Siem Reap, Sconfitta del Siam, dieci anni dopo – 235 – Cambogia 2009 3

Siem Reap nella lingua locale significa Sconfitta del Siam, ma nonostante il suo nome, la città fu conquistata dalla Thailandia dopo la fine dell’impero khmer, che qui aveva la sua capitale: ma i thailandesi, uomini liberi nella lingua locale, di nuovo, non cambiarono il nome della città, strano esempio di tolleranza, che poi poté tornare alla Cambogia senza troppi traumi linguistici.

va da sé che, con una storia simile alle spalle tra la grande Thailandia e la piccola Cambogia ci siano sempre delle tensioni che periodicamente sfociano anche in scontri militari, e la frontiera non è troppo lontana da qui; ma per fortuna dieci anni fa era un periodo di tregua, e poi alla fine la necessità di non fare scappare i turisti induce ad una pace occhiuta e armata, ma spegne i conflitti.

del resto la Cambogia, come tutti sanno, è uscita da non più di una generazione da uno dei più terribile genocidi della storia, protagonista un partito che si dichiarava comunista, che cavolo! e ora ha voglia di dimenticare la guerra, naturalmente.

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un viaggio in Cambogia inizia ovviamente da qui, da questi luoghi, perché questo è uno dei posti più straordinari del mondo, parlo delle rovine grandiose di Angkor, che sono a pochi chilometri, ma soltanto un viaggiatore strano come me poteva decidere di non precipitarsi al primo giorno addosso all’esca turistica, ma di passarlo girellando per la città moderna, sia per smaltire il jet lag, sia per acclimatarsi a poco a poco nell’ambiente locale e cercare di capirlo.

col senno di poi, confermo: la capitale, Phnom Penh, è molto meno significativa e banale, e non è stato sbagliato passare diversi giorni tra Siem Reap e immediati dintorni.

ma solo un non turista pazzo poteva iniziare a visitare il mercato locale alla ricerca dei sapori della gastronomia caratteristica del posto; e anche il successivo tempio ricavato dal palazzo reale, di impronta tipicamente thailandese, non è certo un obiettivo delle torme affamate di utenti dei viaggi organizzati, che in realtà non vengono affatto a cercare la Cambogia e la sua povera popolazione, ma Indiana Jones.

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ma se nel post precedente vi ho presentato due video che mostrano appunto i primi due obiettivi della mia camminata per Siem Reap del 17 maggio di dieci anni fa, che dire dei due che vi presenterò oggi?

di male in peggio, perché, uscito dal Wat Dam Nak, a me è piaciuto molto godermi semplicemente la vegetazione del posto: la città è immersa nel verde, infatti e la natura è splendida; camminare tra alberi in fiore, ninfee, fioriture multicolori mi ricrea, il verde è come una sostanza benefica che irrora i polmoni, e poi qui siamo in mezzo al buddismo che vede l’uomo come un elemento della natura e questo respiro cosmico è anche un modo di entrare in questo affascinante modo di sentire.

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la guida della Lonely Planet non diceva nulla sulla riva sinistra del fiume, quella orientale, ma è qui che mi porta il mio istinto di viaggiatore e mi ritrovo certamente nella parte più autentica e interessante della città, quella non ancora toccata (allora, oggi non so) da nessun tipo di progresso, altro che quello rappresentato dalle motorette.

ci sono (o vi erano?) ancora capanne su esili palafitte affondate nell’acqua fangosa e ragazzini che si tuffano nudi dagli alberi.

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non è certo il posto per turisti schifiltosi, che viaggiano per esibire la loro ricchezza e non per imparare dalla povertà dignitosa e felice dei luoghi che li ospitano e che loro insultano senza neppure accorgersene.

ma l’esplorazione di questa parte della città non è ancora finita e riserva ancora altre sorprese.

 

 


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