Evora e l’Alentejo: silenziosa, cordiale, discreta [Portugal 2.14] – 197

Alla fine, il migliore modo di viaggiare è sentire: sentire tutto in tutte le maniere.

Alvaro do Campos

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piove come più non si potrebbe in Portogallo, mercoledì 17, al risveglio abbastanza precoce, a Setubal: ho controllato ieri, proprio mentre giravo alla ricerca dei chocos fritos, non ci sono molti autobus per Evora – a differenza di quel che credevo – e il prossimo sarebbe a fine giornata, ma non è il caso di fermarsi; lascio l’ostello un po’ ostile (e lascio nel dubbio se ostile è l’ostello oppure lo sono io verso l’ostello) semplicemente depositando la chiave del portone alla reception deserta; poche anche le persone in attesa alla stazione dei bus; c’è giusto il tempo di attraversare la strada sotto la pioggia e di buttarsi addosso a una bellissima e proibitissima brioche alla cioccolata.

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devo forse dire che guardo il paesaggio per passare il tempo nel tragitto per Evora, che dura circa un’ora? se vi piace sentirvelo dire, vi accontento, ma c’è poco da guardare, i colori sono spenti, scatto svogliatamente il cellulare e a caso, e, ben sapendo che schifezza escono le foto fatte in movimento da un pullman, mi affido soprattutto alle riprese.

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uno o due squarci interessanti dell’Alentejo, con un borgo fortificato su una collina, o uno stradone che porta a una chiesa di campagna, però mi sfuggono.

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l’Alentejo, appunto, questo angolo arretrato e dunque abbastanza interessante del Portogallo, dall’economia ancora fortemente rurale, rimasto ai margini, pur se non troppo lontano da Lisbona, ma schiacciato tra lo sviluppo economico della capitale e quello turistico dell’Algarve, la regione che lo segue a sud, affacciata sull’Atlantico e di fronte al Marocco.

è questa mancanza di sviluppo che spiega il miracolo di Evora, riconosciuto ancora una volta dall’UNESCO, e ne fa una città unica, perché quasi completamente intatta e aliena dalla modernità, che mi conquista subito.

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intanto, quando arrivo, ha smesso di piovere, e per quanto la cosa sia casuale e forse stupida per qualcuno, fa comunque un buon effetto e predispone a sensazioni positive.

ed ecco il primo vero scatto della giornata: col teleobiettivo, un taglio particolare, tra le insegne stradali della circonvallazione, non particolarmente riuscito, ma buono per dare una prima idea:

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e dalla fermata dei bus non ci vuole molto a raggiungere effettivamente le antiche mura che la circondano quasi completamente:

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non resta che attraversare la porta della città ed entrare.

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strade quiete, selciate, case antiche, con i colori tradizionali: il bianco e il giallo, a incorniciare le pareti candide, silenzio nei vicoli sinuosi.

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la città è più grande di quel che immaginavo, e ci vuole del tempo per districarsi (la capacità di orientamento, un tempo mitica, non è più quella di una volta), intanto ha ripreso a piovigginare e il trolley rotola sulle pietre non allineate.

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ma dove si è nascosto l’ostello? è indicato sulla mappa della Lonely Planet con una freccina obliqua che confonde le idee, mi ritrovo nelle strade contigue, ma mi sfugge; ma finalmente eccolo, di lato ad uno slargo che assomiglia ad una piazza, il Namasté Hostel, dove ho già prenotato online, felice del suo nome nepalese.

non mi delude: l’accoglienza è festosa, faccio tempo a conoscere David, nome inglese, ma fisico tedesco: è un ragazzo di Muenchen che l’anno scorso è venuto in Italia traversando le Alpi in bici in cinque giorni: ci diamo appuntamento per una chiacchierata la sera, ma purtroppo non riusciremo a ritrovarci.

alla gestione è bastato uno sguardo per decidere di risparmiarmi la camerata; questa è per Lei, mi dicono con un  sorriso; ragazzi, qui c’è una camera dedicata a Pessoa!

fantastico; singola e al prezzo di 15 euro, il più scontato di tutto il viaggio.

