l’incomprensibile Fabrizio a Lisbona [Portugal 2.10] – 190

mi accorgo di non avere detto, nella cronaca della giornata di venerdì della settimana scorsa a Lisbona, che alla mattina avevo raccolto tutti i miei bagagli (o almeno credevo) ed ero andato a metterli al deposito dell’ostello fighetto che mi aveva accolto per la prima notte, in vista del passaggio, rinviato alla sera, ad un altro, cioè a quello dell’anno scorso.

naturalmente ne avevo anche approfittato per rivedere nella luce dell’alba quella meravigliosa terrazza affacciata sul mare, sia pure un poco discosta, come del resto ho già raccontato.

non ho invece confessato che poi la sera, al rientro dalla mia prima lunga camminata fino all’orto botanico, e prima di lasciare, per sempre e senza nessuna intenzione di ritornarci mai più, quel posto, tanto elegante quanto arido e rumoroso, ero risalito a lustrarmi comunque gli occhi sulla terrazza, e con questo intendo non soltanto riferirmi all’azzurro di quel fiume che sembra quasi mare, ma a tutta quella bella gioventù in succinti costumi da bagno e bottiglietta di birra incorporata che se ne stava a fankazziare sui bordi della piscina annessa.

mancano foto di quelle belle rotondità a volte un po’ troppo gelatinose e precocemente aggredite dalla sindrome del sedere inattivo, come adesso viene perifrasticamente chiamata la cellulite.

ma nessuno ha la pietà umana di avvisarle, quelle ragazze? sono ancora giovani, ma non riescono a controllare il loro lato b, e non è il caso di esporlo.

in ogni caso, altre immagini sono fortunatamente più attraenti, né mancano le coppie che si baciano, perfettamente in forma in entrambi i lati e in entrambi i componenti.

be’, alla fine ho fatto come i bambini che si lasciano trascinare via dalla vetrina dei giocattoli: del resto sento bene che questo non è il mio mondo; è il futuro, ma io sono del passato: tutta questa efficienza, tutta questa perfezione troppo leccata per non essere semplicemente in vendita non fanno per la mia mente imbevuta di valori passati di moda.

. . .

così ho fatto i circa duecento metri che mi separavano dall’ostello dove ero stato l’anno scorso, e che non risultava libero la prima sera, ma dove avevo prenotato le due successive: vecchi parquet, letti a castello non proprio comodissimi, ma una cucina disponibile e una ricca colazione a buffet che mi serve quasi da primo pasto della giornata: il tutto ad un prezzo ovviamente inferiore.

all’arrivo mi accoglie una ragazza, un po’ freddina, che mi fa pensare quasi che sia cambiata la gestione, e che non riesce a risolvere il problema dell’indispensabile riduzione, che mi serve per ricaricare netbook e macchina fotografica digitale, aggeggi che sono entrambi oramai come perifrasi esterne e quasi protesi del mio cervello, che gli sono vitali per funzionare.

ma l’accoglienza amichevole che ricordavo si concretizza alla sera nella persona del gestore, che parla qualche parola di italiano per essere vissuto quattro mesi a Torino, qualche anno fa.

fisicamente non ho un ricordo preciso di lui, né lui ovviamente di me; però dopo che ho stabilito che DEVE essere lui, perché anche l’anno scorso qui mi si parlava in italiano, come accuratamente registrato nel post, ecco che qualche confusa rammentazione riemerge, anche se rimane nel limbo indistinto di una specie di madeleine proustiana…

e, cosa ancora più straordinaria, quest’uomo affabile apre un altro cassetto dei tesori, raspa in mezzo a diversi tipi di riduzione lì dentro abbandonate, e mi risolve il problema trovando quella giusta: respiro, e mi butto in camerata a scrivere subito.

