da Lisbona a Setubal: masochismo e chocos fritos [Portugal 2.13] – 195

è martedì 16 e percorro di nuovo per un breve tratto il lungo-Tago di Lisbona in direzione est, come due giorni prima:

ecco l’occasione per rivedersi oggi col sole le sculture di sassi colorati alzate sulla riva aldilà del parapetto da un artista barbone; però, sorpresa, due giorni sono gli sono bastati per costruire dei dinosauri di sabbia.

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per andarmene da Lisbona ho scelto il modo più scenografico possibile, anche se forse non è così noto quanto sia facile ed economico farsi una breve crociera sul Tago, in una parola attraversarlo, con un semplice traghetto di linea che ti porta dall’imbarcadero che sta proprio in fondo alla piazza più centrale di Lisbona a quell’altro, un poco sperduto sull’altro lato dell’enorme fiume, in un sobborgo che sa di periferia post-industriale.

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Setubal poi lo raggiungi in poco tempo con una linea ferroviaria che però è un metrò.

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problema: quindi qui devi vidimare il biglietto, cosa che nelle ferrovie vere e proprie in Portogallo ti è risparmiata; anzi, per qualunque tipo di treno, ricevi col biglietto il tuo posto assegnato col numero del vagone e del treno.

ma il controllore che mi scopre in difetto e accenna alla guida che ho sul sedile, come per chiedermi se lì non sta scritto che occorre timbrare, mi fa scendere un momento alla prima fermata a rimediare, ed è bello sentirsi ancora ragazzo e correre veloce, mentre subito dopo lo stesso tocca a un turista francese più o meno coetaneo, due sedili più in là, e il controllore tiene fermo il treno, impedendo alla porta di chiudersi, fino a che anche lui non risale, un pochino ansimante.

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è anche una bella giornata, il cielo sorride e il cuore si allarga.

lo scrivevo in un commento proprio allora, e sono già nove giorni fa:
Lisbona l’ho già lasciata, da stamattina sono a Setubal, e domani riparto di nuovo; conquisterò l’oscar dell’antipatia, ma nel lasciarla, stamattina, ho capito di nuovo che Lisbona mi opprime e ho varcato il Tago sul traghetto con un festoso senso di liberazione.
non credo tanto per Lisbona in quanto tale, ma perché, semplicemente, è una grande città, anche se non delle peggiori.
ho bisogno della piccola o media dimensione, di vedere in fondo a qualche strada la natura, meglio ancora di stare a camminare a lungo nella natura.

qui il premio sta nella scoperta improvvisa, dal finestrino del treno, di alcuni mulini a vento.

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l’ostello non dovrebbe essere troppo lontano da dove scendo, e cerco di orientarmi con la cartina della Lonely Planet, senza ritrovarmi (che modo antiquato di viaggiare, mi rendo conto mentre scrivo: ci sarebbe google maps…); peccato che non ho capito subito che la stazione ferroviaria della cartina non è la stazione del metrò, e quindi dopo essere anche tornato sui miei passi, per raccapezzarmi, eccomi ridotto a quella cosa che più odio fare quando sono in viaggio, cioè chiedere la strada a chi passa; ma a Setubal sono molto gentili e finalmente mi ritrovo sulla strada giusta di questa cittadina alquanto anonima e priva di attrattive visibili – se non vogliamo considerare tali gli ultimi murales che ricordano ancora Lisbona, naturalmente.

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l’ho scelta del tutto a caso e soltanto perché era sulla strada per Evora, ma avrei potuto saltarla, qualcuno potrebbe dirmi; e invece, grave errore, perché, una volta sistemate le mie cose – che sono poche e facili da buttare sotto il letto della camerata -, mi basta uscire e infilarmi nel piccolo centro storico per ritrovare un luogo a misura d’uomo.

nove giorni pare che siano sufficienti per cancellare in me qualunque ricordo preciso di quell’ostello, ma non della sua accoglienza poco cordiale; il suo pregio principale lo scoprirò l’indomani mattina, sotto una pioggia battente: è a cento metri dalla stazione degli autobus, e questo forse spiega il costo un poco elevato rispetto agli standard di un luogo poco turistico.

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Setubal, che nella pronuncia locale diventa quasi Stùbal, è facile da esplorare, racchiusa tra gli stradoni già da traffico suburbano e il viale che costeggia il mare, e saranno al massimo 500 metri di profondità tra gli uni e l’altro; la cosa mi torna buona per il dolore al piede che il cambio di scarpe non ha risolto; soltanto a sera, dopo diversi incitamenti ricevuti via whatsapp, mi deciderò ad entrare in una farmacia a comperare dei cerotti per provare ad alleviarlo.

e quindi che cosa c’è di più bello che aspettare mezzogiorno nella piazzetta principale, ben ombreggiata dagli alberi, e con un profumo di mare che quasi arriva ai polmoni?

