la strana resurrezione di Jeshu e l’adempimento della profezia di Daniele – il profeta egiziano 33 – 266

mi pare che ben pochi sinora abbiano sottolineato una quasi incredibile stranezza delle storie sulla resurrezione dalla morte di Jeshu: che, dopo una manifestazione miracolosa di tale portata, ci si aspetterebbe che il risorto si manifestasse come effettivamente dovrebbe fare uno tornato in vita: cioè si muovesse come corpo visibile, desse prova di essere ancora integralmente vivo, facesse una vita normale da uomo effettivamente guarito dalla morte, incredibilmente.

niente di tutto questo: Jeshu, nel racconto del Vangelo secondo Giovanni, ma anche negli altri, si limita ad “apparire” qua e là, come una specie di fantasma privo di vita propria, e con molta parsimonia, non appare in alcun modo una persona dotata di una vita vera, – come se questo non bastasse – quando appare addirittura non viene riconosciuto inizialmente, ma solo da un certo momento in poi, con esiti addirittura paradossali.

limitandomi, per ora, al Vangelo secondo Giovanni, ecco due esempi:

questo succede a Maria di Magdala:

14 Detto questo, si voltò indietro e vide Jeshu, in piedi; ma non sapeva che fosse Jeshu.
15 Le disse Jeshu: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».
Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo».
16  Jeshu le disse: «Maria!».
Ella si voltò
– ma non si era già voltata prima? – e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!».
17  Jeshu le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»».
18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

naturalmente l’annuncio di Jeshu di stare per salire al padre, che qui sembra imminente, non viene affatto realizzato subito: ed è dato per imminente dato che, evidentemente, inizialmente, avveniva effettivamente subito, nel racconto, giusto per evitare le assurdità appena viste: quindi Jeshu moriva, risorgeva e subito si toglieva di mezzo dal mondo,

e questo invece succede al discepolo prediletto, cioè a Lazzaro:

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.
E si manifestò così: […]
4 Quando già era l’alba, Jeshu stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Jeshu.
5 Jeshu disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
Gli risposero: «No».
6 Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete».
La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
7 Allora quel discepolo che Jeshu amava disse al Macigno: «È il Signore!».

Simone il Macigno, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare.

di nuovo questo resoconto ribadisce l’inferiorità di Simone rispetto al discepolo amato da Jeshu, ma soprattutto, di nuovo, la presenza di Jeshu viene riconosciuta solo a posteriori, per qualche gesto che lo richiama: in questo caso la pesca miracolosa.

ma nulla di concreto viene mai detto sul resto: dopo essere comparso in questo modo, Jeshu come si allontana? come mai i suoi seguaci non lo trattengono con loro?

non c’è nulla di realistico in questi racconti, e l’evidenza ultima di una pura suggestione si impone.

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la resurrezione di cui parlavano all’inizio i cristiani dunque non è neppure propriamente tale, nel senso che le venne dato dopo: è quasi un fatto più simbolico che reale…

diciamo meglio: che questi primi seguaci di Jeshu non arrivano neppure a concepire l’enormità di una vera e propria resurrezione fisica dalla morte, che in questo caso avrebbe dovuto essere considerata soltanto apparente, ma concepiscono la resurrezione nei termini di una presenza quasi simbolica, che garantisce soprattutto la continuazione dell’efficacia di alcune azioni giudicate miracolose oppure la prosecuzione di una presenza morale oltre il limite della morte.

insomma, nel Vangelo secondo Giovanni una vera resurrezione di Jeshu non c’è e quindi, alla fine, questo testo si differenzia poco dalla dichiarazione del cosiddetto Vangelo di Tommaso che Jeshu è il vivente e che troviamo nel titolo stesso del testo: Questi sono i detti [segreti] che Jeshu il vivente ha detto e suo fratello gemello Giuda il Gemello ha trascritto.