. . .

in questo stanzone di letti a castello non ci sono le chiavi per mettere il proprio bagaglio al sicuro, come nell’ostello che ho lasciato, ma non me ne preoccupo molto: in tanti anni negli ostelli non mi è mai stato rubato nulla; chi accusa di averlo derubato chi condivideva la camera con lui, è più facile, invece, che sia uno che perde le cose come me.

del resto non c’è neppure troppa gente nella camerata; forse anche questo modo casalingo e sobrio di viaggiare in economia e apertura mentale sta uscendo di moda…

individuo soltanto un ragazzo che mi pare italiano, ma è nel terzo letto dopo il mio e tra noi due sta una ragazza, che ci impedisce di vederci bene; e poi non ho molta voglia di italiani, tremo al pensiero, sono sincero.

. . .

invece è proprio il gestore dell’ostello a presentarmelo, in cucina, la mattina quando sto per uscire per la mia prima camminata lisbonese; lui è entusiasta che siamo in due italiani e possiamo socializzare, e anche forse aiutarlo a fare un poco di esercizio nella pratica della nostra lingua: però un momento dopo non mi ricordo già più il suo nome, ma tra quel ragazzo e me rimane un filtro opaco che non saprei spiegare.

ci eravamo dati appuntamento per la sera, comunque, ed ecco che al mio rientro me lo ritrovo, quasi come mi aspettasse; devo richiedergli ancora come si chiama: era un nome latino di tre sillabe, questo me lo ricordo; no, non era Alberto né Francesco, questi non sono nomi latini…

“allora piacere per la seconda volta: Fabrizio”

“piacere, Mauro”.

. . .

Fabrizio ha certamente superato i trent’anni (ne ha 36, saprò con la conversazione che seguirà), un viso regolare, ma attraversato sul lato destro da una stranissima e netta ruga verticale, che sembrerebbe quasi una cicatrice se non fosse così sottile: parte dalla fronte attraversa sicura tutta la guancia, senza deviare un attimo: non riesco assolutamente a immaginare come possa formarsi su una faccia una ruga simile.

lo sguardo di Fabrizio è un poco sfuggente, ma ecco la sua storia: vive in un grosso centro del mantovano (mi ricordo quale, ma a che serve dirlo?), è laureato in scienze della comunicazione, non sa il portoghese e, quando gli dico che, per il motivo per cui è qui, dovrebbe iscriversi subito ad un corso, mi risponde che prima vuol vedere come buttano le cose.

Fabrizio infatti non è qui per una vacanza, ma ha raggranellato circa 1.000 euro dei suoi risparmi e ha deciso di investirli qui, nella ricerca di un lavoro.

immagino che la forza dei pregiudizi in cui tutti viviamo induca qualcuno a chiedersi, con uno sgomento un poco partecipe sul futuro destino di Fabrizio, come possa un italiano venire a cercare lavoro in Portogallo.

abbiamo ancora l’immagine del Portogallo come un paese depresso, schiacciato dal debito e vagamente torpido? togliamocela dalla mente; per pura coincidenza ne parlavo proprio pochissimi giorni prima di partire nella parte finale di questo post: https://corpus15.wordpress.com/2019/04/08/flat-tax-non-flatus-vocis-169/

il Portogallo, paese dall’economia sinora piuttosto modesta, in questi ultimi tempi sta conoscendo ritmi di sviluppo cinesi; è difficile fare foto di un panorama senza che qualche gru emerga dallo sfondo; i prezzi delle case sono altissimi ed è presente, chiaramente, un mercato di acquirenti molto ben dotati finanziariamente; il paese si indebita, ma in infrastrutture ed investimenti, non per pensionamenti anticipati.

dal 2010 il tasso di disoccupazione è passato dal 12% circa all’attuale 6,7%, mentre in Italia nello stesso periodo passava dal 8,8% della fine del 2008 a circa l’11%.

ma è la disoccupazione giovanile il vero dramma italiano: al 31,7%, più del doppio della media del Vecchio Continente (15,6%): ma meglio parlare di migranti da bloccare (in ingresso!), no?

dunque la scelta di Fabrizio ha una sua logica, e lui è uno di quei 200.000 italiani che anche quest’anno lasceranno il paese per cercare lavoro altrove nel mondo.

