sullo sfondo la domanda cruciale se possa esistere una coscienza senza vita: ad esempio, un pc non è certamente vivo (certamente?), però potrebbe essere considerato cosciente?
evidentemente dipende dalla definizione che diamo di coscienza; ma se consideriamo la coscienza come la capacità di interagire con il mondo, prescindendo da quella cosa nebulosa che è la consapevolezza di sé, la risposta potrebbe essere un sorprendente sì.
è qui che si innesta la riflessione di Pasolini, a mio parere, che introduce un altro concetto ancora, che è quello di comunicazione, che dovrebbe essere ben caro a noi che amiamo scrivere.
ora, se dalla coscienza o dalla consapevolezza di sé passiamo alla comunicazione, ecco che il dubbio che aleggiava poco fa si dissolve del tutto: è ben possibile comunicare indipendentemente dalla vita e perfino dalla coscienza, almeno da un certo momento in poi.
da quando la comunicazione ha smesso di essere puramente affidata al corpo vivente e ha potuto materializzarsi come oggetto a parte, basta ESSERE STATI vivi e coscienti per produrla, ma la comunicazione prodotta non è sottoposta agli stessi vincoli temporali del corpo vivente e consapevole che la produce, e può ben sopravvivergli.
Pasolini va oltre le definizioni correnti e identifica la vita nemmeno più con l’autocoscienza, ma con la comunicazione.
siamo in un gorgo concettuale: si muore davvero non quando la vita fisica finisce, perché questa non ci impedisce di poter continuare a trasmettere comunicazione, se abbiamo lasciato forme di comunicazione che ci sopravvivono, ma quando la nostra comunicazione si disperde nella mancanza di senso per chi la riceve; soltanto allora siamo davvero morti, alla comunicazione almeno.
cosa – sia detto tra parentesi – che in diverse circostanze può capitare anche a persone ben vive e coscienti.
ma allora dobbiamo definire quella che chiamiamo grossolanamente vita come la comunicazione bilaterale? in altre parole l’unico valore della “vita” che merita di essere difeso è la capacità di dare e ricevere informazione?
provo a rispondere di sì, più che altro per vedere che cosa succede adesso.
ciao.

. . .

Al Lettore

bortocal15 25 aprile 2019 alle 07:22
piace che tu abbia impegni e perdipiù graditissimi, meno che ti leggeremo di meno.
buona attività, allora.

. . .

421 dalla Forra di Tremosine al Passo Nota

bortocal15 23 APRILE 2019 ALLE 09:26
questi sono posti del cuore per me: ho avuto un appartamento a Tremosine, proprio sul versante che porta a Passo Nota e camminate come queste le facevo spessissimo.
grazie di avere diffuso la conoscenza di questi luoghi e risvegliato ricordi e rimpianti.

Salvatore 23 APRILE 2019 ALLE 09:36
Grazie, mi fa piacere aver risvegliato ricordi dei tuoi luoghi la mia è stata un incursione per conoscere queste montagne racconteremo ancora di queste montagne… alla prossima
Sal e Paola

. . .

Phnom Penh via terra da Seam Reap, Cambogia

BORTOCAL15 Aprile 23, 2019 @ 6:51 am
che bello, Veronica, che hai ripreso le tue cronache cambogiane! avevo proprio voglia di ritornare in quel paese con te! 🙂
certo nel 2009 il percorso da Siem Reap a Phnom Penh lo avevo fatto quasi tutto attraverso il lago Tonlé Sap, in barca: ci avevo messo un giorno intero, ma ne era valsa la pena, anche considerando la bella scottatura da sole che ne avevo guadagnato!
mi impressiona moltissimo il tuo ritratto di Phnom Penh: davvero hai visto un’altra città rispetto a quella che avevo visitato io, ed evidentemente dieci anni sono bastati a stravolgere quella che era una quieta città a misura d’uomo dove era molto piacevole camminare a piedi, c’era pochissimo traffico e si poteva arrivare al grande fiume Mekong a guardare i barconi lenti che costituivano la principale via del traffico commerciale.
come procede veloce il suicidio dell’umanità drogata dal consumismo…, si stringe la bocca dello stomaco.
e che cosa viaggiamo a fare, se viaggiamo nell’effimero, e quel che vediamo e conosciamo è destinato a sparire così rapidamente?
sono quasi contento di non avere lasciato quasi traccia scritta del mio passaggio cambogiano e di averlo tenuto soltanto nella mia mente.

