la crocifissione di Jeshu non è mai avvenuta – il profeta egiziano 32 – 244

insomma, dopo anni di ricerche e di riflessioni, a questo sono arrivato.

e non ho più niente da perdere a sostenere una tesi così sconcertante come quella del titolo; chi ci crede, rifiuterà di leggere anche il post, e dal suo punto di vista fa bene; chi non crede, resta urtato lo stesso da una affermazione che sfida il senso comune.

e va da sé che, se non c’è stata crocifissione, non c’è stata neppure resurrezione; ma su questo non c’è bisogno di spendere troppe parole.

non mi resta che portare i miei argomenti, che saranno strettamente ragionati, e augurarmi buona fortuna.

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analizzerò i testi a partire da alcune ipotesi personali sulla loro datazione e sulla loro costituzione, che ho esposto qui e altrove varie volte nel corso degli anni.

sono discutibili e non tutti li accetteranno, ma anche rifiutandole la sostanza di quel che dico non cambia.

parto dal cosiddetto Vangelo secondo Giovanni, o meglio dal suoi strato profondo, quel che dovremmo chiamare Annuncio del regno di Dio secondo i [dodici] adepti, cioè dal testo che raccoglieva, in ordine sparso e non in una sequenza cronologica, alcune testimonianze o presunte testimonianze su Jeshu.

ho ragionato altrove per dire che questo testo fu il manifesto politico della rivolta anti-romana iniziata il 66 a.C., redatto immediatamente a ridosso della catastrofica guerra che ne seguì, attorno al leader degli zeloti che ne fu uno dei protagonisti principali, Eleazar, cioè Lazzaro, proprio quello delle narrazioni evangeliche, parente di Jeshu.

Eleazar, che alla fine dell’ultima ostinata resistenza, si suicidò nel 73 nella fortezza assediata di Masada e divenne l’imbarazzante testimone del vero significato della prima fase del movimento messianista ebraica (alla greca, cristiano), da nascondere il più possibile in seguito.

questo testo fu poi rielaborato, per non dire stravolto, nel secondo secolo per mascherarne la sostanza, trasformandolo in quello che abbiamo oggi, e che è in ampia parte una meditazione pseudo-teologica e a tratti sinceramente delirante sulla figura di Jeshu.

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il racconto della cena seguita dalla cattura di Jeshu, dal suo processo e dalla sua esecuzione fa parte della testimonianza del decimo adepto (preferisco chiamarlo così, anziché tradizionalmente discepolo, proprio per togliere le incrostazioni tradizionali alla parola e ricondurla al suo significato originario).

come si vedrà non è difficile riconoscere in questo presunto testimone oculare lo stesso Lazzaro, che si fa personalmente garante della verità delle evidenti menzogne che racconta.

il racconto inizia con l’ingresso di Jeshu a Gerusalemme nel tripudio della folla che era con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo riportò in vita dai morti. […] Anche per questo gli andò incontro la folla, perché aveva sentito che aveva fatto quel miracolo (12,17-18).

solo Lazzaro stesso naturalmente, o qualche suo stretto seguace, poteva stabilire una connessione così stretta e direi persino spudorata tra l’episodio che lo aveva visto come protagonista e l’acclamazione di Jeshu come re degli ebrei.

La folla […] gridava: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore e il re di Israele”.

si tratterebbe evidentemente di una manifestazione sediziosa di enorme gravità, se fosse effettivamente successa, ma stranamente, a stare al racconto, non suscita alcuna reazione da parte dell’autorità politica, cioè dei romani, che governavano direttamente la regione dal 6 d.C., quando avevano fatto dimettere l’etnarca Archelao, figlio di Erode il Grande.

in questo racconto, che è, secondo le mie ipotesi, il più antico di quelli che poi divennero l’evangelica pur se sommaria biografia di Jeshu, non succede niente altro.

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per dire meglio: manca qui il racconto dell’attacco al tempio e della cacciata dei venditori, altro atto altamente eversivo e rivoluzionario, perché questo era già stato fatto dal secondo adepto nel cap. 2, 13-23.

qui Jeshu promette di far risorgere il tempio in tre giorni ai giudei (che vanno intesi come contrapposti ai galilei), ma stranamente neppure in questo caso le legioni romane che occupavano la città intervengono; anzi lui può tranquillamente dibattere sul senso delle sue parole.

ma è proprio in questo passo che la connessione tra la sua azione e quella degli zeloti è perfino dichiarata; viene infatti commentata così:
Allora i suoi adepti si ricordarono che sta scritto: Lo zelo della Tua casa mi ha consumato.

e proprio dallo zelo, dalla rigorosa adesione alla legge traevano il loro nome gli zeloti.