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e sulla parete, dipinta, la frase di do Campos che avete letto all’inizio di questo post e che potrei scegliere come motto particolare di questi resoconti portoghesi.

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non c’è motivo per non rilassarsi un poco, forse scrivere, non so; e uscire soltanto appena la pioggia accenna a smettere, per passare tra i vicoli a un nuovo peccato di gelato.

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e poi all’efficientissimo Centro di Informazioni Turistiche che mi dà gli orari del treno domattina per Faro, e appena dietro l’angolo un ristorantino popolare con una insalatona gigantesca e una signora che serve indaffaratissima, ma poi si ferma e anzi si siede, perché quest’estate si regala col marito, che di là cucina, un viaggio in Italia; e io mi faccio raccontare il suo progetto e glielo perfeziono di consigli (Pescara no, piuttosto Ancona) e di trucchetti risparmiosi.

lei scrive su un tovagliolo di carta, e ci diamo appuntamento per la sera, ma neppure con lei sarò di parola: troppo fuori zona, finirò in un posticino squallido, sotto uno schermo televisivo con l’eterna partita: perché ogni cena, a Lisbona o altrove, l’ho fatta in questo viaggio portoghese guardando una partita…, pare che in televisione qui non facciano altro.

a Faro domani ho deciso di andare in treno, anche perché in Portogallo è in atto uno sciopero degli autotrasportatori di carburante, che assorbe appunto tutta l’attenzione dei telegiornali e un poco anche la mia; e anche quando il famoso pullman precipita a Madeia, nelle Azzorre, facendo più di 40 morti, mentre i media italiani di buttano sulla notizia, avidi di sangue, il telegiornale ci accenna quasi appena, dice che ci sono stati alcuni morti, e torna subito a parlare dello sciopero.

meglio il treno, allora, che non si resti a secco di gasolio; scelta quanto mai opportuna, verificherò l’indomani, perché come senior ho diritto a uno sconto sul biglietto del 50%, come del resto in tutti i musei pubblici; e i 250 km per arrivare a Faro verranno a costarmi 18 euro (scusate la venalità, ma anche queste notizie servono).

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ma lasciate che si rimetta a piovere e che io me ne torni alla mia felice cameretta, forse per scrivere adesso il post della giornata, ma più probabilmente per concedermi all’abbiocco post pranzo di cui sentivo particolarmente la mancanza dopo quasi una settimana di pomeriggi insonni, e quando mi decido ad uscire perché di nuovo il tempo è passabile, e finalmente esploro il centro, è già quasi tardi.

dev’essere per questo che la solenne cattedrale la trovo chiusa, ma senza nessuna spiegazione.

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per fortuna le colonne romane, recentemente riportate alla luce in uno stato di conservazione molto buono, si possono tranquillamente vedere girandogli attorno.

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invece la macabra cappella dos Ossos della chiesa di san Francesco, con i suoi 5.000 scheletri appesi a ricordarci che siamo terra che deve tornare alla terra, chiudeva alle sei, e quindi se non l’ho vista, era tutto in regola.

pare che ci sia scritto: noi siamo qui, con le nostre ossa, ma aspettiamo le vostre

meglio essersela persa: nonostante il brutto tempo, il mio stato d’animo l’ho trovato ben rappresentato da questa moderna scultura sul bordo del colle che guarda la pianura, e non era il caso di sciuparselo.

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me ne vado da Evora (l’indomani mattina) con la sensazione di averla soltanto assaggiata e con la voglia di tornarci.

ma siccome sono riuscito a fare ancora qualche foto andando alla stazione, giovedì, e c’era il sole, non fatemi aggiungere tante altre parole, ma soltanto un’ultima immagine, all’alba, di questa città silenziosa, cordiale, discreta, avvolta in un velo sottile di foschia che era la perfetta espressione della sua e della mia malinconia.

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