l’altra Angkor: Angkor Thom – 255 – Cambogia 2009 11

più che la fine della giornata è l’esaurimento della carica della batteria della fotocamera a porre termine a foto e riprese, dopo tanto lavoro sull’obiettivo della camera; ma quello della mente ha continuato a lavorare e a incasellare immagini nell’archivio del cervello, solo che questo è deperibile e soprattutto non riproducibile.

e tuttavia prima di doversi limitare proprio arrivati alla terza meta della giornata, più spettacolare ancora forse delle altre due, c’è stato il tempo per alcune foto sparse che hanno come tema gli animali, più o meno esotici, che circolano variamente attorno ai monumenti.

e sono, prima, normali bovini al pascolo nei prati attorno ai grandi bacini d’acqua del sito, poi scimmie in libertà vicino a quest’ultimo monumento, e anche gli abitanti locali si fermano a guardarle o a mostrarle ai bambini, non dovrebbe essere uno spettacolo tanto comune neppure per loro; e infine, anche se cronologicamente in realtà prima, gli elefanti, ridotti però ad un ruolo scenografico ad uso dei turisti che vogliono provare l’emozione salgariana di incedere tra queste rovine romanzesche dall’alto di una torretta installata sulla schiena di un pachiderma.

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la maggior parte dei turisti infatti viene ad Angkor per vivere in un romanzo, o meglio ancora in un film, non si ha la percezione di percorrere una enorme Los Angeles di qualche secolo fa soltanto, dove sono rimasti soltanto i grandi monumenti religiosi costruiti in pietra, dato che ogni altro edificio, compreso il palazzo reale, erano di legno e sono scomparsi, divorati dall’umidità feroce e dalle piogge violente che degradano tutto molto in fretta in questi tropici monsonici.

e pensare che Angkor, nella lingua locale, significa appunto città; per cui Angkor Wat significa semplicemente il tempio della città e Angkor Thom è la grande città, il luogo dove arrivo adesso a bordo del tuctuc in una spettacolare ripresa, molto scadente tecnicamente, ma degna davvero di un film.

queste rovine sono dunque quelle della città vera e propria, che aveva circa un milione di abitanti ed era fortificata, cioè circondata da un muro di difesa alto 8 metri e lungo 12 km, oltre che da un fossato largo 100 metri, a suo tempo volutamente popolato di coccodrilli, a protezione di un’area di circa 10 km quadrati.

dunque anche Angkor Thom precede Angkor Wat, ed è, come lui, una raffigurazione simbolica del Monte Meru, da cui ha origine il mondo secondo i culti Khmer, circondato dagli oceani; ma qui la struttura architettonica non è offerta allo sguardo su un terreno pianeggiante, e dunque in modo facile da cogliere sin da lontano, con uno sguardo d’insieme; come a Roluos, invece, la si deve conquistare salendo per quello che all’inizio appare soltanto un cumulo disordinato di rovine.

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oltre alle mura e alle cinque spettacolari porte di accesso, sono sopravvissuti soprattutto gli spazi cerimoniali all’interno: il Bayon, che è esattamente al centro della città ed aveva una funzione non troppo nota: consiste in 54 strutture a torre, vagamente piramidali, ornate ciascuna da quattro teste gigantesche, per un totale di 216.

si suppone che possano essere dedicate ciascuna ad una delle 54 province in cui era suddiviso allora l’impero, ma è soltanto una ipotesi e mancano conferme.

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anche qui erano presenti bassorilievi, ancora più imponenti di quelli di Angkor Wat, dato che si estendevano per 1,2 km, ma sono più deteriorati in larga parte, e comunque sono risparmiati all’eventuale lettore perché non ho avuto il modo di fotografarli; sono comunque dedicati alla guerra contro i Cham, la popolazione indiana che abitava allora il Vietnam centrale, e che avrei imparato a conoscere cinque anni dopo, quando visitai quel paese.

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il Baphuon era invece il tempio al centro della città, da tempo in ricostruzione con l’anastilosi, cioè con la ricostituzione delle colonne e delle altre strutture crollate, ma durante il regime dei khmer rossi, al tempo del genocidio, tutti i documenti su cui stavano lavorando gli archeologi furono distrutti, ed oggi il restauro è ripreso con più difficoltà: comunque certamente chi visita la Cambogia oggi, ne vede qualcosa di più.

il Palazzo Celeste o Phimeanakas, che aveva un tempo una guglia d’oro, il tempio Preah Palilay, la terrazza buddista del Tep Pranam, su cui sorgeva un tempio buddista di legno oggi scomparso, il complesso di templi induisti e buddisti di Preah Pithu credo di non avere neppure il tempo di vederli, e sono destinati a restare vuoti nomi, comunque suggestivi.

ricordo invece abbastanza bene, anche se mancano le fotografie, la Terrazza del re lebbroso, destinata forse alla cremazione dei sovrani, e chiamata così per una statua nuda alta 7 metri, priva di attributi sessuali, come se fossero stati divorati dalla lebbra, che del resto risulta abbia effettivamente colpito due sovrani khmer, e la terrazza degli elefanti, lunga 350 metri, che era la tribuna dalla quale la corte assisteva alle parate militari, al culmine effimero della potenza dell’impero.

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ma mancano le foto di tutte queste ultime grandiose strutture devastate dal tempo, che le ha rese ancora più suggestive dichiarando allo spettatore turbato che ogni civiltà muore e decade: in Cambogia qualche secolo fa fu una grande civiltà locale.

con una stretta al cuore si pensa che oggi, invece, di fronte alla decadenza inevitabile, a stare alla storia, sta l’unica globalizzata civiltà umana e la sua decadenza rischia di colpire a morte la nostra intera specie, oltre alle altre, vittime innocenti del delirio di potenza dell’antropocene.

 

 


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