i caduti di tutte le guerre – 246

Il tempo non scalfisce il ricordo di quanti persero la vita per la libertà sui monti di Provaglio Val Sabbia.

così sta scritto nel volantino di questa 47esima commemorazione ai caduti di tutte le guerre che è organizzata dal Gruppo di Provaglio Val Sabbia della Sezione Monte Suello dell’Associazione Nazionale Alpini col Comitato Monte Besume e con l’ANPI di Provaglio Val Sabbia.

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noi viviamo un tempo di pace fortunato e quasi eccezionale nella storia, che ha pochi precedenti in Italia – perfino la celebratissima pax, che Augusto duemila anni fa volle indicare come caratteristica del suo regno, fu tutt’altro che completa e durò comunque soltanto 43 anni, dal 29 a.C. alla sua morte del 14 d. C..

lo dobbiamo anche all’Unione Europea, che ci vede votare in queste ore per decidere del suo futuro.

da oramai tre generazioni nessuno scontro armato si svolge sul nostro territorio, anche se quarant’anni fa il terrorismo imperversava nelle nostre città e colpì crudelmente anche a Brescia, nella strage di piazza Loggia e in altri attentati ed episodi che videro cadere per le bombe complessivamente 8 persone, 7 in quella piazza, e alcuni erano amici miei personali – non racconterò qui per quale contrattempo mancai l’appuntamento che avevo con loro e mi salvai -, mentre un ragazzo neofascista era morto pochi giorni prima nell’esplosione di una bomba che trasportava su una motoretta, e un’altra vittima ci fu l’anno dopo in un altro attentato, ed era stata mia insegnante.

tra due giorni ricorderemo anche loro, che sono state le ultime vittime della lotta per la libertà, visto che erano in piazza per un momento come questo, allora per uno sciopero generale e per una manifestazione contro il fascismo: in quegli anni si era più vicini al ricordo di questo regime che portò l’Italia in guerra prima in Africa contro la dimenticata lotta anti-coloniale della Libia degli anni Venti, che vide lo sterminio di circa metà di quella popolazione ad opera nostra, e poi contro l’Etiopia innocente, e infine nella catastrofe della seconda guerra mondiale.

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Provaglio dunque oggi ricorda ancora i suoi morti della prima e della seconda guerra mondiale; non so se ne abbia avuti anche nella guerra di Etiopia del 1935-36.

IMG_20181129_121503ae ricorda anche i morti dello scontro che alle pendici di questo monte, verso la frazione di Ludrio, vide un piccolo gruppo di giovani partigiani delle Brigate Matteotti battersi fino alla fine delle munizioni contro un rastrellamento delle guardie nere della Repubblica di Salò, il 40esimo battaglione della Guardia Nazionale Repubblicana di quello stato fantoccio del regime hitleriano a cui Mussolini prestò i suoi ultimi squallidi giorni macchiandosi di sangue più di quanto non avesse fatto nel resto della sua vita di Duce.

e quando dovettero arrendersi, solo pochi riuscirono a salvarsi fuggendo per la Val Degagna, il gruppo più numeroso fu catturato, uno preferì sottrarsi buttandosi a morte giù per un burrone, e fu profeta, per quel che seguì e che tutti conosciamo: trascinati a Idro, torturati selvaggiamente, e poi sospinti a piedi nudi di nuovo su per la montagna nella neve di quel 5 marzo 1945, per riportarli dove era stati presi: dovevano essere fucilati lì per fingere che fossero morti in combattimento e non uccisi in spregio ad ogni convenzione internazionale che impone il rispetto della vita dei prigionieri.

ma giunti a Cesane, risalendo la valle a piedi prima da Idro e poi a Barghe, esausti, con i piedi piagati e quasi congelati dissero: finiteci qui, e furono accontentati con quella scarica di mitraglia che rimase incisa in un tronco di salice, quello che oggi si trova al Museo della Resistenza di Forno d’Ono.

quel che seguì fu l’ordine di non dare neppure esequie a quei combattenti: ammassati nel cimitero come animali, per essere buttati in una fossa comune in due file sovrapposte; ma si ribellarono alcune donne del paese, vicine alla Resistenza, corsero a tempestare la casa del parroco, in nome della pietà umana e della solidarietà politica; inutilmente perché ai funerali si poté pensare solo tre mesi dopo, quando la guerra finalmente finì, e una donna pietosa prese su dei fazzoletti le impronte di quei visi martoriati e insanguinati, finiti con un colpo di grazia alla testa, per consegnarli alle famiglie, e le rimase quello del ragazzo che parlava francese, ma era belga; solo pochi anni fa, quando lei era oramai novantenne, passarono di qui dei parenti in cerca di notizie di quel loro eroe di famiglia e lei poté consegnare questo ultimo ricordo, prima di morire: era stata la Veronica di una nuova via crucis moltiplicata per dieci.