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nel racconto del decimo adepto, cioè presumibilmente di Lazzaro stesso, si passa invece direttamente a un giorno prima della festa di Pasqua, al momento non precisato, nel quale Jeshu, in un luogo imprecisato, lava i piedi ai suoi seguaci e durante la cena rivela al suo prediletto – che è chiaramente Lazzaro, protagonista assoluto di questo racconto, come erede di Jeshu – che Giuda lo tradirà e Simone detto il Macigno lo rinnegherà.

segue un lungo inserto più tardo; nel racconto originario, subito dopo, Jeshu esce con i discepoli e va oltre il torrente Cedron in un orto, un luogo dove si dice che Jeshu si ritirava di frequente con i suoi discepoli: ma quando mai, se, a stare almeno a questo racconto, era la prima volta che veniva a Gerusalemme con loro!

questo torrente si trova tra il Monte degli Ulivi e la città di Gerusalemme, ad est, sulla strada per Gerico; la valle del Cedron è quella chiamata anche valle di Giosafat.

venendo dalla città e andando oltre il torrente Cedron si sale sul monte degli Ulivi.

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qui lo raggiunge Giuda, avuta la coorte (romana? e si faceva guidare da Giuda, un seguace di Jeshu?) e le guardie dai grandi sacerdoti e dai farisei (che avevano delle guardie al loro servizio?), arrivò con lanterne, torce ed armi.

Simone il Macigno (anche qui traduco Pietro in modo inconsueto, per riportare le parole allo spessore del significato originario) tenta una reazione armata, ma Jeshu si arrende.

e viene condotto prima da Anna, perché era suocero di Caifa, il quale era il sommo sacerdote di quell’anno.

appunto, quale anno?

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se evitiamo tutti i  confusissimi rabberciamenti cristiani sulla questione e stiamo all’unica fonte storica che abbiamo sul periodo, Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche, Anano figlio di Seth – detto Anna nel testo di qui sopra – fu sommo sacerdote dal 6 al 15 d.C., quando fu deposto da Valerio Grato che era il governatore romano di Gerusalemme.

dopo altri tre sommi sacerdoti, che restarono in carica un anno ciascuno, nel 18 d.C., fu nominato sommo sacerdote Giuseppe, che fu chiamato Caifa, così si legge oggi nel testo.

Ponzio Pilato subentrò come governatore a Valerio Grato undici anni dopo la nomina di questo nell’incarico, cioè nel 26 d.C..

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ma è molto difficile pensare che qui siamo di fronte al testo autentico di Giuseppe Flavio, dato che stranamente non dice di chi era figlio questo Giuseppe, e si preoccupa invece di darne il soprannome.

in realtà è Eusebio di Cesarea, lo storico ufficiale del cristianesimo di età imperiale, che riporta che Giuseppe era soprannominato Caifa, ed è molto probabile che questa sia una sua postilla, poi entrata nei manoscritti di Giuseppe Flavio; in questo caso noi non avremmo nessuna attestazione storica che un Caifa abbia effettivamente esercitato il ruolo di sommo sacerdote.

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ma vale la pena di leggere come Eusebio di Cesarea cita e commenta Giuseppe Flavio, perché qui compie un errore clamoroso e crea una contraddizione cronologica insanabile.

Giuseppe (Flavio), nel medesimo libro delle Antichità (XVIII 34-35), enumera in ordine successivo i quattro Sommi Sacerdoti da Anna fino a Caifa, dicendo: «Valerio Grato tolse la carica sacerdotale ad Anna, figlio di (bar) Seth, e proclamò Sommo Sacerdote Ismaele, figlio di (bar) Fabi, ma non molto tempo dopo destituì anche lui e nominò Sommo Sacerdote Eleazaro, figlio del (bar) Sommo Sacerdote Anna.
Trascorso un anno anche costui fu esautorato e la carica fu affidata a Simone, figlio di (bar) Kamith ed anche lui non la tenne per più d’un anno; fu suo successore Giuseppe, chiamato anche Caifa».
6. Dunque l’intera durata dell’insegnamento del nostro Salvatore, come appare evidente, non comprende quattro anni completi, e ci furono in questo periodo quattro Sommi Sacerdoti, da Anna fino a Caifa, uno per anno.
E il Vangelo indicando Caifa come Sommo Sacerdote durante l’anno in cui si compì la passione di Cristo è nel vero.
Da quanto ci dice e dall’osservazione precedente si può così stabilire la durata dell’insegnamento di Cristo.
(Eusebio, HEc. I 10, 4/6)

come nel caso del Testimonium Flavianum, è evidente che qui Eusebio indica ai copisti cristiani come devono correggere il testo di Giuseppe Flavio, aggiungendo la postilla che il sommo sacerdote Giuseppe del 18-19 d.C. era soprannominato Caifa, per accordarlo con questa narrazione.

