appunti per una filologia cristiana – il profeta egiziano 31 – 219

ritorno, dopo sei mesi, di silenzio e di riflessione, sul luogo delle mie indagini sulle origini del cristianesimo – la serie di post col sottotitolo il profeta egiziano – , con una (tardiva, ma spero opportuna) premessa di metodo.

ma, prima, una premessa ulteriore, più che altro autobiografica, alla premessa stessa.

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la maturità mi ha portato alla constatazione che le lodi e gli incoraggiamenti ricevuti in tutto l’arco della mia vita per le mie capacità di ragionamento sono stati soltanto una forma di grande inganno, ed io mi sono illuso pensando che le mie idee potessero essere condivise soltanto perché venivano esposte in forme che venivano giudicate persuasive.

in realtà gli esseri umani non hanno alcun interesse ad essere persuasi razionalmente di qualche verità, ed oggi cinicamente posso perfino dire che questo è opportuno, dato che la verità è sfuggente ed è molto facile ingannarsi sul suo conto:

del resto viviamo in tempi molto grami per la verità, e si capirebbe ben poco di quel che ci accade intorno, se non vedessimo quanto è ridotta ai minimi termini la fiducia in lei.

gli uomini scelgono, invece, di essere emotivamente trascinati dove già vogliono andare per motivi e interessi o semplici pulsioni loro.

pertanto non nutro più la minima fiducia di convincere qualcuno che già non abbia deciso di farsi persuadere.

quindi oggi scrivo per esercitare il mio spirito critico e le sinapsi: come se andassi in palestra; ho finalmente capito che la mia forma mentis, ammirata a parole e da lontano, non è affatto condivisa, anzi segretamente disapprovata, e che il rigore con cui arrivo a determinate conclusioni è soltanto un infelice strumento che la natura mi ha messo a disposizione per isolarmi dal resto degli uomini.

a maggior ragione succederà qui, dove oso mettere in crisi i fondamenti stessi della nostra cultura cristiana e dimostrare che è solo una variante di qualcosa che in varie e spesso contrapposte forme attraversa l’intera storia umana: il conformismo con cui la massa prova a proteggersi nascondendo nel gruppo le debolezze individuali di ciascuno, pronta ad accettare qualunque follia dimostri tuttavia di avere dalla sua parte la forza, fosse anche soltanto quella del numero.

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ed eccoci alla premessa di metodo.

possiamo definire testi tutte le forme di comunicazione che risultano riproducibili e dunque possono essere sottoposte a forme di verifica e di analisi più puntuali; la comunicazione ordinaria scorre nel – e col – tempo, ma, in alcuni casi in cui è considerata particolarmente importante, la comunicazione può essere anche costruita in modo da poterla ripetere; e qui divenga, appunto, testo.

è testo la comunicazione scritta, è testo per eccellenza la comunicazione visiva, la più antica ripetibile, in quanto l’immagine rimane esposta a più fruitori nel tempo e dunque il messaggio che contiene viene esposto ad una reiterazione potenziale continua: sia nella sua forma tradizionale statica della raffigurazione grafica o pittorica, compresa quella moltiplicabile data dalla stampa, sia in quella mobile, da quando sono diventate riproducibili anche le immagini in movimento, assieme ai suoni connessi: il cinema e i suoi derivati.

e chiamiamo filologia ogni forma di analisi e interpretazione dei testi, cioè delle forme di comunicazione riproducibili; la filologia si occupa della comunicazione non nella sua funzione immediata di forma di trasmissione dei messaggi, ma delle comunicazione nelle sue forme; in sostanza la filologia è una forma di meta-comunicazione, cioè di comunicazione sulla comunicazione.

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la riproducibilità dei testi di cui la filologia si occupa introduce immediatamente il problema del rumore comunicativo, cioè di quella specie di ruggine che inficia la riuscita perfetta della comunicazione di un messaggio, ma anche della sua riproduzione.

il rumore può essere esterno e dipendere da quel tasso ineliminabile di errore connesso alla ripetizione, come forma di sottile variazione, spesso neppure voluta.

ma può essere anche interno e cioè dipendere dal cambiamento della capacità di comprensione del messaggio che avviene in coloro che lo ricevono di nuovo, in contesti e tempi differenti:

un aspetto tipico, ad esempio, è l’evoluzione delle lingue, che rende impossibile una comprensione esatta di un messaggio se la lingua in cui è stato trasmesso risulta oramai sostituita da una lingua anche solo parzialmente diversa e da sistemi di analisi e interpretazione della realtà  trasformati nel tempo.