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non c’erano giovani di Provaglio in quel gruppo, ma giovani della Val Sabbia sì, assieme ragazzi entrati nella Resistenza da altre parti d’Italia, nel caos seguito alla dissoluzione del nostro esercito l’8 settembre (solo da due secoli Provaglio è entrata a far parte della Val Sabbia, non è più considerata parte della Quadra di Montagna della Magnifica Patria di Salò, come si chiamava allora il territorio che aveva come capoluogo la città sul lago).

e quei giovani, che sfuggivano dai rastrellamenti di Vallio Terme, nella bassa valle, erano delle Brigate Matteotti: il nome era quello di un deputato socialista rapito e ucciso dai fascisti a Roma nel 1924; era la terza componente della Resistenza bresciana, assieme alle Fiamme Verdi cattoliche forti soprattutto in Val Camonica e alle Brigate Garibaldi, di ispirazione comunista, più vive in Val Trompia; la Val Sabbia vedeva invece una prevalenza socialista, una corrente politica che fu forte anche dopo nei primi anni della nostre repubblica. 

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noi ricordiamo oggi questi fatti dopo 74 anni di pace sul nostro territorio, anche se negli ultimi anni la guerra ci ha sfiorato di nuovo e neppure da troppo lontano: siamo stati parte della guerra di Serbia nel 1999 e non estranei a quella seconda guerra infausta di Libia voluta soprattutto da Francia e Inghilterra del 2011, che non ha ancora portato ad una vera pace, anzi è riesplosa in queste settimane e ha contribuito a causare una catastrofe umanitaria di cui vediamo ancora le conseguenze nelle migliaia di morti annegati, mentre cercano di fuggire da quel continente.

lo facciamo per ricordare che quei ragazzi non sono morti invano, su questi monti qui dietro, e non sono morti inutilmente neppure i giovani di questo paese che, facendo gli alpini soprattutto, come è tradizione qui, hanno lasciato la vita nelle steppe gelate della campagna di Russia, nelle sabbie di El Alamein e in Libia o nelle savane della cosiddetta Africa Orientale Italiana – dove invece mio padre si salvò fortunosamente la vita.

pensate – non lo si fa di solito – quanto fu importante negli anni di guerra dal 1943 al 1945 che ci fosse una Resistenza attiva in Italia, nel guidare le azioni militari degli alleati, che sapevano di poter contare su questa guerriglia che logorava dall’interno la disperata guerra nazifascista; è merito loro se una parte delle loro missioni aeree fu per lanciare rifornimenti ai combattenti partigiani e non per bombardare le città: questi bombardamenti non mancarono, basta ricordare i bombardamenti di Brescia del 13 luglio 1944, con i suoi duecento morti, e quello del 2 marzo 1945, che fece 80 morti, proprio nelle stesse ore dello scontro su questi monti.

eppure basta pensare a quel che successe in Germania, in quegli stessi mesi, dove non si sviluppò nessuna Resistenza popolare al nazismo e dove vi furono bombardamenti a tappeto su scala mai vista, come quello che rase al suolo sotto 2.700 tonnellate di bombe completamente Dresda, la Firenze tedesca, che è ancora in ricostruzione, e il numero dei morti neppure si sa, chi dice circa 20.000, chi arriva fino ad 80.000.

ma un paio di altre cifre dice di quanto siamo debitori ai migliaia che salirono nelle nostre montagne e alle centinaia e centinaia che persero la vita lottando contro nazismo e fascismo: il bilancio doloroso della seconda guerra mondiale per l’Italia è stato di 400.000 morti, meno dei 700.000 della prima, nella quale fummo trascinati da un tacito colpo di stato della monarchia, contro la volontà del parlamento; ma la Germania alla fine del 1945 aveva avuto otto milioni di morti.