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si può obiettare che nella seconda delle quattro apparizioni di Jeshu raccontate nel Vangelo secondo Giovanni (20, 19-29) c’è una evidente smentita dell’idea di Giuda Tommaso, il Gemello, che la vita di Jeshu oltre la morte sia da intendere come una prosecuzione dell’efficacia vitale del suo insegnamento, ribadita fin dall’esordio:
1. Jeshu disse: “Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte”.

anzi, in palese polemica con lui, si afferma proprio la carnalità della resurrezione di Jeshu.

ma siamo evidentemente in un passo inserito successivamente, e addirittura con una chiusa (20, 30) alternativa a quella successiva (21, 23), che pure nella frase finale è parzialmente simile; ma il fatto che questa chiusa sia la prima nel testo non basta affatto a dimostrare che sia anche più antica, come ingenuamente pare credano gli studiosi riconosciuti: è molto più probabile che essa sia stata pensata successivamente, e proprio allo scopo di cancellare la chiusura originaria.

lo fa pensare il fatto che la prima chiusa, che ritengo più tarda, sia assorbita da una polemica contro Giuda il Gemello, cioè Tommaso, mentre la prima sottolinea di nuovo il ruolo assolutamente centrale di Lazzaro, come vero erede di Jeshu, al posto di Simone il Macigno, o Pietro, come lo conosciamo noi.

ed è evidente che la polemica con Simone, poi definito Pietro, è veramente centrale nel momento della composizione di questa storia, perché è funzionale ad una lotta per l’egemonia nel movimento insurrezionale anti-romano; invece la polemica contro Giuda il Gemello, o Tommaso, risponde ad esigenze molto successive di lotta dell’ortodossia contro la lettura gnostica della figura di Jeshu.

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in realtà non ho ancora affrontato a fondo sinora il problema del reale rapporto cronologico tra questi due vangeli, noti oggi come Vangelo secondo Giovanni e Vangelo di Tommaso, ma mi muovo sull’ipotesi che il primo che ho citato, quello in realtà raccolto da Lazzaro, fosse il più antico, e quello trascritto da Giuda il Gemello, invece, sia successivo alla catastrofe della guerra contro i romani e alla morte di Lazzaro stessa e ponga le basi del cristianesimo successivo a partire da una figura di Jeshu come sapiente che illumina la vita con i suoi detti, e non come leader politico e messia in pectore di una lotta contro i Romani.

quello che comunque è certo che questi, Giovanni e Tommaso, sono i due testi più antichi della tradizione cristiana, probabilmente anche assieme al nucleo originario del cosiddetto Vangelo di Filippo, altra raccolta di detti esemplari di Jeshu, di cui si riconosce l’antichità, una volta liberato da glosse e commenti, anche sulla base della citazione di Papia.

rimane peraltro il fatto che gli unici frammenti su papiro di testi evangelici che  e che ci sono giunti come circolanti entro la fine del II secolo, siano appunto dei Vangeli secondo Giovanni e di Tommaso, o meglio Giuda il Gemello.

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risulta quindi veramente inspiegabile come possa essersi formata una fede su fatto così palesemente assurdo dal punto di vista dell’esperienza umana comune e delle conoscenze scientifiche (che tuttavia allora non c’erano) come la ripresa di una vera e propria vita biologica in Jeshu defunto.

ma, come si vede, nelle più antiche narrazioni questa tesi veramente stravagante non è neppure affermata.

essa fu costruita più tardi; ma neppure nelle pseudo-lettere di Paulus la vita di Jeshu il risorto è veramente una vita biologica concreta, ma soltanto una specie di vita spirituale che continua oltre la morte e che viene documentata da apparizioni: per cui l’apparizione di Jeshu a Paulus sulla via di Damasco (come veniva chiamata in codice la sede della comunità essena sul Mar Morto) è considerata una prova della resurrezione di Jeshu altrettanto forte e definitiva delle sue ambigue apparizioni a Maria di Magdala o ad altri seguaci.

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ma qui occorre soffermarsi a riflettere come una concezione simile della resurrezione è così differente da quella che successivamente si impose come fede in una vittoria sulla morte attraverso il recupero della vita biologica da configurare quasi due religioni completamente diverse.

una cosa è la religione di Tommaso, il fratello gemello, e di Lazzaro, poi mimetizzato come Giovanni, e perfino per Paulus, che Jeshu ha vinto la morte perché è ancora vivo nella sua azione mentale (per Tommaso attraverso la potenza delle sue parole sempre vive, per Lazzaro attraverso la sua capacità di agire per suggestione sulla mente dei suoi seguaci), una cosa completamente diversa la fede ribadita nel credo niceno che Jeshu risorse dai morti pienamente e come corpo vivo.