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di fronte ad un testo, dunque, il primo dei problemi che la filologia deve affrontare è quanto rumore comunicativo contiene, cioè, in poche parole, quanti errori contiene, oppure anche semplicemente modifiche, neppure sempre volontarie.

per i testi scritti di qualche rilievo questo problema assume la forma, spesso irrisolvibile, della ricerca della forma originaria, anzi primigenia del testo, attraverso l’edizione critica.

ma si tratta a volte di un falso problema, perché non è sempre detto che l’autore abbia prodotto una prima volta il testo nella sua forma perfetta, e poi lo abbia lasciato decadere, affidandolo al suo stesso destino; è altrettanto probabile che il testo sia nato, invece, come parte di una costellazione di variazioni possibili: e in questo caso la filologia, più che ricercare un fantomatico testo originario, dovrebbe accontentarsi di chiarire il rapporto tra le varianti.

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finita questa premessa su filologia e testi, vale la pena di sottolineare perché mi pare necessario parlare di una filologia  cristiana, intendendo che in riferimento ai testi cristiani l’applicazione di un metodo filologico di analisi su di loro deve muovere da qualche ulteriore osservazione preliminare.

per uno che conosca, anche sommariamente, i secoli di lavoro compiuto sui testi antichi dalla filologia classica, è certamente causa di stupore constatare che niente di neppure vagamente simile è mai avvenuto per i testi sacri fondanti della tradizione cristiana.

i testi cristiani vengono perlopiù assunti acriticamente come tali, nella loro struttura e nella loro costituzione, senza approfondimenti su come si sono costituiti e quali rapporti hanno con gli altri testi contemporanei, siano essi a loro volta cristiani, oppure no.

e questo ha due motivi ancora, uno interno ed uno esterno, per così dire.

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il primo ostacolo, per così dire esterno, nasce dalla diffidenza, per non parlare di rifiuto, che è tipica delle chiese cristiane, per ogni approfondimento critico sulla formazione dei testi sacri: anzi, si potrebbe dire che l’idea della sacralità di alcuni testi confligge a fondo con la richiesta stessa di studiarli in quanto testi di origine comunque umana; insomma, meno si conosce concretamente su chi e come li ha scritti, meglio si difende l’idea che siano ispirati da Dio.

o così almeno appare in una concezione molto rozza dell’ispirazione divina, perché nessuna filologia potrà comunque cambiare il significato profondo dell’avvento del cristianesimo, che è la fondazione nelle masse illetterate di una nuova morale, non esclusiva dei circoli filosofeggianti, fondata sull’obbligo della solidarietà.

fu questo bisogno primario, assoluto, irresistibile, che rese totalmente inefficaci le critiche razionali degli intellettuali critici di allora alla religione nascente.

e questo è un fenomeno extra-testuale, per dir così, del quale la filologia può soltanto prendere atto, senza saperlo spiegare, perché non è affar suo, ma semmai della sociologia e della storia delle culture.

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ma il secondo motivo, più interno, che ostacola l’applicazione dei metodi di analisi filologici ai testi fondanti del cristianesimo è la loro stessa natura, che indicherò ricorrendo ancora una volta al concetto di rumore comunicativo: i testi cristiani delle origini sono disturbati da un livello altissimo di rumore comunicativo che rende molto difficile analizzarli.

mi spiego meglio: Celso, nel suo Discorso sulla verità, nel secondo secolo, scrive a proposito del cristianesimo, di cui per primo presenta una critica razionale: E’ noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti fatti in seguito alle critiche che vi venivano portate.