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qui Eusebio di Cesarea sembra dire che anche Caifa restò in carica un solo anno, come del resto era la durata della carica, di norma: quindi, se fu nominato nel 18 d.C., l’episodio di cui parliamo si sarebbe dovuto svolgere al massimo nel 19 d.C., ben prima che Pilato arrivasse a Gerusalemme come governatore.

ma non si rende conto che in questo modo sposta l’intera vicenda di Jeshu all’anno 18-19 appunto.

ma oggi, per provare a sanare la contraddizione ci si inventa che Caifa, anzi Giuseppe detto Caifa, restò in carica come sacerdote per 18 anni, un periodo spropositato: ma questo non risolve affatto il problema.

anche se ammettiamo questa cosa inverosimile di un sommo sacerdozio di 18 anni e di una espressione poco chiara da parte di Eusebio, che avrebbe voluto soltanto dire che Caifa era in carica da un anno quando si svolse il processo a Jeshu, in ogni caso, Eusebio di Cesarea ancora la predicazione di Jeshu, svoltasi per meno di quattro anni, dice, anche al sommo sacerdozio dei quattro predecessori di Giuseppe, collocandola tra il sommo sacerdozio di Anna, finito nel 15 d.C. e quello presunto di Giuseppe detto Caifa, iniziato nel 18 d.C..

inevitabilmente la cronologia che lui stabilisce della vita di Jeshu si fissa comunque agli anni fra il 15 e il 18 d.C., che sarebbero quelli del sommo sacerdozio di Anna, prima, e di Caifa, dopo.

quindi anche l’episodio che viene raccontato nel testo dell’Annuncio del regno di Dio secondo Giovanni, o secondo i dodici adepti, si sarebbe dovuto svolgere in quegli anni; ma allora questo non è compatibile con la presenza di Pilato.

ma ammettiamo invece che tutto questo sia soltanto un errore di Eusebio di Cesarea, che la vicenda pubblica di Jeshu si sia svolta in realtà in un anno solo che nel Vangelo secondo Giovanni sembrano tre solo perché non si sono riconosciute le diverse disordinate testimonianze e lo si è inteso come un racconto cronologicamente ordinato, e che questo abbia visto contemporaneamente in carica sia il presunto sommo sacerdote Caifa sia Pilato. 

ma pare possibile allora che Caifa, che esercitava tale carica da un periodo così lungo, fosse di fatto soppiantato dal suocero Anna, che l’aveva rivestita più di un decennio prima, se vogliamo salvare la datazione tradizionale?

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ma stacchiamoci dall’errore evidente di Eusebio e torniamo alla narrazione dell’Annuncio del regno di Dio secondo i [dodici] adepti, e dunque a Jeshu che, catturato, viene portato nella notte non a casa del sommo sacerdote in carica, ma in quella di suo suocero Anna: e qui Jeshu sarebbe seguito da Simone il Macigno e dall’altro discepolo, mai nominato, ma evidentemente sempre di Lazzaro si tratta.

qui la storia diventa addirittura grottesca:
15 Intanto Simone il Macigno seguiva Jeshu insieme a un altro discepolo.
Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Jeshu nel cortile del sommo sacerdote.

ecco perché chiaramente il testimone oculare che parla di se stesso in terza persona, o quanto meno la fonte diretta della notizia, non può che essere Lazzaro; certamente non è Simone, visto come è messo in cattiva luce.

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ma riflettiamo meglio: nella casa di quale sommo sacerdote viene portato Jeshu? quello in carica era, secondo questa stessa narrazione, Caifa; ma qui siamo a casa del suocero Anna, che non è il sommo sacerdote.

e poi, è plausibile che l’altro discepolo, fosse o non fosse Lazzaro, ma certamente conosciuto come seguace di Jeshu, fosse ammesso, accompagnando Jeshu stesso, nella casa del sommo sacerdote, solo perché questo lo conosceva?

a me questa sembra una pezza evidente aggiunta dopo per provare a rappezzare una narrazione sconclusionata.

16 Il Macigno invece si fermò fuori, vicino alla porta.
Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro.

come se fosse a casa sua! la portinaia che prende gli ordini dal primo sconosciuto su una questione tanto delicata!

17 E la giovane portinaia disse al Macigno: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
18 Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche il Macigno stava con loro e si scaldava.
19 Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Jeshu riguardo ai suoi adepti e al suo insegnamento.

qui il narratore che, nel momento drammatico in cui inizia il processo a Jeshu, si interessa soprattutto di chiarire che l’altro discepolo, cioè Lazzaro, è molto più importante di Simone il Macigno (o Pietro, come viene tradotto malamente di solito…) e di metterlo in cattiva luce più che può.

(ma questa è una ossessione tipica e ricorrente di questo testo!).

. . .

ma qui nell’interrogatorio ci troviamo di fronte ad un altro passaggio decisamente comico, non trovo altra parola.