. . .

ma giacché stiamo parlando di pregiudizi da sfatare, togliamone subito di mezzo anche un altro: il Portogallo, che è certamente un paese dell’Europa meridionale, non per questo è un paese mediterraneo: usare questi due aggettivi come sinonimi è sbagliato.

il Portogallo è un paese atlantico, come i Paesi Bassi e l’Inghilterra e ha molto tratti comuni con loro, come alcuni aspetti del clima, sorprendentemente più freddo per noi che veniamo dal bacino interno, dato che l’affaccio sull’Oceano lo rende ventoso, e cioè rapidamente mutevole; ma anche alcuni aspetti della tradizione artistica, con un’influenza evidente dell’architettura inglese e della pittura fiamminga; e da ultimo forse anche per alcuni aspetti della psicologia di questo popolo, che rimane a me e a molti sfuggente; insomma, secondo me, forse sono un poco tedeschi, questi portoghesi.

proprio ieri raccoglievo opinioni diverse da alcuni che ci sono stati; e alcuni sottolineavano con me il carattere piuttosto chiuso e riservato, molto lontano dall’espansività, a volte chiassosa, dei popoli mediterranei; altri, invece, la generosità, la delicatezza e la disponibilità, anche se pur sempre trattenute da una specie di pudore educato nelle loro manifestazioni.

in parte risolvo il problema osservando una specie di distribuzione regionale dei giudizi: il secondo appartiene di più a chi ha visitato il nord, il primo a chi conosce il Portogallo soprattutto nel suo versante meridionale; distribuzione sorprendente per noi italiani, dato che è proprio opposta alla nostra, e io credo che vada ricondotta all’influsso arabo che nel Portogallo meridionale è rimasto radicato più a lungo.

e infatti, anche in Italia, se si osserva bene, il dominio arabo diretto in Sicilia e Sardegna ha lasciato nelle popolazioni locali un’abitudine alla reticenza, al riserbo, al pudore, molto marcata; e va, a mio parere, chiaramente riportata all’avere dovuto vivere, per secoli, come minoranza religiosa, tollerata sì, ma sempre in pericolo; e in questo ha qualcosa in comune con un atteggiamento simile che era proprio delle minoranze ebraiche in Europa.

. . .

in questo tipo di paese dunque Fabrizio cercherà di costruire il suo futuro, e anche da questo secondo punto di vista mi pare che abbia scelto bene: infatti, via che lo conosco, mi rendo conto che anche lui è un poco introverso, per nulla esuberante e tranquillo; dovrebbe trovarsi bene qui.

“con gli studi che ho fatto avrei tutto il diritto di puntare ad un lavoro altamente qualificato, ma in Italia ho capito che non lo avrò mai, e qui sono disposto a fare qualunque cosa, sto portando il curricolo in giro per ristoranti e pizzerie”.

“fai bene: si comincia in qualche modo, e poi ci sarà sempre tempo per guardarsi intorno e farsi conoscere meglio: del resto, per puntare più in alto, dovrai acquisire la lingua”.

. . .

a questo punto nel mio resoconto si mescolano le conversazioni con Fabrizio della seconda sera in quell’ostello con quelle della terza.

“ero stufo di dipendere dai miei: mio padre e mia madre mi vogliono bene, certo, ma si preoccupano troppo per me, li sento come oppressivi; anche stasera ha telefonato mia madre e poi mi ha passato mio padre: hanno paura che i miei soldi finiscano”.

e da qualche altra frase capisco che nei 1.000 euro di budget deve essere compreso anche il biglietto per il ritorno, eventualmente; penso che Fabrizio è qui da una decina di giorni, come mi ha detto, e dunque se ne è già mangiato almeno un terzo.

per ora lui continua a girare la mattina, ovviamente non può dedicarsi a Lisbona altro che per quel che ne può cogliere dalle strade senza permettersi nessun museo o niente altro.

alla luce dell’esperienza della seconda giornata gli dico che ci sono certe zone meno centrali ed abitate soprattutto da immigrati dove ho visto ostelli che saranno certamente meno cari, ma lui mi ribatte saggiamente che quello che risparmierebbe per la camera, lo spenderebbe poi in trasporti per venire in centro, visto che il lavoro immagina di poterlo trovare qui, e dunque non gli conviene,

“ma hai fatto, almeno, un accordo per farti fare uno sconto, visto che ci resti un mese?”