è una frase che ho citato varie volte perché è da prendere come punto di partenza di ogni analisi dei testi sacri cristiani: non è l’affermazione malevola di un avversario del cristianesimo, ma la sintesi efficace di un metodo di produzione dei testi dei primi cristiani, che noi vediamo operativo sotto i nostri occhi, se solo decidiamo di usarli.

il modo di trasmettere i testi nell’antichità seguiva metodi differenti, almeno nella fase nascente del cristianesimo; i copisti antichi dei testi classici cercavano di riprodurli prendendoli per quel che erano, nel rispetto dell’autorità culturale di chi li aveva composti; le varianti erano frutto di errori casuali, quasi mai intenzionali; i testi cristiani erano invece anonimi, di solito, non protetti in origine da nessuna particolare autorità, e chi ne disponeva si sentiva autorizzato a riprodurli secondo le proprie esigenze, senza farsi alcuno scrupolo di alterarli, ovviamente a fin di bene, dal suo punto di vista, e almeno fino a che non furono dichiarati sacri e inviolabili, perché ispirati da Dio.

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ecco qualche esempio.

il cosiddetto Vangelo secondo Giovanni è, a mio modo di vedere, la palese rielaborazione di un testo più antico, il Vangelo dei [dodici] discepoli, che a suo tempo ho cercato di ricostruire; su questo è stata sovrapposta la pesante speculazione teologica di un presbitero Giovanni del secondo secolo; ma il testo che abbiamo, ma anche il testo sottostante alla rielaborazione attuale, presentano due diverse conclusioni che si susseguono l’una all’altra ed è probabile che la più antica sia la seconda (e non la prima come sono portati a pensare piuttosto semplicisticamente la più parte degli studiosi).

il racconto della scoperta del sepolcro vuoto di Jeshu ad opera di Maria di Magdala, pur antecedente alla riscrittura globale del testo effettuata un secolo dopo i presunti fatti, è visibilmente a sua volta il frutto di almeno due stratificazioni ben riconoscibili: su una versione originaria nella quale era Maria la testimone unica della resurrezione si innesta una grottesca gara, sotto forma addirittura di corsa, fra due discepoli su chi dei due scoprirà per primo il sepolcro vuoto: racconto funzionale a sminuire il ruolo di Maria, evidentemente.

il Vangelo secondo Marco nei codici più antichi si interrompeva bruscamente raccontando che le donne che scoprivano il sepolcro vuoto di Jeshu vi trovavano davanti un giovane vestito di bianco che annuncia loro la resurrezione:
Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

finiva qui, ma sembra perfino impossibile; e forse c’era una prosecuzione diversa, che però venne tolta, perché in seguito giudicata inopportuna.

solo nel quarto secolo si aggiunge una conclusione più congrua, che però contrasta visibilmente con quanto detto sopra, visto che racconta delle presunte successive apparizioni di Jeshu, sintetizzando il Vangelo secondo Giovanni, ma non senza ulteriori discrepanze:
9 Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni.
10 Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto.
11 Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.

chi narra dovrebbe essere d’accordo con se stesso, se Maria di Magdala ha detto o non ha detto ai seguaci di Jeshu che credeva che questo fosse risorto; e se loro non hanno saputo della prima apparizione dell’angelo e poi non hanno creduto alla seconda apparizione personale a lei, come poté mai diffondersi la fede nella resurrezione?

(per non chiederci che razza di resurrezione, cioè di ritorno in vita, sia quello di qualcuno che, una volta risorto, non assume di nuovo tutte le caratteristiche di un uomo davvero vivo, ma si limita ad apparire qua e là, fantasmaticamente, di solito neppure facendosi riconoscere immediatamente).

ma di questo stesso vangelo sappiamo che esisteva una versione successivamente censurata, con la cancellazione dell’episodio citato nella lettera di un cristiano del secondo secolo, scoperta in una biblioteca di Gerusalemme nel 1970 e poi fatta sparire, dove si raccontava di una notte trascorsa da Jeshu con Lazzaro, in riti magici, nudo con nudo.

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ho accennato soltanto ad alcuni momenti più clamorosi di questa tecnica delle manipolazioni, evidenti già di per sé e di tanto più credibili, in quanto questa operazione di riscrittura dei testi sacri era proprio caratteristica della cultura e della religione ebraica, che per secoli aveva manipolato, integrato, corretto, fuso assieme, i propri, in maniera da adattarli alle diverse esigenze politiche dei vari momenti storici.

dunque questo era un modo comune di operare in quel contesto, per non parlare delle profezie abitualmente composte dopo lo svolgimento dei fatti e retrodatate per farle apparire dettate da Dio.

