e il penultimo giorno…: Tavira, Algarve [Portugal 2.17] – 202

nonostante il titolo, non sono sicuro che venerdì 19 sia stato il penultimo giorno del mio giro del Portogallo n. 2: potrei dirlo solo se fossi un’agenzia di viaggio, considerando che sono partito con l’aereo alle 7 di mattina dall’aeroporto di Faro.

certo che, finito il giro mattiniero in questa città, verso le nove e mezza, mi sono piazzato sull’autobus per Tavira, non troppi chilometri a est, verso la Spagna, e sempre vicina alla costa (che però nel viaggio non si vedrà mai).

ho deciso di andarci sin dal giorno prima, scrutando la guida che la definisce la località più suggestiva dell’Algarve e scartando Lagos, la tutta vacanziera, dalla parte opposta: in dubbio piuttosto per alcune rovine romane di una villa grandiosa verso l’interno, ma da vedere soltanto come seconda escursione, semmai, e dunque in un eventuale nuovo viaggio.

non mi deluderà, Tavira: del resto anche lei ha un ponte romano, anche se di un tipo molto diverso da quelli che siamo abituati a immaginare per questa categoria di ponti.

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in pratica di romano c’è soltanto la struttura di base.

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se c’è un ponte, c’è ovviamente anche un fiume: all’arrivo, eccolo stentato e quasi prosciugato;

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commento, tra me e me, che la siccità ha colpito anche qui: effetto serra!

per fortuna un complessino molto allegro, piazzato proprio al centro del ponte, scaccia i cattivi pensieri: bambini accennano passi di danza, e la musica è trascinante (altri complessi, qua e là, nel corso della giornata).

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ma, subito passato il ponte, di fronte al nucleo più antico, ecco una stradina tutta turistica e pedonalizzata: irresistibile un gustoso pranzetto in quel vicolo;

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oltretutto serve un ragazzo molto cordiale e quasi affettuoso; chissà di che nazionalità è, visto che subito dopo compare dalla porta un fratello barbutissimo, che dev’essere il cuoco, ma potrebbe fare scappare i clienti col suo nerissimo pelame da Mangiafuoco o da talebano.

intanto c’è una signora tedesca non troppo più giovane di me, che lancia occhiate, ma sembra molto meno turbata dall’apparizione.

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si ritorna verso il nucleo storico; ma in questo passaggio, ecco un fatto che mi è rimasto misterioso: meno di un’ora dopo, eccolo invece, quel fiume, quasi traboccante d’acqua: deve esserci un bacino artificiale alle spalle.

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Tavira si arrampica un pochino su un’altura, che ha fornito la scusa di coronare con un castello le sue mura, così simili a quelle di Faro.

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e che altro si può fare, turisticamente, se non aggirarsi lì dentro il giardino in cui è stata trasformata l’antica struttura militare ed esplorare i suoi saliscendi oggi soltanto decorativi?

anche Tavira era seminascosta alla vista, anzi pare addirittura che il suo nome, in arabo, significasse un origine luogo nascosto; anche qui isole e lagune la proteggevano, per chi veniva dal mare e poteva essere visto in anticipo da quassù.

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fuori dal castello un paio di chiese, che in parte attendono i fedeli per i riti del Venerdì Santo, in parte li hanno già ospitati, come mostrano i numerosi resti di rami verdi usati certamente in qualche processione: purtroppo non riesco a vederne nulla.

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ma la sorpresa più interessante è il piccolo, ma documentatissimo – e anche ben nascosto – museo dedicato alla storia islamica della città, durata del resto cinque secoli, fino alla definitiva conquista cristiana del 1242.

non ho preso appunti né fatto molte fotografie, e quindi vi sono risparmiati i dettagli.

ma non l’impressione forte che me ne è rimasta: che esistono forse tante varianti della storia quanti sono gli esseri umani, a seconda del punto di vista dal quale la si guarda, e in queste stanze ho appreso una storia molto diversa da quella appresa a scuola e poi anche all’università: e dunque ogni ricostruzione storica è un taglio di luce, in fondo casuale, che illumina in modo diverso il passato, facendone riemergere i mille volti diversi.

una mostra di un notevole fotografo locale del secolo scorso riporta a contatto con gli antichi mestieri e i modi di vita del posto.

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la visita al museo è servita anche a ripararsi da uno scroscio di pioggia; all’uscita provo a discendere il fiume per raggiungere le saline che lo separano dal mare, ma il sentiero ben presto si disperde, lasciando l’unica soddisfazione di avere visto qualche uccello selvatico nelle paludi e, di nuovo, una cicogna.

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posso considerare quest’ultima immagine il mio addio fotografico all’Algarve?

 

 

 

 

 


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