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anche da tutti questi sacrifici, dagli orrori del secolo più sanguinario della storia dell’umanità, dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, dai 50 milioni di morti in tutto il mondo dell’ultima atroce guerra combattuta in quasi tutto il pianeta, e dalla collaborazione all’Assemblea Costituente dei tre principali partiti anti-fascisti, cattolici, comunisti e socialisti, sono nati due articoli della nostra Costituzione che sono tra i suoi principi fondamentali, i primi 12, che non possono essere modificati:

sono collegati l’uno all’altro, sono inseparabili e vanno ricordati assieme:

Art. 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 10
[….] Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

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non dimenticare i nostri morti di tutte le guerre, non dimenticare gli alpini della campagna di Russia di cui ha scritto così meravigliosamente Rigoni Stern, che è anche scrittore e alpino nostro, e non dimenticare i partigiani, significa anche non dimenticare questi due articoli.

non la possono dimenticare gli alpini in nome dei valori della loro tradizione, in cui anche io sono stato educato da mio padre, ufficiale dell’artiglieria di montagna a Merano, dove tanti ragazzi della Val Sabbia venivano a fare il servizio militare: coraggio, senso del dovere, rispetto profondo del principio di legalità, solidarietà, amore per la libertà e per la propria terra.

la strada della dimenticanza è pericolosa, il pericolo della guerra non è cancellato per sempre, abbiamo una guerra vicina a noi; in queste stesse ore in Libia esseri umani stanno fuggendo dalle bombe di una guerra civile interna, e altri muoiono nella disperazione; da anni oramai una guerra perfino peggiore è in atto nello Yemen, nel silenzio universale, e c’è chi ci fa affari vendendo le armi di una strage di decine di migliaia di persone bombardate dall’Arabia Saudita: queste guerre sono una minaccia anche per noi.

dalla guerra non ci si salva da soli, dalla guerra ci si salva ricordando tutti assieme il passato, ma guardando anche, solidali, al presente: lo dobbiamo ai nostri caduti, ma lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.


11 risposte a "i caduti di tutte le guerre – 246"

  1. Istintivamente non ho mai amato gli “Alpini”. Associazione di di ex militari che vanno fieri delle loro sconfitte ed in sostanziale assenza di critica verso chi li ha mandati a morire; intrisi di chiesette e madonnine, di croci sulle vette che sono di tutti. Aldilà delle “opere di bene ” che pure li caratterizzano c’è da chiedersi perchè siano tanto foraggiati e sostenuti dal potere. Trovo orrende le loro adunate a base di crapula e di vino… una forma in ogni caso di paramilitarismo acritico.
    Commemorare i caduti è buona cosa ma senza mettere in luce il perchè ed il perchì sono stati fatti cadere risulta esercizio monco e poco “istruttivo” (sto parlando in generale…)

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    1. gli alpini non sono una associazione di militari, ma di soldati, scusa il distinguo.

      non mi pare che siano foraggiati dal potere, ma forse avrai dei dati che io non conosco; direi che piuttosto sono loro che quasi sempre lo sostengono.

      credo che abbiano radici storiche, ma forse addirittura antropologiche, molto antiche; penso che possano essere la sopravvivenza aggiornata certamente delle vecchie milizie locali delle valli; qui in Val Sabbia, ad esempio, Venezia distrusse, nell’arrivare, i poteri feudali e diede il completo autogoverno locale, accontentandosi di ricevere soldati per la difesa; mi pare il modello politico che qui hanno ancora in mente ed aiuta a capire il successo locale della Lega; ma forse con questo si può risalire fino all’epoca romana e oltre.

      come figlio di un ufficiale dell’Artiglieria di Montagna, variante soltanto logistica rispetto al corpo degli alpini, sono stato cresciuto nel rispetto dei valori più profondi di quella tradizione; ne vedo anche io qualche ombra, ma si sbaglierebbe a non vedere che le luci prevalgono.

      leggere Rigoni Stern per capire meglio.

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    2. aggiungo, di ritorno da una di queste “adunate”, un bellissimo pranzo di paese a base di spiedo succulento e prezioso, la più vibrata dissociazione dai tuoi giudizi negativi sui ritrovi e sugli altri usi degli alpini, ahaha.

      in particolare, la recente eccezionale scoperta a Sabbio Chiese, in un luogo di culto pre-celtico, di uno stupendo spiedo di bronzo con incisione in lingua camuna, pare, dell’età appunto del bronzo, mi fa capire come questi pasti comunitari sono una tradizione millenaria e preziosa da amare e rispettare, così come questi spiedi squisiti che risalgono alla preistoria ed erano certamente in origine di selvaggina.

      sono le “radici” culturali che preferisco,

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  2. Vedo che ancora una volta siamo in accordo…chi decide in generale è il potere che in primis è emanazione economica che, tramite più strade, trascina il popolo. Senza libera informazione non c’è alcuna democrazia…siamo sempre ai pastori ed alle pecore. La responsabilità è ovviamente sempre del pastore che giuda il gregge… non si può superare il dato biologico di specie gregaria.
    Ovvio che il referendum sulla decisione di guerra è presa di posizione astrale…

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    1. perché esista una libera informazione occorre che esista una morale pubblica rigorosa; il che è come dire che in Italia è impossibile.

      cosa vissuta anche di persona negli anni lontani della mia collaborazione volontaria a Bresciaoggi quando era un libera (!) cooperativa di giornalisti.