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insomma, i testi sacri del cristianesimo, manipolati per decenni, ci sono giunti principalmente attraverso codici manoscritti più o meno interi, di cui i più antichi risalgono al massimo al IV secolo, che fu peraltro il momento nel quale il cristianesimo divenne religione di stato dell’impero romano e dunque anche il momento nel quale i suoi testi sacri ricevettero la loro sistemazione definitiva.

è pur  vero che possediamo, quasi sempre, per semplici frammenti di testi, anche testimonianze più antiche, di solito su papiro, che tuttavia risalgono esse pure, e dubitativamente, al massimo alla metà del secondo secolo, e in diversi casi rivelano significative discrepanze rispetto ai testi arrivati a noi.

image

insomma non abbiamo evidenze certe del fatto che i testi su cui ci basiamo siano quelli originari che circolavano alle origini del cristianesimo, anzi abbiamo evidenze molteplici del fatto che vennero successivamente adattati.

https://digilander.libero.it/Hard_Rain/Manoscritti.htm#I_documenti_pi%C3%B9_antichi_per_ogni_libro_del_Nuovo_Testamento_

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questo porta ad una osservazione che costringe a fare una pesantissima tabula rasa della maggior parte delle dotte riflessioni che da secoli vengono condotte su questi testi, assunti acriticamente nella loro versione attuale come se questa potesse coincidere con i testi originari.

ma senza un lavoro filologico preliminare che cerchi di distinguere le varie stratificazioni interne o, nel caso non ci si riesca attendibilmente, riconduca la loro versione attuale ad un periodo molto più tardo rispetto a quello al quale vengono attribuiti, ogni riflessione su quel che contengono è profondamente falsata nel suo significato storico autentico.

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la seconda osservazione di metodo su come affrontare lo studio delle origini cristiane è altrettanto importante e a sua volta rende puro chiacchiericcio apologetico una parte importante degli studi che circolano sulla questione.

come noto, la letteratura cristiana delle origini era vastissima, molto variegata, anche tra prospettive religiose molto eterogenee fra loro, e uno dei dati caratteristici del cristianesimo, quando effettivamente nacque come religione distinta, all’inizio del secondo secolo, sta nelle violente polemiche interne e nelle reciproche accuse di eresia fra queste tendenze.

nel quarto secolo, in coincidenza appunto della assunzione del cristianesimo a religione di stato, vi fu una pesante operazione di normalizzazione di questo enorme apparato di testi sui quali la religione stessa si era fondata: quattro vangeli delle diverse decine che circolavano vennero ufficializzati ed entrarono a far parte del canone sacro dei testi dichiarati ispirati da Dio (prima questa distinzione non c’era e ognuno faceva riferimento ai testi che riteneva più convincenti per lui), tutti gli altri vennero dichiarati illegali, e un editto imperiale puniva con la morte chi li deteneva, così che essi finirono nella clandestinità – questa, in effetti, è la traduzione più appropriata del termine apocrifi – dalla quale sono riemersi solo in parte e solo alcuni, molto fortunosamente, negli ultimi decenni, anche attraverso fortunate scoperte, come la cosiddetta biblioteca di Nag Hammadi, scoperta nel 1947, consistente in giare dove una comunità di monaci probabilmente eterodossi, aveva nascosto nella sabbia del deserto i loro testi, portatori secondo loro, dell’autentico messaggio cristiano.

è più che plausibile che la scelta dei quattro vangeli canonici abbia coinciso con una loro definitiva normalizzazione testuale; ma quello che soprattutto conta è che venne fondato allora un criterio di valutazione che oscuramente continua ad agire sulla mente dei ricercatori moderni: i vangeli canonici sarebbero quelli attendibili, mentre gli altri avrebbero natura leggendaria e sarebbero stati esclusi dal canone per questo; 

inoltre nella categoria degli apocrifi sono confluiti, in maniera indifferenziata, sia testi effettivamente molto leggendari e molto tardi, sia testi invece contemporanei al periodo nel quale vennero composti i vangeli oggi considerati ufficiali, ma in in un paio di casi (il cosiddetto vangelo di Tommaso e il nucleo antico di quello di Filippo) addirittura antecedenti agli stessi vangeli canonici.

questi del resto, vengono palesemente attribuiti a periodi molto precoci rispetto agli altri, allo scopo di consolidarne il primato e quindi la ricerca opera considerando questi come dotati di un certo valore storico, ancora concentrandosi sui vangeli integralmente conservati con valore di testo ispirato, e li distingue dagli altri come se facessero parti di mondi differenti e si limita abitualmente a confrontare le versioni dei vangeli canonici fra loro, escludendo gli altri come poco degni di attenzione.

