secondo post involontario su Faro, Algarve [Portugal 2.16] – 200

verso fine giornata (siamo ancora a giovedì 18, penultimo giorno del mio breve viaggio nel Portogallo centro-meridionale di qualche giorno fa) mi lascio sedurre dal lungo mare colorato e da una ospitale panchina che sembra inventata apposta per chi non ha più voglia di fare niente, solo lasciarsi andare all’indolenza così estrema da non assumere neppure forma di pensieri.

ma una musica arriva da un tendone e, dopo avere oziato abbastanza, perché non dare un’occhiata? è un punto di esposizione di gastronomia locale, seguito alla fine da un ulteriore tendone che ospita una specie di grande mensa popolare con tavoloni di legno che fanno tanto fiera di paese, un poco tedesca – e non credo sia un caso.

giro tra qualche assaggino e alla fine compero piccoli formaggi locali di capra, come dei tomini, ma molto stagionati e piccanti, e una confezione sottovuoto di salumi affumicati tagliati a fette e mescolate: li ho pensati come regalo, ma dopo un assaggio familiare, al rientro di sabato, non hanno trovato molto successo, e dunque sono rimasti in carico a me, che me li sto infatti lentamente consumando ancora, a casa: altro modo di continuare l’esperienza del viaggio.

ma mentre i resoconti stanno per finire, e questo è il conclusivo, con la gastronomia portoghese del sud occorre andare ancora più lentamente, tanto è agliata, affumicata e piccante; ed è per questo che non è piaciuta;

ma a me pare che queste sue caratteristiche siano fatte apposta per indurre a consumare poco e con molto pane: cucina dunque povera, in origine, ed oggi appare sgraziata e troppo rustica e scostante, ma cucina preveggente, degna del futuro.

. . .

certo, avrei fatto meglio fermarmi a mangiare lì, più tardi, anziché ostinarmi nel rito serale della ricerca del peggiore ristorante della città, probabilmente, in questo caso un locale a buffet che avevo adocchiato di ritorno dal cimitero francescano, ma che non sono stato più capace di ritrovare.

e invece eccomi in un ristorantino con qualche pretesa, padre e figlio che si alternano ai tavoli, con un folto gruppo di turisti tedeschi, e io che cerco di rimediare agli errori di Setubal ordinando qui del polipo effettivamente molto ben cucinato.

non resta, già allo scuro, ma senza fare troppo tardi, che ritornare all’ostello: qui non ti danno la chiave come al Namasté di Evora, qui devi suonare ogni volta e aspettare che ti aprano, e poi passare una specie di rapida ispezione visiva: meno male che il ragazzo di notte, chiaramente un immigrato, ha l’aria più cordiale della ragazza bianca irrigidita dell’accoglienza pomeridiana.

. . .

mi infilo nel mio letto a castello, piano di sotto: è il tempo per dare un’occhiata online a stampa e blog (grazie ai miei amici che non mi hanno abbandonato, e neppure io del resto: ho sempre continuato a scrivere qualcosa), perché oramai col mondo, in viaggio, non si resta collegati soltanto con whatsapp, ma possiamo portarci dietro tutto il nostro pesantissimo io sociale e tutto quello che ci opprimeva anche a casa e ci faceva pensare al viaggio come a un break.

comunque non mi lamento: dopotutto sono io che ho scelto così; del resto al secondo piano del castello (da intendersi come letto) giace una specie di elefantessa inquieta, che ogni tanto scende la scaletta esibendo le sue gambone alla stessa distanza del nido della cicogna del post precedente, ma di un calibro capace di oscurare l’orizzonte.

e va be’, chi l’ha detto che sia sempre comodo girare per ostelli a settant’anni? (mancano ancora sei giorni allo scatto dell’anno successivo) – e lo si fa per contenere il budget, indubbiamente, ma anche per avere qualcosa da raccontare a quelli che sono rimati a casa:

l’esperienza, anche non del tutto piacevole, non è sempre superiore alla mancanza di esperienza, cioè alla noia leopardiana?

. . .

comunque uno dei vantaggi che mi regala la pachiderma sopra di me è che l’indomani mi sveglio molto presto e, appena posso, scivolo fuori per un reportage fotografico su Faro alle prime luci del mattino, in una giornata per fortuna limpidissima:

un’ora tra i vicoli tra cui sorge la luce bianca del sole e di fronte alla laguna dove la mareggiata notturna e la bassa marea consentono la raccolta dei molluschi a qualche disperato in cerca di reddito, o al porto dove si stampano le impronte della modernità.

eccone alcune, ma vi avverto: vorrò strafare; del resto tempo ne avevo, prima di raggiungere l’autobus per la mia nuova meta della giornata, che parte soltanto alle nove e mezza.

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questa doveva essere soltanto l’introduzione del post di oggi, che doveva intitolarsi Tavira nell’Algarve e l’islam iberico, ma mi sono lasciato talmente andare con le foto che il post vero e proprio è rinviato a domani…

 

 


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