Belem è Lisbona? [Portugal 2.11] – 192

domenica 14, quando mi risveglio all’ostello, piove; non che questo mi distolga da una nuova camminata, questa volta verso l’estremo sobborgo ovest, Belem, ma decido di lasciare a casa l’ombrello che ieri mi aveva intralciato parecchio: il mio mitico giaccone di pelle anni Ottanta, con una cuffia di lana in testa, farà la funzione sua.

solo che il giaccone non si trova; qualcuno dall’Italia tifa che sia andato disperso, visto che da anni lotta inutilmente per ricondurmi ad un abbigliamento meno casual, per dir così, ma io mi scervello bene invece per ricordare dove potrebbe essere finito: è una questione di identità da difendere, come faccio da anni anche contro i mielosi attentati sotto forma di regalo: se io non fossi vestito male, non sarei più io…

che lo abbia lasciato nel portabagagli dell’aereo addirittura? sarebbe un dramma dover tornare fino all’aeroporto a cercarlo; che me lo abbiano rubato qui? ma no, non ricordo di averlo depositato da nessuna parte; al massimo potrei averlo lasciato su una sedia della zona pranzo; insomma, l’ipotesi più ovvia è che lo a abbia lasciato al primo ostello, ma non ci conto; e invece, appena entro, lo trovo proprio lì, appeso ad un attaccapanni: non solo lo hanno ritrovato, ma nessuno se lo è anche preso – cosa peraltro improbabile, considerato quanto è liso.

comunque eccomi rientrato nel look di un già attempato Fonzie, e posso finalmente partire, con le mie scarpe da parata e fotografare, per festeggiare, il primo divertente murale che trovo sul lungo-Tago.

ah, aspettate, visto che mi sento un sassolino nella scarpa reale e, quando ho pensato di toglierlo, ho scoperto invece che dovevo tenermi il fastidio, dato che era uno spuntone del fondoscarpa, fatemi almeno togliere un sassolino virtuale: non si dice murales, come leggo dappertutto, per indicare alla spagnola un mural; murales è soltanto plurale, o bestie; e quindi smettetela di dire che avete visto un murales di Ribeira…; al massimo avrete visto dei murales, oppure un mural soltanto, ma fate prima a dirlo come mamma vi ha insegnato e parlare cristianamente di un murale.

comunque, eccolo:
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ma mi sposto quasi subito nella strada più interna, a monte, oltre la ferrovia, che mi permette di camminare tra le case della città più antica; e faccio bene, perché faccio il primo incontro non programmato della giornata: il Museo Nazione di Arte Antica.

con questa definizione in Portogallo non ci si riferisce alla mitica età dei romani, come facciamo noi, ma semplicemente all’arte che precede la modernità, ed eccomi in un antico edificio che ha la sua solennità e ospita una raccolta di opere che fa ben impallidire il Museo Gulbenkian del giorno prima.

vi risparmierò una descrizione accurata, ma non l’accenno ad alcune importanti emozioni:
la sorpresa di un trittico di Bosch:
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e sorpresa nella sorpresa, per la prima volta osservo un Bosch del tutto inconsueto nelle ante che lo chiudevano, dove si trovano raffigurazioni un po’ più tradizionali, ma pur sempre affascinanti:
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c’è poi un Maddalena del Tiziano, prestito del museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, che ha la forza espressiva di un intero romanzo, ed è una specie di film sintetizzato in un fotogramma solo:
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penultima sorpresa: un Sant’Agostino di Piero della Francesca, e vado ad aggiungere la foto al mio post dedicato alla sua figura e alla sua tomba a Pavia:
https://corpus15.wordpress.com/2019/04/06/agostino-a-pavia-la-crisi-climatica-e-il-rifiuto-cristiano-del-consumismo-167/

e poi un inconsueto Della Robbia che rappresenta un monaco domenicano che sparge profumo di Inquisizione, e sta davanti ad un arazzo dedicato all’epopea delle scoperte geografiche e delle conquiste portoghesi…
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ma la camminata riprende in un paesaggio urbano che continua a rivelare scorci originali, perfino quando offre le pareti delle case a gigantografie pubblicitarie:

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ma ecco di nuovo la riva del Tago e il grande ponte sospeso rosso, dedicato alla rivoluzione del 25 aprile, che pose fine alla dittatura fascista, e che fa di Lisbona la San Francisco d’Europa, come scrivevo ieri in un commento, dato che anche lei è all’estremità occidentale del continente, a poca distanza dall’oceano e affacciata su un’ampia distesa d’acqua aperta: apertura fisica, ma che suggerisce anche apertura mentale e spirito d’avventura.