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ma se noi vogliamo effettivamente accostarci al clima culturale e religioso nel quale il cristianesimo si è formato, questa separazione è profondamente sbagliata e causa essa stessa di gravi confusioni interpretative.

del resto la testimonianza, sia pure giunta frammentariamente, del primo cristiano che si occupò di tracciare un quadro della predicazione cristiana nella prima metà del secondo secolo, Papia di Ierapoli, mostra una situazione molto diversa da questa, nella quale il Vangelo secondo Matteo era molto diverso da quello pervenuto a noi e il Vangelo secondo Luca era del tutto sconosciuto, mentre erano noti come testimoni attendibili della predicazione di Jeshu Giuda il fratello gemello, noto come Tommaso, e Filippo, o cui testi sono oggi disponibili, perché ritrovati a Nag Hammadi, ma considerati apocrifi e dunque inattendibili.

– un elenco dei vangeli apocrifi conosciuti fino ad oggi, qui:
https://it.wikipedia.org/wiki/Vangeli_apocrifi

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ma inserire i vangeli canonici nel quadro complessivo dei vangeli che circolavano alle origini del cristianesimo ha una conseguenza evidente sulla loro attendibilità storica, almeno da un punto di vista laico.

se in origine questi testi fanno parte di una ricca raccolta di testi del tutto simili a loro di cui oggi la chiesa cattolica stessa riconosce il carattere ampiamente leggendario, perché dovremmo invece ritenere che i vangeli assunti nel canone siano documenti storici attendibili?

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la stessa considerazione si può fare a proposito della ricca produzione di lettere attribuite ai primi seguaci di Jeshu, che a loro volta si presentano tuttavia chiaramente come inviate a interlocutori fittizi: questa è entrata in parte nel canone cristiano e in più piccola parte ne è rimasta esclusa: è oggi pacifico e accertato che quasi tutte queste lettere sono pseudo-epigrafe, cioè sono falsamente attribuite a personaggi giudicati chiave della storia cristiana delle origini, per motivi di polemica interna tra le diverse fazioni del secolo successivo, ma con una sola eccezione, alla quale in nessun modo si rinuncia, quelle delle lettere di Paulus.

ma risulta incomprensibile ritrovare nelle altre false lettere chiaramente del secondo secolo accenni polemici abbastanza trasparenti ad affermazioni che sarebbero state fatte nelle sue lettere giudicate autentiche e di un secolo prima: è ben più logico pensare che si polemizzasse con testi contemporanei che circolavano a suo nome sotto lo stesso tipo di falsa attribuzione, e ben sapendo che erano dei falsi: altrimenti, chi si sarebbe permesso di polemizzare con colui che dalla narrazione che allora venne inventata appariva quasi come il vero e autentico inventore del cristianesimo?

indubbiamente l’autore del falso epistolario paolino (con l’eccezione della cosiddetta Lettera agli Ebrei, in realtà in origine un piccolo trattato teologico autentico del I secolo, fatta rientrare nell’epistolario sotto forma fantasiosa di lettera) era un uomo di straordinaria levatura intellettuale e la potenza della sua scrittura è tale da esercitare il suo fascino a distanza di quasi due millenni; ma non esistono altri motivi attendibili per credere alla autenticità di queste lettere, che del resto affrontano problemi tipici che la comunità cristiana doveva risolvere nel secondo secolo e non nel primo.

ma credere alla storicità del personaggio Paulus, per come viene rappresentato in quella specie di romanzo epistolare che fu composto sotto il suo nome, sarebbe come pensare che il principe Andrej Bolkonskij, il protagonista di Guerra e pace di Tolstoj, sia veramente esistito soltanto perché lo scrittore russo ne fa un ritratto molto convincente; poi possiamo anche scoprire che Tolstoj si ispirò effettivamente ad un personaggio effettivamente vissuto, ma con altro nome, ma questo non basta a fare del protagonista del libro un uomo vero.