e non ci ingannino le ripetute affermazioni dei primi secoli sulla natura profonda e costitutiva della resurrezione nella fede cristiana: è sempre di una resurrezione morale e non propriamente fisica che si sta parlando.

la lunga trattazione del tema della resurrezione di Jeshu che compare nella presunta Prima lettera ai Corinzi attribuita a Paulus alla metà del secondo secolo (la riporto in fondo al post) è addirittura trasparente nel rivendicare che la resurrezione riguarda non il corpo fisico, ma un altro corpo: quello spirituale; basta leggerla togliendosi gli occhiali delle deformazioni successive.

42 Così anche la risurrezione dei morti: […] 44 è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale.

e, dicendo questo, stabiliamo anche indirettamente quando davvero la cosiddetta resurrezione di Jeshu cambiò natura: in coincidenza con la trasformazione del cristianesimo in religione imperiale.

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ma nell’ultimo post prima di questo, in questa serie sulla formazione progressiva della storia biografica di Jeshu, sono andato ben oltre questa quasi ovvia incredulità su una resurrezione di Jeshu ad una piena vita biologica, e ho affermato che la crocifissione stessa non è mai avvenuta.

ho esaminato la sua versione più antica (in base ai miei studi) della vicenda di Jeshu secondo la tradizione cristiana, e cioè il nucleo essenziale di quello che poi, rimaneggiato nel secondo secolo, divenne il Vangelo secondo Giovanni, che abbiamo oggi; ma meglio sarebbe tradurre il titolo, in un modo più aderente al significato originario, come: L’annuncio felice del Regno di Dio, secondo Giovanni.

riassumendo, ripeto che si tratta, in realtà, del testo stesso da cui è iniziata la costruzione del personaggio di Jeshu, ad opera del più intimo dei suoi seguaci, almeno di quelli di sesso maschile, se prescindiamo dalla figura della moglie, Maria di Magdala; ed era il cosiddetto discepolo amato, non Giovanni, ma Lazzaro, o Eleazar, che fu poi protagonista della rivolta ebraica contro il dominio romano che si concluse con la disfatta del 70, e con il suo suicidio a capo degli ultimi 900 seguaci, nel 73.

proprio in vista di questa rivolta e nel periodo immediatamente precedente venne composto questo testo, che mirava a dare una base politica alla guerra contro i romani, almeno dal punto di vista dell’ebraismo integralista degli zeloti; e lo scopo era di garantire che il movimento di rivolta fosse agevolato dalla convinzione che il messia previsto dalle profezie e in particolare da quella di Daniele si fosse già manifestato e se ne dovesse attendere il ritorno imminente per l’instaurazione della monarchia teocratica ebraica, che avrebbe dominato il mondo abbattendo l’impero romano.

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il testo base era una raccolta di testimonianze diverse, che si susseguono dietro le formule “Dopo questo” o simili, o in altri stacchi, facilmente riconoscibili anche nel testo attuale (2, 12; 3, 22; 5,1; 6,1; 7,1; 8,12; 10,22; 11,1; 12,12; 18,1; 19,38; 21,1), e che non significa “dopo questo fatto”, ma bensì “dopo questa testimonianza, dopo quel che è stato detto”, aggiungendo le parole di un ulteriore testimone.

una conferma stringente di questa mia affermazione sta nel cosiddetto Canone muratoriano, un testo del 170 circa, scoperto dal Muratori nel Settecento, che afferma con chiarezza la sua natura di testo composito di testimonianze diverse, sia pure ambientando in modo molto diverso la sua formazione:

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[10] quarti euangeliorum iohannis ex decipolis [11] cohortantibus condescipulis et eps suis dixit [12] conieiunate mihi. odie triduo [13] et quid cuique fuerit reuelatum alterutrum nobis ennarremus [14] eadem nocte reuelatum andreae ex apostolis ut recogniscentibus cuntis iohannis suo nomine cuncta discriberet. […]
[20] quid ergo mirum si iohannes tam constanter sincula etia in epistulis suis proferam dicens in semeipsu [21] quae uidimus oculis nostris et auribus audiuimus et manus nostrae palpauerunt haec scripsimus uobis [22] sic enim non solum uisurem sed & auditorem sed & scriptore omnium mirabiliu dni per ordinem profetetur

nel latino sgrammaticato del coposita dell’VIII secolo, è da intendere così:

10 Il quarto dei vangeli è quello di Giovanni, ricavato dai discepoli.
11 Ai suoi condiscepoli e ai vescovi, che lo esortavano, egli disse:
12«Digiunate con me da oggi per tre giorni 13 e ciò che sarà rivelato a ciascuno diciamocelo l’un l’altro».
14 La stessa notte fu rivelato ad Andrea che, mentre gli altri, tra gli apostoli, avrebbero tutti reso noto [quel che ricordavano], Giovanni avrebbe scritto tutte le cose a suo nome.
[…]
20 Che meraviglia è, allora, se Giovanni così costantemente nomina questi aspetti particolari anche nelle sue lettere, dicendo di se stesso: 21 «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e toccato con le nostre mani, lo abbiamo visto per voi»?
22 Perché in questo modo egli si professa non solo testimone oculare e auricolare, ma anche scrittore di tutti i fatti meravigliosi del Signore, nel loro ordine.

http://www.bicudi.net/libri_nt/muratori.htm

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abbiamo visto che la narrazione del processo di Jeshu è talmente intessuta di elementi favolistici e assolutamente non credibili dal punto di vista storico che il suo carattere totalmente inventato è l’unica spiegazione accettabile, anche se più volte viene ribadito con forza che chi racconta questi fatti li ha vissuti di persona.

abbiamo anche visto in post precedenti che chi racconta questo processo a Jeshu sta ricalcando da vicino, salvo che per conclusione, il processo effettivamente avvenuto qualche anno dopo a Jeshu figlio di Anania, come viene raccontato da Giuseppe Flavio.

e questa è una spiegazione abbastanza convincente del carattere molto concreto di alcuni particolari della narrazione; nessuno potrà mai convincere un lettore sensibile che la vita di Jeshu sia una pura e totale invenzione mitologica tale è la potenza dei dettagli biografici e perfino dello stile espressivo riconoscibile e inimitabile del personaggio, che nessuno avrebbe potuto inventare di sana pianta.

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ma ci rimane comunque da spiegare come mai Lazzaro arrivò ad inventarsi un processo simile.

se ammettiamo che Jeshu sia il profeta egiziano di cui parla Giuseppe Flavio, ecco che tutte le tessere del puzzle si rimettono quasi magicamente al loro posto.

questo personaggio, che lo storico ebraico lascia senza nome, quasi in segno di disprezzo, arrivò sul monte degli Ulivi annunciando il crollo imminente delle mura di Gerusalemme e del tempio; ma venne tempestivamente attaccato da Felice e disperso.

Libro 2, 258 – 13, 4. Oltre a questi, si formò un’altra banda di delinquenti: le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie, sì che il danno da essi inferto al benessere della città non restò inferiore a quello arrecato dai sicari.
259 Individui falsi e bugiardi, fingendo di essere ispirati da Dio e macchinando disordini e rivoluzioni, spingevano il popolo al fanatismo religioso e lo conducevano nel deserto promettendo che ivi Dio avrebbe mostrato loro segni premonitori della liberazione.
260 Contro costoro Felice, considerandoli come istigatori alla ribellione, mandò truppe a cavallo e a piedi e ne fece grande strage.
L’Egiziano fuggì dalla battaglia e si dileguò.

https://corpus15.wordpress.com/2017/08/12/johannes-il-battezzatore-e-jeshu-legiziano-in-giuseppe-flavio-il-profeta-egiziano-9-296/

come non riconoscere qui il rifiuto di combattere di Jeshu sul Monte degli Ulivi?

ma da questo momento in poi le due versioni divergono: per Giuseppe Flavio l’Egiziano fugge e scompare, per L’annuncio felice del Regno di Dio di Lazzaro, invece, viene catturato, processato, crocifisso e passa ad un nuovo tipo di esistenza spirituale che lo mantiene in contatto mentale con i suoi seguaci.

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che il profeta egiziano sia Jeshu lo conferma anche un dettaglio: che Giuseppe Flavio attribuisce a Teuda, il Battezzatore, e a questo profeta, un indirizzo meno sanguinario della lotta violenta e terroristica praticata dagli zeloti, ma non meno pericolosa per l’eccitazione fanatica che provocava.