Salvatore Aprile 23, 2019 7:14 pm
la parola giusta l’ha detta bortocal “impressionante”, forse non riuscirò a fare il tuo stesso viaggio ma la lettura di questo articolo mi ha impressionato… sulla strada (on the road) è meglio andarci lentamente… adagio… secondo me la frenesia e il caos fa perdere la poesia di certi luoghi… l’ho letto anche tra il tuo racconto… ma forse mi sbaglio. […]

VERONICA Aprile 23, 2019 @ 3:46 pm
Ciao Mauro😍😍😍
Intanto bentornato da Lisbona…
Quanto alle cronache ho dovuto spremere il cervello cercando di ricordare i dettagli poichè mi si è rotto il cell e lì tenevo i miei appunti di viaggio,nelle note😅😂
Fortuna che mancano solo gli ultimi tre giorni quindi non dovrebbe volerci molto…
Quanto a Phnom Penh purtroppo questa è diventata e ti invidio per averla vissuta con la calma di 10 anni fa…ora è un caos pazzesco😅
Ma lo sai che ci avevo pensato pure io a scendere in barca dal Tonlè Sap????
Ha vinto però la curiosità dell’on the road😜
Ti abbraccio forte forte

BORTOCAL15 Aprile 25, 2019 @ 5:54 am
tra pochissimi giorni, sull’altro blog, quello del decennale, comincerò a ripubblicare i pochi post che riuscii a scrivere allora sul mio viaggio in Cambogia di dieci anni fa.
l’on the road lo riservai al viaggio dalla capitale a Sihanoukville, a quanto ricordo.
capisco bene l’annebbiamento dei ricordi che segue il viaggio, sta succedendo anche a me col Portogallo e a pochissimi giorni di distanza.
le cronache di viaggio vanno almeno impostate al momento; ho pensato addirittura in questo viaggio, quando mi sono reso conto che non sarei mai riuscito a far tenere alla scrittura il passo delle camminate, che si potrebbero registrare brevi commenti parlati in situazione, ma non ho avuto il coraggio di farlo: mettersi a parlare da soli nel telefonino… 🙂 🙂 🙂
certo che se poi si rompe il telefonino o peggio lo si perde anche, come successo a me nel bortoround… 🙁
insomma, jella condivisa, ma credo che in viaggi impegnativi il guasto degli apparati sia da mettere assolutamente nel conto come inevitabile: non ci si deve chiedere se, ma quando.
occorre portarsi via un HD esterno di riserva e ogni sera riprodurre le foto, per garantirsi meglio: e poi cercare di non farsi rubare o perdere la valigia… 🙂

. . .

Ceylon

bortocal15 21 aprile 2019 alle 21:54
e pensare invece ai tamil?
gli islamici sono molto molto pochi in quel paese, ne ho visto qualcuno solo a Galle.
(ricambio gli auguri dell’altro post, naturalmente)

Anghessa 21 aprile 2019 alle 23:07
No! I Tamil storicamente non hanno avuto screzi con i Cristiani .la comunità musulmana e in lotta, sia a contro induisti che contro buddisti. Seguendo il tuo blog ho realizzato che hai frequentato la zona

bortocal15 22 aprile 2019 alle 08:22
sì, ci sono stato ma soltanto come viaggiatore o turista nel 2004 e nel 2006.
l’osservazione sui buoni rapporti fra tamil e cristiani è molto convincente, e tuttavia lascia perplessi l’inquietante coincidenza con la strage dei tamil di dieci anni fa della quale mi sono reso conto proprio rivedendo il mio blog nel decennale.
ricordo ancora le conversazioni sul tema avute con un gruppo di studenti dello Sri Lanka centrale qualche anno prima…
resta da aggiungere che massacri così consistenti sono tutt’altro che rari in quel paese e che una guerra civile sanguinosa come quella con la minoranza tamil lascia profonde tracce anche psicologiche.