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e dunque, dopo le raccolte dei suoi detti sapienziali, eccoci tra racconti della vita di Jeshu, tra i quali non dobbiamo distinguere se sono apocrifi oppure no, visto che questa definizione venne data di loro due secoli dopo e per esigenze diverse; e dunque eccoci di fronte a racconti tutti egualmente, anche se diversamente leggendari, sui quali è impossibile ricostruire uno sfondo storico certo.

ed eccoci allo stesso modo fra raccolte di lettere attribuite agli apostoli, tutte egualmente inventate nel secondo secolo, quando si diffuse definitivamente questa moda letteraria, comprese le lettere di Paulus, che quasi tutti si ostinano ancora a considerare un documento storico, mentre si tratta soltanto di invenzioni leggendarie.

ma ad una osservazione non si sfugge: TUTTO l’insieme dei testi del cristianesimo delle origini è una mescolanza inestricabile di amplificazioni fantasiose e di falsificazioni consapevoli, guidate da quella che definiamo una fede solida come una roccia, cioè dalla volontà o dalla scelta inconscia di affidarsi ad un delirio di superstizioni e di affermazioni contrarie ad ogni ragionevolezza.

scelta del resto lucidamente rivendicata dai più consapevoli: Credo quia absurdum, ci credo proprio perché è assurdo.

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ma, dopo questa premessa critica preliminare, è proprio impossibile ricavare dalla letteratura cristiana delle origini qualche informazione sulla storia vera della formazione di quella religione?

certamente, ma ad una condizione: che consideriamo questi testi i documenti di una storia non di fatti realmente accaduti, che si lasciano soltanto intuire molto faticosamente e per frammenti scomposti, ma di una evoluzione mentale.

insomma, è possibile usare i testi cristiani delle origini per tentare di scoprire la storia della nascita del cristianesimo, non la storia della vita di Jeshu, che forse è soltanto un mosaico formatosi tra la fusione di dettagli della vita di personaggi diversi e l’esigenza di dare concretezza alle profezie millenariste e messianiche in vista della grande rivolta contro Roma, organizzata da Eleazar (Lazzaro), il suo più irriducibile protagonista, come abbiamo visto appunto nei post precedenti.

e in effetti è molto più interessante ricostruire come nacque la nuova morale solidaristica cristiana, che avrebbe preso il posto della morale pagana, che oggi ci appare decisamente poco morale, che ricostruire le dubbie vicende biografiche e/o leggendarie di un personaggio, Jeshu, del quale non riusciamo neppure a dire con certezza se sia effettivamente vissuto come viene raccontato oppure no.

fa poi parte dei misteri della mente umana che a questa meravigliosa morale della solidarietà si sia arrivati attraverso un percorso di vero e proprio delirio mentale, tra invenzioni, fantasie trasformate in realtà, falsificazioni e odii feroci tra coloro che la diffondevano, dimostrandone per primi la fragilità proprio con i loro comportamenti.


8 risposte a "appunti per una filologia cristiana – il profeta egiziano 31 – 219"

  1. E’ probabile che il mio intervento rievochi una delle classiche delusioni dell’insegnante quando al termine di una lunga ed avvincente lezione, nel silenzio che ne segue, il primo studente che alza la mano per intervenire lo fa solo per chiedere di andare in bagno.
    A costo di apparire irrispettoso come lo studente di cui sopra, ma con la differenza che sono stato veramente attento ed affascinato del post, volevo chiederti perchè ogni inizio paragrafo inizia con la lettera minuscola? C’è qualcosa che non so della lingua italiana?

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    1. grazie del bel commento ironico, che mi ha regalato un benefico sorriso…

      l’unica cosa che non sai della lingua italiana è che esiste un blogger che si rassegna ad usare le maiuscole a inizio frase quando scrive nella vita normale per non passare per ignorante o strano, ma nel blog ha deciso di violare le regole consuete meditatamente.

      la maiuscola a inizio frase è collegata all’evoluzione della scrittura su carta e dipende strettamente dai costi del materiale; spiegandomi meglio: gli antichi scrivevano le parole tutte unite e senza segni di interpunzione per risparmiare spazio sulle tavolette di cera: anche il papiro e poi la pergamena erano carissimi; in seguito, con l’invenzione della carta, un po’ meno cara ai tempi, le parole vennero separate tra loro e vennero aggiunti punti, virgole e poi quant’altro per seguire intonazione e struttura della frase.

