il matrimonio è per la vita (in Italia) e l’assegno divorzile anche – 225

assegno di divorzio, si cambia ancora una volta:

e ci voleva il Partito Democratico, oltre che il femminismo imperante, per far approvare alla Camera, all’unanimità, avete letto bene (astenuti Fratelli d’Italia), una scemenza simile

(il testo, in fondo).

. . .

qui riassumiamo: un matrimonio finisce? non importa, rischi comunque di essere obbligato a pagare a vita la ex-moglie (il caso contrario in pratica non si dà).

non sto parlando per me, sono felicemente divorziato da 23 anni, quindi tra poco festeggio il mio divorzio d’argento, e non devo pagare nulla; ho ovviamente contribuito al mantenimento dei figli fino a che non sono diventati autosufficienti, ma questo non è in discussione.

e non voglio neppure nessun altro equivoco: non intendo affatto contestare che si debba riconoscere al (alla) coniuge più debole quel che ha dato alla vita matrimoniale.

ma che cosa ha a che fare questa giusta e doverosa esigenza con l’attribuzione di un ASSEGNO VITALIZIO o quasi?

ma soprattutto, che senso ha oggi non specificare nemmeno più a che finalità corrisponde questo assegno?

la mancanza di una motivazione chiara, cancellata nella discussione, trasforma ogni sentenza in una decisione abbastanza arbitraria e soggettiva del giudice.

. . .

ma prima che un felice emendamento la cancellasse, ritornava addirittura la vecchia dizione degli anni Novanta che l’assegno doveva consentire al coniuge il mantenimento del precedente tenore di vita!

insomma, il matrimonio come assicurazione di un reddito per la vita!

e chi si è sposato quando vigevano disposizioni diverse e oggi gli cambiano la legge sotto i piedi?

. . .

pensate un poco alla storia di questo assegno, parte decisa dalle leggi, parte dalle interpretazioni della Cassazione:

quando fu istituito doveva garantire il mantenimento del tenore di vita (1990-2017) – e perché, se c’è un divorzio?;

poi doveva permettere al coniuge di essere autosufficiente economicamente (2017-2018) – e perché non con le sue forze?;

e, alla fine, oggi deve compensare i sacrifici fatti e il contributo dato quando la coppia era unita (2018-oggi).

questa è (ma forse dovrei dire era, in questo momento di pesante regressione civile), evidentemente l’impostazione più giusta.

ed ora rischia di essere cancellata.

. . .

ma vi è, palesemente, un modo molto più semplice e giusto di affrontare questo problema, ed è di valutare quanto i coniugi hanno realizzato durante il matrimonio e dividerlo equamente e definitivamente fra loro.

dovrebbe essere chiaro che tutto quanto acquisito durante l’unione, se non è attribuibile con chiarezza a proprietà precedenti dell’uno o dell’altro o ai loro frutti, in regime di  separazione dei beni, oppure frutto di donazioni esclusive ricevute, va diviso in due parti eguali.

che è cosa ben diversa che ancorare i coniugi ad una specie di contratto infinito che li tiene ancora legati, anche se non lo sono più.

. . .

ma se i coniugi non hanno realizzato nulla? e se uno (una) dei due non lavora perché si è dedicata all’accudimento dei figli?

e se il divorzio non è consensuale, ma richiesto da uno dei due e l’altro vi si oppone?

bene, in questo caso si quantifichi la prestazione data in termini di lavoro domestico e la si ponga a  carico di chi vuole rompere il rapporto.

il matrimonio, lo si voglia oppure no, è oggi un contratto di mutua assistenza a vita, e se il contratto viene disdetto da qualcuno, questo paghi la relativa penale, ma non sotto forma di prestazione a vita.

questa sia quantificata in via definitiva (e poi eventualmente, in casi limite, rateizzata).

quello che assolutamente non si può accettare, a mio parere, è che tra due persone non vi sia più un accordo per il sostegno reciproco, però una (uno) delle due sia costretto a mantenere a vita l’altra per la quale non prova più niente.

e se il primo muore prima, a chi passa questo carico? ai figli?

solo la quantificazione precisa della quota spettante delle proprietà acquistate in comune e l’eventuale determinazione di un importo globale di risarcimento per la rottura del rapporto a carico di chi lo decide corrispondono davvero alla nuova realtà del divorzio, che sancisce che due persone non ritengono più di avere più niente da condividere.