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  3. La guerra intesa come la intendiamo oggi, non potrebbe esistere senza l’istituzione stato ( democratico o meno fa lo stesso ) di fatto posseduto da una elite che lo fa proprio e per nulla neutrale, che obbliga l’intera nazione ai suoi interessi quasi sempre economici:
    Militari, economia, popolazione tutta sono obbligati dalle leggi alla partecipazione o meglio a subirla ( voglia o controvoglia, costi quel che costi in vite umane, distruzioni e sofferenze ed abolizione dei diritti individuali).
    La decisione di una assemblea di qualche centinaio di “rappresentanti”, quando va bene, decide il supremo crimine…Non vedo come si possa umanamente accettare questa soperchieria sociale che nella pratica risulta presa da un ancor più ristretto numero di individui che trascinano con sé il folto gruppo degli yes man tributari.
    La violenza istituzionalizzata dispone delle enormi risorse sociali per cui moltiplica su scala esponenziale le ricadute negative sulle popolazioni.
    La guerra non è semplice violenza, è l’abominio massimo contro la vita, la libertà, la democrazia, il futuro, che schiaccia in un colpo solo i diritti di cui tanto si dibatte, è, oltretutto, la liberazione autorizzata al sadismo che stava confinato nell’indicibile …ogni volta è così.
    La guerra andrebbe tolta al potere delle istituzioni e sottoposta quantomeno a referendum popolare.
    Tutte le guerre in cui le nazioni europee hanno partecipato chi le ha decise? Per non parlare di quelle perenni americane…

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    1. questa è la traccia di un intervento, sviluppato poi a braccio, che mi è stato chiesto di tenere ieri alla festa degli alpini di Provaglio Val Sabbia, che è anche una commemorazione dei caduti di tutte le guerre.

      a voce ho aggiunto al momento, e adesso anche inserito nel testo, qualche considerazione ulteriore sui valori della tradizione alpina: coraggio, senso del dovere, rispetto profondo del principio di legalità, solidarietà, amore per la libertà e per la propria terra.

      recentemente alcune scoperte archeologiche sulla più antica preistoria hanno permesso si stabilire che la guerra, come momento ricorrente della vita sociale delle tribù umane, non è un dato originario della nostra specie, dove certamente si sviluppano momenti di aggressività tra diversi gruppi, ma non tali da poter essere definiti guerra; ed è invece legata alla nascita di agricoltura e allevamento (come del resto dimostra il mito di Caino e Abele).

      è la stessa svolta verso la civiltà dalla quale nasce la differenziazione sociale per cui i leader dei gruppi sociali si attribuiscono privilegi via via crescenti e oggi diventati assolutamente intollerabili.

      in altre parole la guerra è inseparabile dallo sviluppo stesso della civiltà umana, ma non ha radici biologiche vere, è soltanto la forma che assume la nostra aggressività di base nel contesto dello sviluppo di una civiltà tecnologica che consente l’accumulazione delle risorse.

      e questo sviluppo culturale umano ha via via rafforzato il potere delle elite, che oggi in Occidente passa attraverso la democrazia parlamentare che si è rivelata più funzionale a coprire i loro interessi di altre forme di governo come la democrazia popolare cinese e perfino delle dittature.

      ma occorre non farsi illusioni, nessuna forma di governo in se stessa è in grado di respingere il controllo delle elite, e men che meno l’impraticabile idea di un referendum sulla guerra, che del resto dovrebbe essere totalmente assurdo, visto che la nostra Costituzione consente soltanto una guerra direttamente difensiva in grado di aggressione, e questo impedisce lo svolgimento di un referendum che non si improvvisa e ha tempi tecnici di settimane.

      del resto, il potere delle elite nel decidere le guerre lo abbiamo visto bene sia nella prima guerra mondiale, in cui l’Italia fu trascinata dalla monarchia contro la volontà della maggioranza del Parlamento: liberali giolittiani, cattolici e socialisti, sia ovviamente nella seconda o in quella d’Africa dove qualunque referendum avrebbe dato una delirante schiacciante maggioranza ai bellicisti, sia nella guerra di Serbia, preparata con pieno rispetto formale del parlamento, ma non della Costituzione, mettendo in crisi il governo Prodi che non la voleva e sostituendolo con quello D’Alema, che ci fece partecipare.

      la tua idea che il popolo non vorrebbe mai la guerra, Silvano, è del tutto illusoria, almeno da quando la mente collettiva è così facilmente manipolabile prima dai media e poi oggi dalla pià pervasiva forma di controllo, che è internet.

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