“no, non ci ho pensato”.

ci penserò io, la mattina dopo, mentre ci prepariamo la colazione, a buttarla lì al gestore, che deve fare uno sconto a Fabrizio, e lui mi dice subito di sì: speriamo adesso che Fabrizio se lo faccia fare effettivamente.

dico “speriamo” perché la sensazione che Fabrizio sia in qualche modo bloccato, che ho avuto dal primo momento che l’ho appena intravisto, si va radicando sempre di più: che cosa c’è in lui che non va?

finora l’ho classificato mentalmente dentro la categoria “giovane italiano disoccupato in fuga all’estero”, ma sto cominciando a rendermi conto che non è sufficiente, o forse addirittura non è quella giusta.

. . .

è qui, la mattina, che Fabrizio mi propone di mangiarci assieme a cena una pastasciutta che cucinerà lui qui nell’ostello: ha comperato della pasta, dell’olio d’oliva e del peperoncino: mi piace piccante? rispondo di sì e riassumo l’evoluzione del mio gusto attraverso i viaggi in India; e tuttavia alla prova dei fatti la sua pasta olio aglio e peperoncino sarà piuttosto indiana che italiana.

al tavolo davanti agli spaghetti la sera, dopo un’altra mia camminata per Lisbona che devo ancora raccontarvi, emerge qualcosa di più della storia di Fabrizio, che aveva un lavoro nel suo paese, ma l’ha perso, che ha attraversato una crisi grave – racconta – che l’ha portato dallo psichiatra per una forma di depressione, che sta cercando di tenere sotto controllo con medicinali, ma che aveva anche cominciato ad affrontare con una seria analisi dei suoi conflitti…

c’è stato anche un periodo nel quale li affrontava col bere, confessa: beveva in compagnia soltanto, per imitazione, per sentirsi meglio nel gruppo degli amici, ma ora ha smesso, è totalmente astemio.

certo, al suo paese molti gli vogliono bene e si occupavano di lui, ma oramai si sentiva pesare addosso lo stigma del matto e capiva bene che non aveva nessuna possibilità lì.

. . .

ecco il raggio di luce che mancava: ma com’era possibile che fin dal primo momento si percepisse un disagio in lui, anche soltanto al primo vederlo, e istintivamente si cercasse di evitarlo?

com’è possibile che ciascuno di noi porti in giro un’immagine esterna di se stesso che a lui rimane del tutto ignota, ma che permette agli altri di classificarlo ed eventualmente anche di escluderlo?

ciascuno di noi sente se stesso come normale, ma poi non sa che può pesargli addosso una specie di fisionomia sconosciuta che lo rende riconoscibile agli altri…; giriamo con le nostre spaventose ferite e mutilazioni interiori stampate sulla faccia, ma non lo sappiamo: gli altri ci guardano in un modo che per noi diventa il modo naturale di essere guardati al mondo, ed invece è soltanto nostro, per quella rivelazione a noi oscura che dicono la nostra faccia, il nostro modo di muoverci, nel caso di Fabrizio perfino la ruga misteriosa che sembra tagliare via un terzo del suo volto.

Fabrizio mi parla del padre, un uomo generoso, fisica mente massiccio, invadente, prepotente senza volerlo, per pura esuberanza e non per mancanza di rispetto; e non sa che quel padre, dal quale è fuggito, se lo porta non visto appollaiato addosso come una scimmia sulla schiena: e nessuno lo vede, ma tutti lo riconoscono.