Le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie.

immaginiamo, allora, che la sua sparizione, dopo questa fuga, abbia lasciato il suo movimento nella prostrazione peggiore.

che cosa poteva ridare fiato alle speranze di una lotta contro i romani, che, dopo questa sconfitta, tornò ad essere pensata come violenta, se non l’idea che quel leader era scomparso perché crocifisso, e poi anche risorto?

ecco che questa ricostruzione dà anche una spiegazione possibile del carattere contraddittorio delle storie su Jeshu: da un lato assolutamente inverosimili, ma dall’altro intessute di dettagli biografici così concreti da non essere credibile che siano totalmente inventate.

ad esempio, chi mai avrebbe potuto inventare e perché, che questo profeta avesse un fratello gemello? la cosa era talmente disturbante rispetto a tutti gli scenari costruiti dal movimento profetico precedente che dobbiamo necessariamente ammetterla come vera.

ma dà anche una spiegazione del carattere così contraddittorio del suo messaggio: da un lato pacifista e fondato su una logica non violenta, dall’altro attraverso da improvvisi bagliori che accennano alla lotta armata; ed è facile interpretazione che il lato pacifista è il suo, il lato combattente del messaggio evangelico è quello della reinterpretazione che gli sovrappone Lazzaro.

questo è evidente nella impostazione stessa dell’inizio del suo racconto: la prima testimonianza è quella del battesimo di Jeshu, l’Egiziano, ad opera di Teuda, cioè del Battezzatore, qui chiamato Giovanni, che stabilisce una connessione originaria tra Jeshu e l’interpretazione non violenta dello zelotismo; segue subito la testimonianza, quasi opposta, di come però Jeshu, nella sua salita pasquale a Gerusalemme, avrebbe attaccato il tempio e i venditori in esso presenti: come a dire: pacifismo sì, ma non totale, soltanto come atteggiamento provvisorio.,

. . .

così scrive Giuseppe Flavio del profeta egiziano, e i fatti si svolgono, però, secondo lui, nel sesto decennio del I secolo d.C: pochi anni prima dello scoppio della rivolta anti-romana.

quindi questa mia ricostruzione si scontra con una obiezione apparentemente decisiva: come poteva essere Jeshu il profeta egiziano, se lui fu processato al tempo di Pilato, cioè trent’anni prima?

non sono il primo, però, a negare che la vicenda di Jeshu possa essersi svolta in quegli anni che appaiono tutto sommato privi di movimenti di protesta organizzati, secondo i resoconti di Giuseppe Flavio; lo ha fatto anche, di recente, una studiosa inglese, arrivando a questa conclusione per una via diversa, cioè attraverso l’analisi del contesto storico, mentre io ci arrivo attraverso una analisi interna filologica dei testi, ma le nostre due analisi convergono nel negare che la vicenda di Jeshu possa essersi svolta attorno al 30 d.C., al tempo del governatore Pilato.

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quindi dobbiamo porre la domanda in un altro modo: che cosa spingeva Lazzaro e i seguaci di Jeshu a spostare la sua storia ai tempi di Pilato?

potremmo rispondere, un poco avventurosamente, che era giusto per nascondere il legame con i fatti imbarazzanti di un passato recente.

e in qualche modo anche questa spiegazione ci sta.

e tuttavia ve ne è un’altra, molto più stringente e che può dare una risposta definitiva.

il messia di Israele DOVEVA manifestarsi al tempo all’incirca di Pilato, perché questo voleva la profezia nel capitolo 9 del libro di Daniele delle settanta settimane di anni dalla liberazione dall’inizio della ricostruzione del tempio di Gerusalemme e prima dell’arrivo del messia, che veniva interpretata nella cultura ebraica proprio come annuncio di una datazione precisa, almeno da alcuni: 490 anni.