. . .

l’unica cosa chiara, invece, di questa norma pasticciata, è che l’obbligo dell’assegno cessa se chi aveva il diritto di riceverlo si risposa o va semplicemente a convivere con qualcun altro: come dire, non conta più nulla quello che hai contribuito a creare durante il matrimonio precedente, se ti rifai una vita vai comunque punito (punita)

questo è comunque un modo di limitare le libere scelte affettive delle persone.

faccio un esempio: il marito pianta la moglie cinquantenne, che ha fatto la casalinga durante tutto il matrimonio; dovrebbe risarcirla dell’impegno che lei gli ha dedicato, e la legge attuale stabilisce che questo avvenga con un assegno; ma questo obbligo viene meno, il debito è cancellato, se l’indegna si trova un altro; ma se poi le va male di nuovo e divorzia ancora, si precisa bene che il diritto al primo assegno non si ricostituisce; ora spetterà al coniuge subentrato.

cattolicesimo inconsapevole? trovo difficile che si potessero fare delle scelte più assurde.

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. . .

il Senato correggerà queste storture? difficile immaginarlo.

però non sarebbe male che si levasse qualche voce di protesta.

. . .

testo della proposta di legge approvata, come sono riuscito a ricostruirlo dagli Atti della Camera:

6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale può disporre a carico di un coniuge l’obbligo di versare all’altro coniuge un assegno, tenuto conto delle circostanze previste dal settimo comma.

6 bis. Al fine di cui al sesto comma, il tribunale valuta, in rapporto alla durata della convivenza matrimoniale alla data dell’ordinanza presidenziale emessa ai sensi dell’articolo 708 del codice di procedura civile: le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio; l’età e lo stato di salute del soggetto richiedente; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il patrimonio e il reddito netto di entrambi; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti.

6 ter.   Tenuto conto di tutte le circostanze indicate nel settimo comma, il tribunale può predeterminare la durata dell’assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili. 

6 quater.   L’assegno non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza del richiedente l’assegno ai sensi dell’articolo 1, comma 36, della legge 20 maggio 2016, n. 76, anche non registrata. L’obbligo di corresponsione dell’assegno non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell’unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza».

. . .

testo attuale:

6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

 


4 risposte a "il matrimonio è per la vita (in Italia) e l’assegno divorzile anche – 225"

  1. Io penso che la legislazione debba essere fatta per proteggere il più debole delle due parti; sacrosanto il mantenimento dei figli ed il contributo alla moglie sulla quale ricade la maggior parte della cura dei figli, spesso con penalizzazioni della sua vita lavorativa (o della vita tout court…). Poi un conto è una separazione consensuale, e diverso molto e’ una separazione conflittuale per colpa di uno dei partner… sinceramente in certi casi io non ero contrario affatto al “mantenimento del tenore di vita”…

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    1. ho il massimo rispetto per chi crede al matrimonio monogamico a vita e ancora maggiore per chi riesce a realizzarlo, però mi domando se tutti coloro che non ci credono debbano necessariamente essere costretti entro questa camicia di forza.

      certamente oggi molto meglio una semplice convivenza che libera da questi problemi legali se l’esperienza va male.

      ma mi domando se sia folle l’idea di qualche anno fa di una deputata della CDU tedesca, democristiana! e bavarese per giunta, per liberare i tribunali dalle cause matrimoniali, di prevedere contratti matrimoniali a tempo, di sette anni, che si risolvono automaticamente, salvo rinnovo congiunto delle parti.

      senza arrivare a tanto, possibile che si debba fare una nuova legge sulle condizioni del divorzio, senza neppure un accenno a possibilità di contratti prematrimoniali che risolverebbero automaticamente le cause, togliendo il pane di bocca agli avvocati? questi contratti sarebbero un importante passo avanti verso modelli di matrimonio flessibili…, più conformi ai tempi e ai bisogni di libertà.

      ma ci risiamo, l’Italia è dominata dalla lobby degli avvocati e nessuno mi toglie dalla testa che questa legge è fatta per COMPLICARE i divorzi e non per semplificarli e rendere questo momento molto duro della vita personale meno pesante almeno sul piano giuridico.

      per questo invito a protestare contro questa legge: chi vuole garantire il tenore di vita faccia in contratto prematrimoniale in cui lo scrive, chi non vuole, lo scriva, prima di sposarsi…; gli avvocati facciano i consulenti prima e non i succhiasangue dopo.