è la sua depressione; ne ho una conoscenza indiretta, ma abbastanza vicina e gli racconto, perché il suo io ne faccia l’uso che crede – io non gli darò spiegazioni che del resto mi pare abbia già trovato a tentoni anche lui -, della mia amica bresciana in anni in cura per una depressione gravissima e insuperabile che ha cominciato a stare decisamente meglio, a sorpresa, dal momento in cui la madre ultranovantenne è morta.

. . .

già nella conversazione ho notato, senza darci troppo significato, qualche rapido slittamento di opinioni di Fabrizio per adeguarle alle mie: per uno che viene dalla bassa mantovana parlar male dell’ondata leghista potrebbe essere quasi normale, del resto io non ho detto ancora una parola, e non credo che il mio antirazzismo mi si legga in faccia (oppure sì?), ma che cosa pensa esattamente Fabrizio degli immigrati mi sfugge, ci sono delle contraddizioni con le quali mi pare che cerchi di rendersi gradito; ma questa sua scivolosa mancanza di punti di riferimento saldi, invece è piuttosto inquietante per me.

ma in ogni caso, penso di ricambiare la cena che mi ha offerto con una birra in un locale della movida lisbonese della strada rosa, che del resto abbiamo giusto qui a 200 metri dall’ostello:

è un bar libreria, i libri stanno protetti da reti davanti agli scaffali, lo spazio è ridottissimo e si sta tutti accalcati, ci sono ragazzi che fanno della musica da improvvisazione decisamente di qualità, qualche sorriso le ragazze lo scambiano volentieri anche col vecchio peterpan venuto dall’Italia, che riesce, muovendosi maldestro, anche a rompere un bicchiere, ma non c’è problema.

a Fabrizio la musica piace e me lo dice soddisfatto, ed anche a me: i musicisti si alternano, un batterista veramente virtuoso, nel senso settecentesco del termine (per il resto credo di no), lascia il posto ad un altro che sembra specializzato nella batteria soft e sentimentale, scusate se non trovo aggettivi, ma spero di rendere l’idea.

a me capita di pensare che ci starebbe bene mio figlio bassista in questo contesto; però la terza camminata di Lisbona ancora non descritta è stata particolarmente dura; aggiungete che io poi sono tendenzialmente refrattario a queste forme di socializzazione così superficiale da esprimersi soprattutto attraverso il dondolare tutti insieme la testa al ritmo, quasi senza saperlo, con un bicchiere in mano.

“Fabrizio, scusami, ma devo andare a dormire, sono piuttosto stanco; resta qui tu, ti dispiace se torno all’ostello e vado a dormire?”

“no, no, vengo anche io: questa musica non mi piace”.

aveva detto, cinque minuti prima, che gli piaceva molto: ma la sua dipendenza dall’interlocutore è esasperata, direi patologica.

. . .

la sera dopo ancora, l’ultima mia di Lisbona, ci ritroviamo all’ora di cena nella cucina dell’ostello, ma io sono già passato dal ristorante a buffet, dove, grazie all’esperienza maturata, mi sono riempito il piatto in maniera tale che, quando viene la ragazza a compilare il tagliando con cui pagare alla cassa, mi chiede tre volte, ho detto tre, se ho preso un buffet solo…

tuttavia mi fermo a fargli compagnia per la nuova pastasciutta al peperoncino piccante e mi spingo fino a mangiare ancora due spaghetti rigorosamente numerati e non per modo di dire…

sono gli ultimi momenti che passiamo insieme; Fabrizio esprime ancora, anche senza parola, questa voglia estrema di compiacermi, questo desiderio di essere accettato, che a me crea disagio, vigliaccamente credo di dover dire.

e tuttavia lo vinco e gli dico che possiamo restare in contatto via mail se vuole: sinceramente sono anche davvero curioso di sapere come finirà la sua storia a Lisbona, e contemporaneamente tremo nel chiederglielo perché sono sicuro che mi dirà di sì e ancora una volta io tornerò da un mio viaggio con qualche amicizia problematica in più: l’anno scorso non fu forse Rui, l’artista di Porto, con cui ci scriviamo ancora e che si è messo a studiare l’italiano e ora mi scrive addirittura nella mia lingua? 