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arrivato qui, proprio in un pilone del ponte scopro che vi è un museo dedicato a questa costruzione affascinante.

proprio ieri la blogger lillyslifestyle, che vive a Lisbona e ha un blog che ne promuove la vita culturale e le bellezze, scriveva di alcune curiosità della città che nessuno ci racconta: https://lillyslifestyle.com/2019/04/22/curiosita-in-portogallo-quello-che-nessuno-vi-racconta-n-3/

una di queste è proprio 4-  la TERRAZZA VERTIGINOSA SUL PONTE ROSSO DI LISBONA; be’, io me la sono scoperta per conto mio e ve la sto proprio raccontando in questo momento, naturalmente in forma visiva, perché a raccontarla con le parole ha già pensato lei: 

Avete già provato il brivido di salire su una terrazza di 80 metri con una magnifica vista sul fiume di Lisbona? È il pilar7, uno dei pilastri che reggono il famoso ponte rosso della città che è stato trasformato in una sorta di museo sulla costruzione del ponte ed ha una terrazza vertiginosa solo per i più temerari. Se avete lo stomaco forte, guardate il video in basso.

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emozioni visive e dati scientifici, addirittura ingegneristici, ed esci che ti sembra di avere fatto un’esperienza importante.

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ma sono soltanto, o dovrei dire siamo?, al km 3: veramente un piede, quello del finto sassolino sotto, comincia a farmi male, ma che sarà mai: i nuovi spettacoli non mancano e non si fa a tempo ad annoiarsi o ad ascoltare il dolorino.

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non manca neppure un monumentone dedicato al grande Portogallo dell’età dell’oro delle scoperte e dell’impero coloniale, decisamente magniloquente e bugiardo nella sua enfasi nazionalistica, che del resto sembra che in tutto il mondo abbia lo stesso stile.

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ma l’ambientazione è tale, che a Lisbona si perdona tutto.

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insomma, a voi non sembrerà, ma ve l’ho anche fatta abbastanza breve: è già il pomeriggio e il tempo volge anche al bello: certo, non servono tante ore a fare soltanto 6 km, ma tra i musei, le foto, e qualche seduta per controllare il piede dolorante, dove chiaramente si è formata una vescica da troppo calpestato asfalto, eccoci finalmente alla magica torre di Belem, meta più lontana, ma non ultima, della passeggiata: è patrimonio UNESCO, e il riconoscimento se lo merita tutto (e se nella foto riconoscete dei cinesi, non fateci caso: Lisbona era piena di occhi a mandorla quel giorno):

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come si vede soltanto in parte dalla foto, c’è una coda lunghissima per entrare alla torre, e ci rinuncio, preferendo affrontarla, la coda, alla meta successiva, e conclusiva, di questa esplorazione del lato occidentale di Lisbona: è il Monastero dos Jeronimos di Belem.

non sono riuscito a fare nessuna foto veramente soddisfacente dell’esterno, che del resto è troppo esteso per stare dentro un obiettivo solo, ma non ripiegherò certo sulle foto di Google; preferisco postare una mia foto che ne dà un’idea molto parziale, ma forse capace di suggestionare proprio per questo.

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gli interni della chiesa e il cortile lasciano altrettanto senza parole e risparmiano al vostro blogger degli esercizi faticosi di stile.

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non resta che il ritorno: sarebbe semplice prendersi un tram, la situazione fa di tutto per consigliarlo; ma io non sono il tipo che si lascia smontare così facilmente: e chiudere in bellezza con l’orto botanico di Belem? purtroppo è chiuso.

si ripiega allora sui giardini, dove riposare davanti ad una piccola e modesta pagoda buddista in puro stile thailandese, ma che basta per far vagare la mente altrove, come non avesse già vagato abbastanza in questa giornata:

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ma visto che il tempo si è schiarito non rinuncio al bis del lungo-Tago, questa volta sulla via del ritorno e col sole alle spalle: una sorprendente nebbia, veramente degna di San Francisco, si è posata sulle modeste alture del lato di fronte, e riesce a rendere suggestivo persino un monumento al Redentore di puro stile salazarista che sinora ho perfino cercato di non guardare:

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e arrivati al centro, già in zona ostello, c’è ancora il tempo di sedersi in piazza ad ascoltare il solito complesso afro che suona forse per gente che non si è  spostata da lì.

le ombre calano, il sole scompare dietro il ponte oramai lontano qualche chilometro, la sera dolcissima compensa la mattina grigia; la giornata è stata abbastanza turistica, lo ammetto, rispetto alle altre, ma al rientro troverò Fabrizio che mi ha preparato la pasta, come ho raccontato un post fa, e si può ben capire che quando siamo andati al localino a sentire musica, e dopo un po’ ho detto che desideravo rientrare perché ero un po’ stanco, non mentivo del tutto.

 

 


5 risposte a "Belem è Lisbona? [Portugal 2.11] – 192"

    1. sdoganato è stato anche il a me mi piace; ma questo non toglie che a un vecchietto come me dia ancora fastidio, e quindi, quando sento parlare di un murales, continua a farmi l’effetto delle gesso sulla lavagna.

      quando a Lisbona, è come una donna molto bella, elegante, raffinata, e anche estrosa, ha tutto per innamorare, ma la trovo poco romantica; o meglio il suo sentimentalismo è un poco cerebrale e freddo; si era parlato di Granada, tempo fa; ecco, per rendere l’idea, Granada è come la Carmen travolgente di Bizet, invece.

      in ogni caso merita assolutamente, Lisbona, di essere vista: non c’è dubbio.

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