24 Settanta settimane sono fissate
per il tuo popolo e per la tua santa città
per mettere fine all’empietà,
mettere i sigilli ai peccati,
espiare l’iniquità,
stabilire una giustizia eterna,
suggellare visione e profezia
e ungere il Santo dei Santi.
25 Sappi e intendi bene:
da quando uscì la parola
sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme
fino a un principe consacrato,
vi saranno sette settimane.
Durante sessantadue settimane
saranno restaurati, riedificati piazze e fossati,
e ciò in tempi angosciosi.
26 Dopo sessantadue settimane,
un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui.
Il popolo di un principe che verrà
distruggerà la città e il santuario;
la sua fine sarà un’inondazione
e guerra e desolazioni sono decretate fino all’ultimo.
27 Egli stringerà una solida alleanza con molti
per una settimana e, nello spazio di metà settimana,
farà cessare il sacrificio e l’offerta;
sull’ala del tempio porrà l’abominio devastante,
finché un decreto di rovina
non si riversi sul devastatore.

questa profezia disegna con chiarezza la traccia del racconto che viene tracciato nel testo base dell’Annuncio felice del Regno di Dio secondo Giovanni: se Jeshu era il messia, occorreva che fosse soppresso senza colpa in lui, ma alla scadenza della settantesima settimana, che poi venne intesa come settimana di anni.

questa innocente ricostruzione grafica recente dà un’idea approssimativamente di come poteva essere affrontata la questione anche al tempo di Lazzaro.

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ma in un altro passo si trova un’altra oscura profezia, che può pure dare spiegazione di questo spostamento:
12, 11 Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio devastante, passeranno milleduecentonovanta giorni.
12 Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni.

l’abominio devastante che verrà eretto potrà essere inteso come l’innalzamento della croce su cui viene ucciso Jeshu e i 45 giorni che devono passare prima di una miracolosa riscossa possono essere letti come i 45 anni che passeranno prima dell’inizio della rivolta contro i romani nel 68 d.C.; il che sposta automaticamente al 33 la data della morte di Jeshu, se è lui il messia. 

e quindi ecco perché la figura di Felice viene sostituita da quella di Pilato, pur conservando, nel racconto, le caratteristiche psicologiche di duttilità che erano di Felice e che Pilato non aveva; ed ecco perché il funzionario romano che si confronta con Jeshu è un procuratore, carica che aveva Felice, ma che Pilato non aveva mai ricoperto.

certo, le date delle due profezie non collimano esattamente e si oscilla fra il 30 e il 33, come anno della morte di Jeshu,  ma che sarà mai una differenza di tre anni?

un messia nato effettivamente al momento giusto previsto, e non scomparso in una fuga vergognosa dopo una mischia con i romani, ma crocifisso dai romani, come da profezia, e poi in qualche modo risorto per garantire l’efficacia miracolosa della sua presenza anche nel futuro, con la promessa di tornare per la missione definitiva, come inviato di Dio: la narrazione più forte e convincente per spingere le masse alla rivolta armata ed attendere di nuovo l’intervento miracolistico diretto di Dio per abbattere l’impero romano, dopo che la prima attesa era andata delusa.

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incredibile, vero?

incredibile: a tali eccessi di follia può giungere la mente umana collettiva, e su tali deliri, anche, si è costruita una civiltà come la nostra.

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ed ecco quel che dice la Prima lettera ai Corinzi sulla resurrezione:

3 A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che 4 fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. – racconto diverso delle apparizioni rispetto a quello del Vangelo secondo Giovanni!
6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.
7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.
8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
9 Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
10 Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.
Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
11 Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
12 Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?
13 Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto!
14 Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.
15 Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.
16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; 17 ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. 18 Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
19 Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
20 Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
21 Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.
22 Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
23 Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.
24 Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
25 È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.
26 L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, 27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.
– Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa.
28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti. – glossa inserita nel testo, evidentemente.
29 Altrimenti, che cosa faranno quelli che si fanno battezzare per i morti?
Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro?
30 E perché noi ci esponiamo continuamente al pericolo?
31 Ogni giorno io vado incontro alla morte, come è vero che voi, fratelli, siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore!
32 Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Èfeso contro le belve, a che mi gioverebbe?
Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.
33 Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi. 34 Tornate in voi stessi, come è giusto, e non peccate!
Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.
35 Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?
36 Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore.
37 Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere.
38 E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.
39 Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali; altro quello degli uccelli e altro quello dei pesci.
40 Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri.
41 Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle.
Ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore.
42 Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; 43 è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; 44 è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale.
Sta scritto infatti che 45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
47 Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo.
48 Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti.
49 E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.
50 Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità.
51 Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba.
Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati.
53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. 57 Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore. 


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