      ma il punto era un elemento grafico debole e si decise di rafforzarlo inserendo anche la maiuscola dopo, ma questa maiuscola ha una funzione sintattica, non fonetica.

      nel mio sistema di punteggiatura, usabile sullo schermo che non ha limiti di costi, il rafforzamento del punto è raggiunto in modo più semplice ed evidente andando a capo: io non uso quasi mai il punto semplice, uso sempre il punto a capo, che rende superflua la maiuscola, dato che evidenzia molto meglio che la frase è finita.

      rimane il problema di come segnalare il punto e a capo, che nell’ortografia tradizionale distingue il paragrafo: io lo faccio con i tre asterischi centrati.

      a me pare che questa grafia sia molto più adatta alla lettura su schermo, dove le parole fittamente addensate creano qualche difficoltà visiva, o almeno la creano a me.

      la scelta ha anche conseguenze stilistiche, ovviamente, ma su queste non mi dilungo ulteriormente…

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  2. Come sempre, molto interessante. Non potendo dire molto, per manifesta ignoranza, sul nucleo cardine della questione, faccio una domanda su un particolare che mi ha colpito, e cioè quella notte trascorsa in riti magici da Gesù e Lazzaro: secondo te, perché il cristianesimo “ufficiale” ha finito per ripudiare tutti quegli elementi “esoterici” e “misterici” che in alcune sue correnti (penso agli gnostici, ovviamente) erano così importanti? Mi ha sempre stupito che, contrariamente a quello che mi veniva spontaneo pensare quando li studiai la prima volta, i filosofi cristiani abbiano saccheggiato Aristotele, e non Platone (ovviamente, mi riferisco al momento in cui ha iniziato a formarsi una filosofia cristiana scolastica, in senso e letterale, e metaforico)…

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    1. grazie per l’apprezzamento: mi corre l’obbligo di dire che alcune affermazioni contenute in questo post sarebbero respinte con orrore dagli studiosi accademici.

      vengo invece alla domanda specifica: una ricca illustrazione di questa vicenda, che è per alcuni aspetti addirittura surreale (e meriterebbe un romanzo, se non lo fosse lei stessa, un romanzo già scritto), la trovi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_segreto_di_Marco

      io me ne occupai qui: https://corpus0blog.wordpress.com/2017/04/19/376-07-il-discepolo-che-gesu-amava-18-aprile-2007-cor-pus-136/

      oggi ho una visione più precisa di quei problemi ed avrei parecchio da correggere qua e là in quel mio post di 12 anni fa.

      venendo all’essenziale, e mi scusa delle divagazioni un poco senili: il cristianesimo ha rifiutato gli aspetti misterici o magici della figura del suo fondatore come era presentata nel secondo secolo, perché la moda della magia, tipica anche della cultura pagana del secondo secolo, fu poi superata; e il superamento venne anche dal cristianesimo che sostituì all’elemento magico quello del miracolo, con ciò normalizzando, per così dire, la magia stessa, che veniva ricondotta a Dio.

      è straordinario che anche i pagani del secondo secolo dessero assolutamente per ovvio e scontato che Jeshu facesse dei miracoli, solo che li interpretavano con la loro cultura di quegli anni, come “normali” azioni magiche, visto che così portava a pensare la cultura del tempo.

      nello gnosticismo l’aspetto esoterico della figura di Jeshu, quasi necessario per renderlo compatibile con la cultura del secondo secolo, è ovviamente esasperato, ma è il carattere originario del cristianesimo stesso; quando il cristianesimo divenne lo strumento del culto imperiale, due secoli dopo, ovviamente, questi aspetti irrazionali e anarchici del cristianesimo primitivo vennero cancellati.

      vedi nel mio post che ti ho citato, la sorprendente e oggi ignorata figura di Carpocrate che diffonde l’immagine nel secondo secolo di un Jeshu mago e comunista…

      Platone, nella teologia cristiana, ha pagato lo scotto di essere stato, attraverso il neoplatonismo, l’ultimo ridotto della resistenza culturale pagana, ma il suo posto venne egregiamente preso nella filosofia cristiana da Agostino, che ne fu l’interprete più autentico in senso cristiano, direi.