Jeshu risponde a Caifa in modo poco appropriato, pare; e allora…

22 Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». […] – che non era il sommo sacerdote!
24 Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

insomma, chi è il sommo sacerdote qui dentro?

però immaginiamo pure che la guardia non lo sapesse bene e che si sia confusa…

. . .

che cosa succede a casa di Caifa non lo sappiamo dal racconto, che è troppo occupato a ripeterci che intanto Simone il Macigno se ne stava bel bello a scaldarsi assieme ai soldati; e ricordatevi che era colui che aveva appena tagliato un orecchio ad uno di loro…

anzi, non lo sapremo mai, perché, dopo che si è deciso di portare Jeshu da Caifa, questo, invece, finisce da tutt’altra parte.

28 Condussero poi Jeshu dalla casa di Caifa nel pretorio.

dalla casa di Caifa? ma Jeshu non ci ha mai messo piede, secondo questo racconto; oppure ammettiamo che ci sia stato, ma che il seguace che sta dando la sua testimonianza non conoscesse anche Caifa, il genero di Anna, che dunque questa volta sia rimasto fuori da casa sua e per questo motivo non ci racconti niente.

. . .

ma guardiamo a qualcos’altro, piuttosto: che cos’è il praetorium? è chiaramente la sede ufficiale del pretore.

e il pretore sarebbe Pilato? ma Pilato non era pretore, era praefectus.

lo conferma l’iscrizione col suo nome e i suoi incarichi trovata a Cesarea in Palestina nel 1961.

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ma stiamo alla spiegazione che nell’Enciclopedia Treccani si dà della parola pretorio:
7. La residenza dei governatori nelle province, siano essi proconsoli o propretori, in quanto capi militari.
In questa accezione va inteso il pretorio di Pilato di cui parlano i Vangeli.

tirata per i capelli, pare a me; ma nella letteratura cristiana Pilato non è né praetor praefectus, era procurator, carica che non ha mai rivestito, e che veniva attribuita soltanto qualche decennio dopo.

però possiamo pensare che chi qui racconta non lo sapesse e che pensasse che anche Pilato era un procurator, no?

ma proseguiamo.

. . .

28 […] Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
29 Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».
30 Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».
31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!».
Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».

l’idea di Pilato, svegliato all’alba nel pretorio dove chiaramente abitava anche, che esce dal palazzo ufficiale per venire incontro ai tabù religiosi dei capi farisei è un’altra nota grottesca.

e così tutta la successiva narrazione che vede Pilato propenso a salvare Jeshu dalle accuse non ha nessuna verosimiglianza storica.

Pilato era un burocrate sanguinario e senza scrupoli e fu alla fine rimosso dall’incarico dall’imperatore Tiberio per i suoi eccessi; ma ho già osservato altrove che la storia di questo processo ricalca piuttosto quanto avvenuto, secondo il dettagliato racconto di Giuseppe Flavio, ben più tardi, e tra un altro magistrato romano, Felice, che fu davvero procurator e non praefectus, e un altro Jeshu, portato davanti a lui con accuse simili molti anni dopo quelli a cui vengono attribuiti questi presunti fatti, e da lui fatto rilasciare come squilibrato.

. . .

tralasciamo anche la storia inverosimile del rilascio di Barabba, che significa figlio del padre, ed è il normale modo in cui viene chiamato Jeshu stesso, perfino nei vangeli: Barabba rilasciato! che è soltanto l’alter ego di Jeshu.

e non diciamo niente della tempistica che vede avvenire tutto nel giro di neppure 20 ore: cattura, due interrogatori, ma forse tre (uno non riferito), con trasporto in tre sedi diverse, torture, un interpello dei giudei per concedere la grazia a un condannato (cosa che non si è mai vista), percorso al luogo dell’esecuzione, crocifissione e relativa morte.

. . .

e veniamo all’ultima perla, al racconto altrettanto inverosimile della crocifissione che ripete alla lettera e punto per punto svariate profezie bibliche, fino all’incredibile presenza sotto la croce del solito Lazzaro, il discepolo prediletto, per nulla ricercato, anzi liberissimo di muoversi a suo piacimento, che viene nominato da Jeshu, seduta stante e un momento esatto prima di spirare, tutore della madre e nuovo figlio adottivo di lei al posto suo.

ma ci bastano le parole messe a conclusione di questa spericolata e spudorata invenzione, per capire chi era davvero chi la scrisse, e come – sotto sotto – sentisse benissimo che era facilissimo accorgersi che stava raccontando soltanto fandonie:
35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
36 Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura
[…]

ma basta appellarsi al testo sacro perché anche le fandonie siano prese per verità dagli stolti, come sanno da tempo tutti i maneggioni che utilizzano ai loro scopi la fede degli ingenui.


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