Angkor Wat, gli esterni e la gente – 245 – Cambogia 2009 7

il problema della giornata trascorsa ad Angkor Wat, a riguardarsi oggi le foto degli esterni di dieci anni fa, è la maledetta luce dei tropici nelle giornate poco limpide e molto umide, cioè quasi tutte: diventa una specie di biancore lattiginoso che si sparge ovunque, toglie rilievo alle immagini e colore ai colori.

naturalmente sono abbastanza libero dai pregiudizi e ho usato parecchio fotoritocco per riportare le foto a quel che l’occhio umano ha visto, indipendentemente dalla luce obiettiva, dato che il cervello, a differenza della fotocamera, per ora, adatta quel che vede a quel che ricorda, e dunque riesce a ricostituire delle immagini emozionanti anche in una visione oggettiva appannata.

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questo post serve sostanzialmente a presentare due montaggi video, costruiti con le foto scattate dieci anni anni fa, proprio a maggio, ad Angkor Wat, in cui qui entriamo, finalmente, e avrebbero la piccola pretesa di farne vedere qualche aspetto un po’ meno turistico.

i due video che linko, comunque, riescono a dare egualmente il senso del mio girovagare libero, per un’ampia parte della giornata, in un ambiente che sembra senza confini ed apre la mente ed emoziona, mentre si alterna lo stupore per la grandiosità dell’edificio con le piccole sorprese di vedute particolari, di scorci inconsueti.

il primo montaggio cerca di darne un’idea dall’esterno, con foto fatte camminandoci attorno, prima fuori dall’enorme canale che lo circonda, poi negli enormi spazi versi dell’isola quadrata su cui sorge.

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il secondo montaggio video, invece, è dedicato al mondo che circonda il monumento e cerca di cogliere questo immane monumento nelle sue interazioni con la gente che lo visita: e sono turisti, ma nel 2009 e in quella stagione non ve ne era neppure la folla immensa che mi dicono invece la invada oggi che il turismo di massa è molto cresciuto e questo sito è diventato enormemente di moda, come del resto merita.

ci sono i turisti, ma anche chi ci lavora attorno; qui troverete molti abitanti locali, invece, padri che portano i giro i bambini piccoli, famigliole, e perfino le foto di un matrimonio cambogiano che ha scelto il tempio come scenario, anche se pare molto occidentalizzante, nonostante qualche piccolo tocco localistico; ma soprattutto poi gente semplice, poveracci che dormono abbandonati in qualche angolo dell’edificio immenso, e anche animali: i cavalli che aspettano qualche turista che li noleggi per girare a cavallo attorno ai chilometri di porticati, o le scimmie che bivaccano in qualche punto sperduto dell’enorme complesso (ma esisteranno ancora le scimmie ad Angkor Wat?) e che pure approfittano del fatto che questo tempio è troppo grande perché non resti qualche angolo dimenticato, dove spulciarsi, sulle impalcature dei lavori di manutenzione e restauro.

c’è chi nel tempio semplicemente si riposa e chi, come cambogiano, ci fa il turista come un occidentale qualunque.

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ma poi c’erano anche i baracchini dove si vende qualcosa per i turisti; proprio lì comperai una camicia verdina cambogiana, che ha fatto le sue battaglie in giro per il mondo, e la conservo ancora nella sua povertà essenziale, con dei lacci che annodati fanno da bottone e cuciti riavvolti su se stessi da asole per allacciarli.

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ma io qui dovrei fare adesso quello che non fatto davvero dieci anni fa: occuparmi del significato simbolico di questo edificio nell’antica cultura cambogiana.

il tempio infatti è una riproduzione simbolica dell’universo ed il percorso per attraversarlo corrisponde ad un viaggio a ritroso alle origini dell’universo stesso.

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vi è una torre centrale che rappresenta il monte Meru, che è considerato il centro del mondo, nasce dagli oceani e raggiunge il cielo, appoggiando su sette montagne che sono poliedri perfetti sovrapposti fra loro e raffigurano sette qualità: leggerezza, luminosità, chiarezza, purezza, freschezza, dolcezza, eccellenza del gusto e del profumo. 

in origine la grande torre al centro conteneva all’interno una statua d’oro di Bishnu; sta in mezzo a vette minori e poi ai continenti, che sono quattro, secondo le direzioni dei punti cardinali, ma ciascuno ha sotto di sé due continenti più piccoli, e poi agli oceani, che sono considerati i bacini su cui i continenti galleggiano.

infine sotto il monte si aprono gli inferni, che sono in tutto 16: otto caldi e otto freddi.

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l’immagine del monte Meru fu elaborata dall’induismo, ma passò poi anche nel buddismo, confermano quel clima di collaborazione culturale fra le due religioni qui, di cui parlavo nel post scorso.

ma questo è soltanto lo schema generale a cui risponde la struttura dell’edificio; per entrare più a fondo nel suo valore simbolico, occorre riferirsi ai ricchissimi bassorilievi che decorano i suoi corridoi e le sue logge.

ma è quello che faremo nel prossimo post.


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