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        1. in effetti il neo-platonismo, nella sua evoluzione verso verso lo scetticismo, fu scoperto da Agostino verso i trent’anni, e fu la premessa della sua conversione al cristianesimo compiuta a 33 anni: questo rende il suo percorso culturale piuttosto originale, a quel che possiamo capire, e spiega come di fatto lui prese il posto di Platone come riferimento, quando si trattò – con Petrarca – di staccarsi dalla filosofia scolastica e di porre le basi di una cultura umanistica.

          Aristotele del resto aveva avuto una fortuna abbastanza limitata dopo la sua morte e nel periodo dell’affermazione del cristianesimo era stato praticamente dimenticato; non a caso le sue opere pubblicate in vita sono andate perdute, mentre quelle che ci sono arrivate sono soltanto gli appunti molto rielaborati delle sue lezioni.

          Aristotele arrivò di nuovo in Occidente tramite gli arabi e divenne il fondamento della filosofia scolastica, ma non ebbe alcun ruolo nel pensiero originario del cristianesimo, molto influenzato, piuttosto, dallo stoicismo, che era quasi la filosofia ufficiale del primo impero romano.

          ahah, mai che io perda il gusto di infilare una lezioncina appena posso… , e probabilmente sono cose che sai già, in quanto ti vedo ben informato sul tema.

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          1. Sapevo della via perigliosa attraverso cui Aristotele giunse da noi (e più di una volta a chi mi parlava di una nostra pretesa “superiorità” nei confronti degli arabi facevo notare che senza gli arabi la nostra cultura non sarebbe quel che è), ma ignoravo (ed a dirla tutta non avrei mai immaginato) che Aristotele fosse un filosofo minore ai tempi dell’impero romano.

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            1. certamente, se hai fatto il liceo scientifico e studiato un po’ di letteratura latina, ti sarai reso conto che gli scrittori latini fanno riferimento soprattutto all’epicureismo (Lucrezio ed Orazio) o allo stoicismo (Seneca, Marco Aurelio); Platone è presente (poco) nell’eclettismo filosofico di Cicerone; Cicerone cita Aristotele ma per criticarlo.

              la scuola aristotelica non era scomparsa, ma rimase abbastanza in ombra, anche se fu Silla a inserire nel primo secolo a.C. quel che restava della sua biblioteca nel bottino di guerra alla conquista di Atene, e a far portare quei libri a Roma.

              il vero problema di Aristotele è che la sua è una filosofia di impianto classico, come quella di Platone, più attenta ai problemi metafisici, logici, naturali e della politica, ma con la formazione dell’impero di Alessandro Magno l’attenzione filosofica si sposta decisamente verso il piano morale, dei comportamenti individuali, dato il tramonto della democrazia greca, e nascono nuove scuole filosofiche che rispecchiano questi nuovi orientamenti e interessi sui quali Aristotele dice poco, nonostante si sia occupato di etica anche lui, naturalmente, ma – a quanto ne sappiamo – soprattutto in opere non destinate alla pubblicazione.

              il platonismo sopravvive in questo nuovo clima culturale solo trasformandosi in una filosofia dello scetticismo sistematico, mentre i veri eredi di Aristotele sono i notevolissimi scienziati della prima età ellenistica (Archimede ed Eratostene, che calcolò il meridiano terrestre, sbagliando di poco; Ipparco, che scoprì la precessione degli equinozi; Eudosso che fu probabilmente allievo di Aristotele e accennò ad un sistema eliocentrico almeno parziale, che fu poi sviluppato pienamente da Aristarco di Samo.

              ma la formazione dell’impero romano, con la sua struttura sociale dominata dall’imperialismo schiavista, portò anche al tramonto della ricerca scientifica e tecnologica e alla perdita di scoperte fondamentali, non più utili socialmente data la disponibilità semi-gratuita di forza lavoro manuale.

              e dunque anche la filosofia aristotelica, così interessata alla scienza, tramontò in fretta, anche se non si estinse del tutto.

              (il tutto con beneficio di inventario, ovviamente: è solo il mio modo di vedere la questione; non mancano le possibili obiezioni).

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