Fabrizio invece è lapidario: “no, scusa, non sono uno scrittore”.

la frase mi è rimasta addosso, come il suo ultimo enigma, che però sento straordinariamente azzeccato.

come avrà fatto a capire che mi piace scrivere? non gli ho rigorosamente detto nulla neppure del blog.

ma evidentemente anche io mi porto scritto in faccia, senza saperlo, il segno dei miei problemi mentali, che questo lunghissimo post dimostra bene…

IMG_20190414_225416

il campanile della chiesa di San Paolo di Lisbona, come si vedeva dalla mia finestra nell’ostello

. . .

la mattina dopo, quando parto per Setubal, c’è il tempo di un saluto all’alba, ma non ci abbracciamo, non ci diamo neppure la mano: una pacca sulla spalla e via.

 

 

 

 

 

 

 

 


12 risposte a "l’incomprensibile Fabrizio a Lisbona [Portugal 2.10] – 190"

  1. grazie, ogni tanto serve un commento di approvazione…

    non so dire quanto è cambiata Lisbona, perché l’ho vista solo l’anno scorso per la prima volta: allora ci arrivai in autobus da Fatima e il mio giudizio fu condizionato da questo ingresso attraverso la sua periferia immensa e postmoderna; quest’anno ci sono arrivato in aereo e poi col metrò e già la città si è presentata in un modo più incantato.

    la post-modernità aggredisce anche Lisbona da molte parti, e si aggiunge il peso di essere capitale; comunque molto di vitale resiste e certamente la vita culturale è molto viva e la posizione fantastica.

    per qualche verso Lisbona mi appare la San Francisco d’Europa, come la città californiana all’estremo occidente del continente e come lei con un grande ponte sospeso rosso che introduce all’oceano…

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    1. Chissà se potrò ritornare a viaggiare.
      Era così bello preparare il terreno, leggere, documentarmi e poi, una volta arrivata, andare spesso in giro non seguendo itinerari preconfezionati, fermarmi ad ascoltare chi parlava, guardare le persone che incrociavo, arricchirmi di altre visioni e punti di vista e cercare la bellezza dei luoghi, della luce nelle diverse ore del giorno, fotografare particolari che mi colpivano…
      Ora che sono quasi bloccata in casa, provo a “viaggiare” con la mente, ma non ci riesco, è l’immersione nell’altrove che mi manca.
      Per questo appena posso leggo i tuoi post, mi piacciono proprio perché sono lunghi e generosi.

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      1. hai descritto così bene il mio modo di viaggiare, che è anche il tuo, che capisco benissimo come mai ti piacciono i miei post di viaggio!

        credo anche io che il viaggiare con la mente non sia la stessa cosa: la fatica fisica, il corpo che non è più scattante come un tempo e si lamenta a modo suo, eppure sono sensazioni importanti; e poi l’emozione di una sorpresa che nasce solo dal contatto diretto con i luoghi e con le persone…

        non conosco bene i tuoi problemi attuali e non voglio darti parole di conforto generico, ma sento che non escludi la possibilità di riprendere a viaggiare e quindi vedo buone premesse, in questa stessa speranza… 😉

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              1. è una lettura massacrante, ti avviso: sono oltre 700 post.

                ma puoi usare l’indice iniziale, a più livelli, che ti rimanda agli indici per paese, per saltare qua e là e sceglierti i post e i posti che preferisci 🙂

                buona lettura, e se vorrai, anche qualche commento… 🙂

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                  1. effettivamente i viaggi virtuali sono il meglio in questi casi.

                    anche qui oggi si consiglia la quiete dei viaggi virtuali: tempo acquoso, freddino, l’orto l’ho già curato ieri, e me ne sto al calduccio della casa e leggo e scrivo molto volentieri…

                    meglio quasi così che quando c’è un sole smagliante e malandrino! 🙂

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