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volevo una giornata poco turistica? ecco, finalmente l’ho avuta: qui ho già visto quasi tutto di quel che appartiene al genere, e il monumento principale di Setubal, la sua cattedrale più grande, lo cercherò soltanto nel pomeriggio, ma invano, perché anche a girarci attorno da ogni lato è completamente escluso dalle visite da un amplissimo recinto entro il quale si sta sistemando un enorme e scemografico piazzale – ops, dovrei correggere il lapsus di battitura – che lo snaturerà completamente facendone un frammento architettonico nobile avulso da ogni contesto, così come richiede certa moda urbanistica pretenziosa del momento: meglio se ci faranno attorno qualche centro commerciale.

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ma in fondo questo vuoto di attrazioni non mi dispiace: la Setubal che non mi delude è un’altra.

è quella del suo mercato, prima di tutto, variopinto ed animato come un mercato indonesiano o comunque del terzo mondo, e per giunta decorato da una straordinaria parete ad azulejos che rappresentano la vita contadina tradizionale.

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è quella delle vedute del suo porto pieno di barche di pescatori, e non di yacht, e sovrastato da uno splendido castello di origine araba, che rinuncio a cercare di raggiungere non soltanto per le condizioni del mio piede, ma perché la guida dice che è stato trasformato in un lussuoso residence turistico e, contraddicendosi, nello stesso tempo che non è visitabile perché non sono finiti i restauri finanziati dall’Unione Europea, e comunque anche dal lungomare sono ben visibili alcuni tendoni più che altro da ristorante.

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la città è affacciata su una laguna e si potrebbero fare alcune costose escursioni in barca alle isole che la chiudono, ma preferisco, anche per rispetto al mio budget assolutamente contenuto, lasciarmi trasportare a caso, verso il lato occidentale della costa che si va imbarbarendo sempre di più, dopo lasciati dei giardini ben sistemati per i giochi dei bambini.

e questo è il terzo e migliore premio della giornata, perché, via via che risalgo la costa, allontanandomi dalla città ed entrando per sentierini boscosi ed impervi, lo spettacolo di questa natura quasi completamente solitaria si fa sempre più affascinante.

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e quando la solitudine si spezza e tra il verde compare qualcuno (è un portoghese o un arabo quel ragazzo?), subentra una specie di inquietudine: non sarà un po’ avventato e rischioso spingersi da solo dove una possibile aggressione non consentirebbe neppure di chiedere aiuto?

effetto dei tempi, oppure dell’età: e in questo stato d’animo non mi riconosco.

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purtroppo il rientro, che a questo punto si impone, è una lotta faticosa col dolore, ma la situazione più grottesca si verifica all’ora di cena: mi hanno già incuriosito alcuni annunci di chocos fritos fuori da qualche ristorante e mi chiedevo che cosa fossero; giusto ora che la cena si avvicina, trovo la traduzione sulla guida: si tratta della specialità gastronomica di Setubal: seppie fritte, e in portoghese si chiamano proprio così.

ma al momento di sedersi davvero ad un tavolo per assaggiarli, sembra che siano diventati un miraggio: quasi tutti i ristoranti sono chiusi, e devo camminare parecchio per trovarne uno aperto che li abbia anche nel menù, ma ecco che proprio dopo che li ho ordinati, che il cameriere mi ha stappato una birra e io ho anche assaggiato le prime due olive dello stuzzichino introduttivo, arriva il proprietario con aria contrita a dirmi che non ne hanno più: ha degli ottimi polipi arrostiti, invece.

non è puro masochismo quello che mi dà il coraggio di alzarmi e di rispondergli di no, di rimettermi in camino con quella vescica che si è oramai rotta e reclama almeno un paio di giorni di riposo perfetto?

eppure lo faccio, e lui è quasi colto di sorpresa dalla mia reazione e mi lascia andare.

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ai sospirati chocos arrivo finalmente, ma soltanto quanto è già calato il buio.

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sono in un localino del centro all’aperto, dove oramai soffia un ponentino maledetto e freddo: sono deludentissimi, forse una trappola per turisti: assomigliano molto a quei bastoncini di pesce impannato dei supermercati, solo che veramente la parte interna è di seppia, compatta.

non so perché della cena mi rimane in mente un particolare stupidissimo: il ragazzo che serve a tavola che mi porta il resto e una moneta da 20 cent che scivola tra le fessure del tavolato di legno su cui stanno i tavoli.

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e io, che, finalmente all’ostello, dal mio letto a castello, piano di sotto, ovviamente, spedisco a casa, a coronamento di una giornata masochista, la foto horror del mio piede piagato, in preda ad un delirio ipocondriaco che già immagina imminenti cancrene diabetiche.

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