. . .

https://suprasaturalanx.wordpress.com/2019/04/21/primavera-2019-poesia-doccasione/

corpus15 https://corpus15.wordpress.com/ April 21, 2019 at 7:46 pm
abbiamo provato ad opporci a chi non è gentile diventando poco gentili a nostra volta, ma pare che questo non faccia altro che rafforzare la mancanza di gentilezza.
a questo punto non ci rimane che restare gentili in ogni modo, e vediamo se in questo modo funziona meglio.
poco fa sono passato a controllare, fra gli altri, i due albicocchi che ho piantato il mese scorso: pare che abbiano attecchito, nonostante la siccità-
in questo vedo tanti di quei significati simbolici che certamente prima o poi qualcuno definirà una sorprendente prova di ingenuità.

gaberricci April 21, 2019 at 8:24 pm
“Anche la rabbia per le bassezze/distorce i tratti del viso”…
Spero di no.

bortocal15 April 22, 2019 at 6:43 am
vedi? lo diceva anche Brecht.
per questo non dobbiamo concedere ai rabbiosi neppure la nostra rabbia.
di soffrire non possiamo fare a meno, ma di trasformare il nostro dispiacere in rabbia forse sì.


6 risposte a "ritorno pasquale a una casa chiamata blog – bortoblog 19"

    1. sì, però non ricordo che fossero così numerosi.

      ah già, ma allora li bocciavano e ce li toglievano dalla vista: ecco perché ci siamo creati tante illusioni sull’essere umano…

      del resto la democrazia, se deve essere intesa come il governo della maggioranza bruta, deve essere per forza il governo dei cretini.

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  1. “non stiamo piangendo le vittime del terremoto, stiamo piangendo le vittime della speculazione.”
    Quanto è vero.

    Mi si sono legati una serie di ricordi nella mente, leggendo quel post di dieci anni fa (Cristo, dieci anni fa), quando ancora non si sapeva che qualcuno, quella notte, ben lontano da L’Aquila, ovviamente, aveva riso…
    A L’Aquila avevo conosciuto un ragazzo di Napoli che, durante le vacanze di Natale del primo anno di medicina (l’unico anno prima del terremoto), si uccise, appunto impiccandosi. Non penso avesse storie di camorra in famiglia, eppure, come dico sempre, qualcosa è risuonato.

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    1. vedo che sei risalito anche al post originale e sento quanto profondamente ti ha toccato, come bene posso comprendere.

      si aggiunge la testimonianza che hai dato tu, che, per quel che vale, ha turbato anche me.

      la mia frase che hai citato era audace in quei primi giorni dalla tragedia, ma il tempo le ha dato ragione, e vorrei dire “purtroppo”-

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  2. Bentornato e buona Pasqua.
    Il secondo commento, quello dei radical chic che devono imparare la cattiveria si riferisce a Herman Koch (Tuttolibri di ieri, La Stampa, prima pagina).
    Koch ebbe molto successo con La cena, che ho letto, libro duro, ma interessante. La classe sociale a cui si riferisce è alta, apparentemente molto aperta di idee, ma anche ipocrita. In questo caso può anche avere senso un’ espressione odiosa come “radical chic” , che normalmente viene usata a sproposito dai simpatizzanti per Salvini, per definire chi ha idee che tendono a sinistra, anche se non appartengono a quella classe sociale e non sono ipocriti, né radical, né chic.
    Quindi è il dover imparare la cattiveria che non condivido, casomai dovrebbero imparare la coerenza. Tra parentesi, Koch mi sta un po’ antipatico con tutto il suo cinismo, anche se è bravo.
    Dai per oggi basta, che devo andare “a fare le uova”. Detto così mi puoi dare della pollastrella. 😀

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    1. ottime puntualizzazioni, preziose! (non ricordavo più bene dove lo avevo letto…)

      strano che nessuno dalla parte opposta pensi mai di definire certi seguaci di Salvini per quel che sono: cafoni e burini, zotici e villani.

      forse lui esprime bene, anzi benissimo, il senso di rivalsa e di inferiorità dell’Italia incolta che vuole fare da sé?

      in ogni caso, non pensiamo troppo a queste cosacce, è una bella giornata di primavera, cioè Pasqua.

      auguri di godertela bene, e covale bene le uova… 🙂

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