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      1. Come gli attori di Hollywood, insomma? Ho paura che, se le basi di partenza sono sbilanciate, il favorito voglia garantirsi il vantaggio… non si rischia di partire con quel fondo di diffidenza o sfiducia sulla durata? E’ vero che è meglio prevenire che curare, però trovo strano che uno già prima di sposarsi si metta a pensare all’eventuale divorzio…

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        1. sì, esattamente come ad Hollywood e in tutti gli altri paesi civili, dove un divorzio è un divorzio e conclude i rapporti con un assegno tombale, anziché porre altre premesse per continuare relazioni e conflitti per tutta la vita con un grottesco assegno di mantenimento.

          ovviamente è un problema di sensibilità, perché non si tratta affatto di non difendere il coniuge più debole, come si dice con un lapsus significativo che indica il fondo cattolico non rimosso del nostro modo di pensare, dato che è poi un EX-coniuge, ma di come lo si difende; e si tratta di andare oltre l’idea comune che difesa corrisponde a mantenimento protratto nel tempo e non all’attribuzione di una somma che poi l’interessato/a gestisce in piena autonomia.

          l’assegno di mantenimento, che va ovviamente di regola alla donna, è un modo di ribadire la sua inferiorità; l’assegno tombale – ogni volta che si può – ne conferma l’autonomia, oltre che darle molte più garanzie, considerando che spesso l’assegno di mantenimento non viene poi pagato: vuoi mollare la moglie che non ti piace più e rompere il contratto capestro di fedeltà a vita che lo stato ti ha imposto? allora paghi e risarcisci, tutto e subito, altrimenti niente divorzio…

          ovvio anche che i contratti pre-matrimoniali sono un modo per introdurre nella rigidità della legge capestro delle clausole liberamente contrattate che rendono l’istituzione più flessibile e tolgono pastura agli avvocati (che non Italia sono il triplo che in paesi di dimensioni circa simili…).

          ma non sia mai, nel paese delle lobby e del conformismo cattolico di stato.

          . . .

          ultima osservazione: è abbastanza ovvio che c’è anche qualcuno che si sposa senza ritenere affatto giusto impegnarsi ad una fedeltà per tutta la vita, conoscendosi; per esempio, è capitato a me, e lo avevo anche chiarito, ma purtroppo la situazione consentiva di farlo solo a voce, e davanti al tribunale quelle parole non sarebbero valse niente.

          quindi, sì, trovo molto più civile che siano i coniugi a fissare le condizioni della loro relazione, piuttosto che lo stato con regole uguali per tutti.

          faccio degli esempi molto provocatori: c’è anche chi ha una vita matrimoniale aperta ad altre relazioni sessuali e la cosa sta bene ad entrambi che magari frequentano con piacere condiviso i club privé; non che sia stato il mio caso, intendiamoci, però perché mai questo comportamento oggi risulta illegale, dato che il contratto matrimoniale prevede altro e può diventare causa di divorzio, anche se la scelta è stata condivisa?

          e che dire quando lo stato si intromette nella vita della coppia e vieta la fecondazione eterologa alla coppia sterile, cioè vieta un adulterio condiviso e tecnologicamente assistito,indifferente al fatto che una parte importante dei figli che nascono nei matrimoni non è generato dal genitore ufficiale, anche se per via di adulteri molto naturali e ruspanti?

          secondo esempio, ancora più urtante, senza dubbio, e anche problematico: abbiamo una minoranza islamica che ammette una limitata poligamia e potremmo perfino avere qualche immigrato da uno dei rarissimi luoghi dove si pratica ancora la poliandria: riteniamo necessario impedire alle parti consenzienti di praticare queste loro scelte culturali perché la nostra cultura ammette soltanto la monogamia ufficiale nel matrimonio e tollera la poligamia soltanto se occasionale e fino a un certo punto?

          su questo secondo punto non ho una soluzione, ma è o non è un problema aperto?

          ovvio, infine, che una persona razionale, di fronte ad una scelta impegnativa, preveda prima possibili scenari negativi: faccio un mutuo e stipulo un’assicurazione sulla vita, oppure questa la faccio anche senza mutuo; se entro in un CONTRATTO terribilmente impegnativo e vincolante giuridicamente come il matrimonio (e la gente non lo sa, fino a che non ci casca dentro, altrimenti ben pochi si sposerebbero, credimi),che cosa cìè di strano se ragionevolmente prevedo che possa anche andare male?

          se faccio un’assicurazione sulla vita mi sto gettando da solo la jella addosso, forse?

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